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Verso il Partito della Nazione…

Il desiderio di Renzi è noto: andare ben oltre il Pd, costruendo una nuova soggettività partitica, che ambisca a superare il 40,8% delle ultime elezioni europee. 
Per raggiungere un simile risultato, è evidente che abbia iniziato, ormai da tempo, una poderosa campagna acquisti, sia nella società, che all’interno delle aule parlamentari. 
Appare ovvio che le ultime scelte, in campo sia finanziario che economico, abbiano spostato l’asse del suo Dicastero verso il Centro, per cui - complice la concomitante crisi di Forza Italia - l’elettorato moderato e centrista, che prima votava per il Cavaliere, ora non può non guardare con simpatia verso il Presidente del Consiglio, il cui programma di Governo è la realizzazione di quello del Centro-Destra italiano dell’ultimo ventennio, come ha ammesso lo stesso Berlusconi. 
D’altronde, l’inatteso successo di maggio si è consumato perché, già in quel momento storico, buona parte dell’elettorato di Forza Italia si è orientata verso il partito del Premier, riconoscendo in lui il successore autentico di Berlusconi, nonostante nominalmente fosse il Segretario Nazionale di un partito che, tuttora, si schiera negli scranni di Sinistra sia di Montecitorio, che di Palazzo Madama. 
Frattanto, questa dinamica ha, ulteriormente, prodotto i suoi frutti: i sondaggi degli ultimi giorni dimostrano a pieno il fascino, che Renzi esercita verso gli elettori - un tempo - di Forza Italia, per cui è verosimile che, alle prossime elezioni regionali, la tracimazione di consenso dal Centro-Destra verso il PD continui ininterrottamente, arrivando a prosciugare il partito berlusconiano, che dovrebbe attestarsi al minimo storico da quando è nato, nel 1994. 
Se, quindi, nella società italiana Renzi riesce a conquistare il consenso di un ceto moderato e filo-governativo, sempre fieramente anti-comunista, per altro verso in Parlamento egli continua la sua campagna acquisti, guardando in tutte le direzioni possibili, sia verso Destra, che verso Sinistra. 
A dimostrazione di ciò, negli ultimi giorni hanno aderito al PD molti esponenti che, alle ultime elezioni politiche, hanno gareggiato sotto il simbolo della lista di Monti, così come ha preso la tessera del partito renziano Gennaro Migliore, reduce da quell’esperienza ascrivibile all’area della Sinistra non moderata, che a Napoli ha avuto grandi protagonisti nell’ultimo ventennio. 
Quindi, la domanda è legittima: il PD è un partito moderato? 
Le sue politiche lascerebbero intendere una risposta affermativa, ma all’interno dei gruppi dirigenti regna una confusione assoluta: vedremmo male Migliore muoversi in un partito prossimo alla Confindustria e vicino a posizioni neo-liberiste. 
Peraltro, qualora il PD si sciogliesse nel nuovo Partito della Nazione, quale sarebbe la cultura di riferimento di questa nuova soggettività? 
Infatti, se è evidente che il consenso verso le posizioni renziane è trasversale e, soprattutto, se è ovvio che il Premier non si fa scrupoli, certo, nel cercare voti in tutti i possibili ambienti sociali del Paese, è anche altrettanto vero che a quelle preferenze bisogna pur dare una sintesi politico-istituzionale, alla luce di riferimenti ideali, che - in modo saldo - ancorino un partito ad un’area, piuttosto che ad un’altra, fra quelle afferenti alle culture odierne. 
Fare di un partito un mero contenitore indiscriminato, al cui interno c’è tutto ed il contrario di tutto, non solo è inutile, ma può essere finanche dannoso: infatti, nel medio-lungo termine, le organizzazioni partitiche - contraddittorie ed incoerenti - sono destinate allo scioglimento ed, in particolare, sono condannate ad avere un presente gramo, oltreché un futuro assai incerto. 
Gli esempi della Democrazia Cristiana e della stessa Forza Italia sono più che interessanti in tale ottica: la casa comune, se composta da personale molto eterogeneo, rimane in piedi solo fino a quando c’è un leader in grado di spostare consenso, ma, quando si prospetta la sconfitta, le diversità emergono inevitabilmente e, spesso, ci si lascia in modo, invero, non-auspicabile, con contenziosi non solo di natura politico-programmatica, ma finanche civilistica, come è successo agli eredi della Balena bianca. 
Pertanto, sarebbe opportuno fare un’operazione di chiarezza, dicendo se si vuole guardare in un senso, piuttosto che in un altro: lo strabismo non ha mai giovato, tanto più quando in gioco ci sono le sorti non solo di un partito - per quanto importante - ma soprattutto di un Paese, come il nostro, governato da un’organizzazione partitica, che deve essere coesa e compatta, se vuole essere in grado di mostrarsi all’altezza del compito. 
È evidente che la minoranza, pure, del PD deve dare segnali inequivoci, che possano contribuire a diradare il caos attuale: infatti, ha poco senso continuare a criticare le politiche del Governo, finché le si vota per vincolo di disciplina, persino contro i propri stessi principi. 
Così facendo, si alimenta ulteriormente la confusione e si finisce per determinare nella pubblica opinione il sentimento di distacco dalla vicenda istituzionale, visto che può sorgere in molti il dubbio che le distinzioni nascano, solo, ad uso strumentale, per garantirsi lo scranno parlamentare, quando si tornerà al voto la prossima volta. 
Oggi, molte risposte devono ai loro elettori i gruppi dirigenti del PD, sia quelli nazionali, che quelli locali: Renzi e Cuperlo – per individuare i due riferimenti principali dell’odierno dibattito interno al principale partito italiano – diano risposte utili a chi chiede chiarezza, in assenza della quale non può che fare altre scelte, tutte comunque legittime e possibili in democrazia. 
Ad esempio, in riferimento alla manifestazione, indetta per il prossimo sabato dalla CGIL, il PD fornisca la sua risposta, dicendo se le obiezioni del sindacato contro la manovra finanziaria ed il Jobs Act sono giusti o meno ed, eventualmente, provvedendo a dare una risposta concreta alla piattaforma della kermesse sindacale. 
Non si può continuare a stare seduti al medesimo tavolo con la Camusso e con Marchionne, a meno che non si voglia trasmettere al corpo elettorale un’idea semiseria di impegno ed elaborazione politico-culturale. 



Rosario Pesce

 

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