L’assalto alla Consulta
Nelle settimane scorse, si è registrato un fatto anomalo nella storia della Repubblica: infatti, il Parlamento non è stato capace di eleggere i due rappresentanti, che devono andare ad occupare i posti vacanti in seno alla Consulta.
Gli accordi iniziali fra i partiti prevedevano che i fortunati dovessero essere Luciano Violante, in quota PD, e Donato Bruno, in quota Forza Italia.
Tale compromesso è, però, saltato ben presto, per cui il candidato del partito berlusconiano ha ritirato la sua nomination, mentre Violante è rimasto in corsa, nonostante la reiterata bocciatura subìta nel corso delle successive votazioni.
Ora, il Parlamento si trova a vivere una situazione grottesca: nonostante gli inviti ripetuti, da parte del Capo dello Stato, a fare presto, così da integrare il quorum mancante all’interno della Corte Costituzionale, le varie forze partitiche non hanno una strategia ben chiara dinnanzi a sé, visto che continuano a rimanere vittime di un impasse, che non migliora la loro immagine al cospetto della pubblica opinione.
Invero, la posizione più scomoda è quella dell’ex-Presidente della Camera, che, nonostante le esortazioni provenienti dal suo stesso partito, volte a fargli ritirare la candidatura, continua a correre per uno scranno che, molto probablmente, non potrà mai occupare, dal momento che la volontà della maggioranza si è espressa chiaramente contro di lui, nel corso delle settimane finora impiegate, invano, per trovare una soluzione ragionevole.
È molto strano che una personalità, del livello morale ed istituzionale di Violante, si ostini a non lasciare l’agone, per cui accetta di buon grado che il suo nome venga bocciato reiteratamente e non compie quel passo che, certamente, al suo posto molti di noi avremmo fatto già dopo le prime votazioni con esito negativo.
Peraltro, l’imbarazzo afferisce non solo alla personalità dell’ex-Presidente della Camera, ma si estende al partito, di cui egli fa parte, ed in qualche modo alla coalizione, di cui quel compromesso iniziale - di cui abbiamo parlato - è la fonte ispiratrice principale.
Infatti, è evidente che il nome di Violante sia stato deciso da Renzi e Berlusconi e che l’accordo per la Consulta fa parte della partita più ampia, che coinvolge - anche - la legge di riforma costituzionale, in discussione alla Camera, e la probabile elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
Per cui, se Violante dovesse continuare ad ostinarsi ad anteporre l’interesse individuale a quello del Governo, è verosimile che la sua vicenda personale possa costituire un ostacolo molto serio nel protrarsi della legislatura, tanto più perché l’accanimento del rappresentante democratico appare anomalo, visto che l’esponente di Forza Italia ha, tempestivamente, ritirato la propria nomination, quando ha avuto nitida la percezione della problematica, che si stava per innescare.
Riteniamo, invero, che il Presidente Violante - personalità sul cui rigore morale non c’è nulla da obiettare - sia inviso a molti suoi ex-colleghi, dal momento che, insieme a D’Alema, fu uno dei due esponenti del PDS a trattare con Berlusconi negli anni ’90, quando la Destra e la Sinistra decisero di compiere un comune percorso parlamentare su una base di valori condivisi.
Siffatta compartecipazione avvenne su un tema centrale del dibattito politico di quel periodo: il conflitto di interessi.
Era opportuno, davvero, che le istituzioni democratiche rimanessero, per due decenni, bloccate in virtù di un compromesso contro-natura, che avrebbe dovuto consentire a Berlusconi di coltivare i propri interessi personali e alla Sinistra di governare il Paese, potendo contare su un’opposizione blanda da parte del suo principale avversario?
Questa domanda, difficilmente, potrà trovare una risposta nel prossimo decennio, visto che il più importante demerito della classe dirigente del PD, risalente agli inizi della Seconda Repubblica, è stato proprio quello di non aver colpito Berlusconi nei suoi interessi economici vitali, quando l’eventuale approvazione di una seria legge sul conflitto di interessi avrebbe, definitivamente, eliminato dal gioco politico il patròn di Mediaset ed avrebbe spalancato al Centro-Sinistra le porte del Governo per, almeno, venti anni.
Oggi, per mera fatalità, la personalità, che maggiormente si spese per realizzare quel patto insano, si trova ad essere impallinato sia dai propri compagni di partito, che dai deputati berlusconiani (i seguaci di Fitto?), che non obbediscono agli ordini di scuderia.
Forse, si tratta di una moderna versione della pena del contrappasso?
Più semplicemente la storia, a volte, porta il conto e, talora, esso è perfino più salato di quello che si meriterebbe, invero, di pagare: peccato che, a trarre vantaggio dall’insipienza di quel ceto dirigente del Centro-Sinistra, sia oggi Renzi, il quale – quasi per effetto di una coazione a ripetere, dura ad essere eradicata – continua a governare il Paese, procedendo in perfetto accordo con il Cavaliere, che - nell’arco dell’ultimo ventennio - ha sbranato una decina, circa, di esponenti della Margherita e del PDS, rimanendo tuttora in piedi, nonostante le dure condanne subìte dalla Magistratura, sia penale che civile.
Forse, l’unico vero vincitore è proprio lui, che ora si diverte a fare il padre spirituale di un Governo formalmente di Centro-Sinistra, che attua però le politiche più liberiste mai viste in Italia dal Secondo Dopoguerra ad oggi?
Rosario Pesce