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Se i renziani abbandonano Renzi…

La puntata della trasmissione dell’Annunziata, andata in onda nel pomeriggio di domenica, ha dimostrato come il dibattito nel PD sia vitale ed, in maniera sorprendente, è emersa una rappresentazione dei fatti molto diversa da quella che ci si attendeva; infatti, fino ad oggi, si è creduto che le due parti in contenzioso, nel dibattito fra i componenti della Direzione Nazionale democratica, fossero quelle tradizionalmente conosciute: renziani, da una parte, ed anti-renziani, dall’altra. 
Invece, le cose non stanno proprio così: fra i renziani si è aperta una falla, visto che Matteo Richetti, esponente della prima ora della corrente vicina al Segretario Nazionale, ha molto chiaramente preso le distanze da Renzi, imputandogli degli errori commessi sia nelle vesti di dirigente di partito, che in quella di Presidente del Consiglio. 
Si obietterà che l’atteggiamento del deputato emiliano nasca dalla delusione di essere stato scaricato da Renzi, quando quest’ultimo ne avrebbe dovuto sostenere la candidatura alla successione di Errani alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna: è molto probabile che, anche, questo fattore abbia giocato un ruolo importante nella presa di posizione di Richetti, ma certo noi preferiamo leggere e comprendere il merito delle accuse del dirigente democratico mosse contro il suo leader nazionale, piuttosto che fermarci alle dietrologie. 
D’altronde, la politica è fatta di passioni, illusioni e disillusioni, per cui, se si sottolinea che una posizione nasce da un desiderio o da un’aspirazione non corroborati a sufficienza, si rischia di dire una cosa ovvia, che nulla aggiunge o toglie al merito delle questioni dipanate. 
Orbene, Richetti, che invero non è divenuto bersaniano o dalemiano nel corso di pochi giorni, ha lanciato alcune accuse fondamentali: Renzi, nelle vesti di Premier, a suo parere, avrebbe dovuto non prestare molte attenzioni – finanche, eccessive – all'oziosa disputa relativa all’articolo 18, ma forse meglio avrebbe fatto, se avesse messo mano allo Statuto dei Lavoratori nella sua globalità. 
È evidente che le parole di Richetti siano una mera provocazione, ma è, anche, altrettanto vero che Renzi ha fatto dell’articolo 18 una battaglia ideologica, il cui esito non è, peraltro, scontato, dato che, in Parlamento, non ha i numeri per far passare la riforma come intenderebbe, a meno che non rinunci al consenso di una parte dei voti del gruppo parlamentare del suo partito e decida, in modo infausto, di far salire sulla scialuppa di salvataggio dell’Esecutivo Forza Italia, così da divenire il Presidente del Consiglio di un Governo, manifestamente, di Centro-Destra piuttosto che di Centro-Sinistra. 
Inoltre – accusa molto interessante – Richetti ha ripreso le parole di D’Alema, quando ha sollecitato il Premier a studiare, prima di affrontare una querelle con i suoi avversari interni di partito su tematiche delicatissime, per cui è avvalorato il difetto di approfondimento - addebitato al Presidente del Consiglio - finanche da chi lo conosce molto bene, dal momento che - come è noto - Richetti e Renzi sono stati sodali per ben cinque anni ed il loro sodalizio politico sembrava, fino ad oggi, davvero indissolubile. 
Infine, l’accusa più forte contro il Renzi Segretario Nazionale del partito: stando alle parole ragionevoli del parlamentare emiliano, il PD avrebbe perso 4/5 delle sue tessere nel corso dell’ultimo anno, perché - da quando l’ex-sindaco fiorentino è a Palazzo Chigi – esso ha rinunciato a fare battaglie politiche, limitandosi a sostenere esclusivamente un Dicastero, le cui sorti diventano, ogni giorno, sempre più traballanti; d’altronde, se un partito ha la massima responsabilità di Governo, come può creare ed organizzare il dissenso alle politiche del suo Esecutivo, che - invece - deve sostenere a scatola chiusa? 
Tutte queste obiezioni sono, naturalmente, molto giuste e sensate e palesano una tragica realtà: Renzi, da quando si è trasferito da Largo Nazareno a Palazzo Chigi, ha perso il controllo del partito ed, in particolare, della sua corrente di pretoriani, per usare un’espressione felice dell’Annunziata. 
Coniugare due mestieri non è cosa facile, tanto più quando le responsabilità di direzione del partito si intrecciano con provvedimenti del Governo, che richiederebbero uno sforzo di unità, che non si può, certamente, ottenere nel momento in cui si decide, proditoriamente, di voler fare uno strappo netto con la tradizione laburista della Sinistra italiana, che, in materia di legislazione del lavoro, ha in passato conseguito risultati così avanzati, che solo un Esecutivo scellerato potrebbe essere tentato dal metterli in discussione, tanto più in una fase nella quale il lavoro non c’è e non sono comprensibili, né giustificabili regali agli industriali, i quali hanno fatto molto poco - nel corso degli ultimi anni - invero per meritare i graditi doni, che Renzi ora vorrebbe porgere loro sul classico vassoio d’argento. 
Non può non far piacere che il dibattito in un partito – il più grande dell’attuale Sinistra europea – si accenda e che gli steccati, fin troppo ovvi, fra renziani e non-renziani vengano meno, a dimostrazione che nessuno intende rinunciare alla propria intelligenza e conserva, comunque, autonomia di giudizio, quando il proprio leader nazionale e capo-corrente commette errori un po’ grossolani, sia in termini di valutazione dei fatti odierni, che di disegno di una prospettiva politico-programmatica. 
Noi stessi, nello scorso mese di dicembre, salutammo con gioia l’elezione di Renzi nelle vesti di nuovo Segretario Nazionale del PD, ma progressivamente abbiamo iniziato a prendere le distanze da lui, quando in modo grossolano ed ingeneroso licenziò l’esperienza del Governo Letta, per prenderne il posto con una manovra parlamentare che definire maliziosa è un puro pleonasmo. 
Oggi, a distanza di più di sei mesi da quel momento storico, valutiamo in modo negativo un passaggio istituzionale, che rischia di creare più problemi di quanti non ne abbia risolti. 
Rileggendo la storia di questo Paese, ci pare che nessun predecessore di Renzi abbia subìto il lancio di uova o reiterate, palesi manifestazioni di dissenso dopo un periodo di Governo tanto breve: forse, questi fatti di cronaca, pure, qualcosa vorranno significare? 
Frattanto, mentre ascoltiamo i renziani che, uno dopo l’altro, si sfilano dai diktat del loro capo-corrente, non possiamo non auspicare che, anche, i parlamentari democratici, nelle prossime votazioni in sede di approvazione della legge delega in materia di lavoro, facciano prevalere le prerogative costituzionali, che prevedono che essi non abbiano alcun vincolo di mandato, per cui, a maggior ragione, il parere, pur autorevole della Direzione Nazionale del loro partito, non rappresenta - in alcun modo - un vincolo. 
Se moltissimi fra loro - palesando coraggio ed autonomia di giudizio - hanno votato contro l’indicazione del partito, quando questo gli suggeriva due nomi di personalità importanti ed autorevoli (Marini e Prodi) per il Quirinale, perché gli stessi dovrebbero, invece, rispettare gli ordini di scuderia, quando si tratta di mettere mano, in modo improvvido, alle conquiste del mondo sindacale e lavorativo? 


Rosario Pesce

 

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