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Se Renzi parla al ventre del Paese…

Nei giorni scorsi, nel bel mezzo delle polemiche sull’articolo 18 con i componenti della minoranza del PD, il Premier ha dichiarato, molto orgogliosamente, che egli non parla agli esponenti del suo partito, ma lo fa rivolgendosi, direttamente, al Paese. 
Frase, questa, che nasconde un’ambizione infinita, visto che sappiamo bene quanto difficile sia parlare ad una platea di sessanta milioni di individui, i quali hanno gusti, orientamenti, indirizzi culturali diversi, tanto in politica, quanto nelle scelte afferenti alla loro vita privata. 
Ma, nonostante quest'ovvia difficoltà di non poco peso, Renzi ha di fatto riproposto, con siffatte parole, il concetto ed il modello di democrazia diretta, bypassando i normali passaggi tipici della democrazia rappresentativa, nella quale il Presidente del Consiglio, indipendentemente dal livello di gradimento popolare, deve innanzitutto convincere i parlamentari a votare per i provvedimenti, da lui stesso proposti alle Aule di Montecitorio e Palazzo Madama. 
La Costituzione – ne è a conoscenza Renzi – non è mutata, per cui rimane in piedi quella del 1948, che venne costruita dai suoi autori, allo scopo ben preciso di evitare qualsiasi deriva populista, sapendo bene che, venti anni prima circa, la demagogia del Fascismo aveva portato l’Italia sul sentiero impervio della dittatura e delle distruzioni, derivate da questa, che tutti noi conosciamo. 
Ma, è anche altrettanto vero che esistono, oggi, due Costituzioni: quella formale, scritta appunto dai Padri Costituenti nel biennio 1946/47, e quella di fatto, che - nel corso dei decenni - si è trasformata notevolmente, adeguandosi alle nuove tendenze della società italiana. 
È ben noto che, almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso, la Costituzione materiale del Paese è stata stravolta da Bettino Craxi, il quale, intuendo la crisi di rappresentatività del sistema politico dell’epoca, intervenne drasticamente per svuotare il PCI e la DC, imponendo agli Italiani la sua figura prorompente, che nella storia repubblicana ha avuto molto più peso del suo partito, dato che il PSI, finanche nei momenti migliori, non è mai andato oltre il 15% dei consensi. 
Poi, con il passaggio alla Seconda Repubblica, Berlusconi, nella scia craxiana, pur privo dei meriti istituzionali dell’ex-Segretario Nazionale socialista, ha cercato di divenire il punto di riferimento unico degli Italiani, i quali avevano già preso in odio i partiti politici tradizionali e gli usi ed i costumi della democrazia rappresentativa, per cui, grazie alla propaganda del Cavaliere, gli organismi decisionali dei partiti sono diventati, agli occhi di molti, definitivamente inutili e dannosi, perché visti come ostacolo all’efficienza dello Stato, che - entro quella visione aziendalista della Res Publica - ha bisogno, solamente, di un amministratore delegato molto forte, fin quasi all’autocrazia, e di un Consiglio, che sia prono ai voleri della proprietà. 
Pertanto, Renzi, capendo che il partito, che dirige, non può subire un cambio di mentalità così repentino, solo per effetto del 40,8% dei consensi, raccolti nello scorso mese di maggio, sta insistendo oltremodo sul tasto della rappresentatività della forma-partito, come se l’unica personalità, investita di un effettivo potere di rappresentanza politica, sia lui stesso, a dispetto di molti altri autorevoli esponenti democratici, tacciabili tout court di essere espressione di un mondo - il Novecento - che non c’è più. 
Come si intuisce, sembra quasi che il PD sia avvertito come un ostacolo per il Premier: d’altronde, l’esistenza di un partito, che discute al suo interno e che – legittimamente – dichiara di non voler votare per provvedimenti, che si presentano in palese contraddizione con la tradizione progressista italiana ed europea, costituisce per il Presidente del Consiglio un elemento di indubbio fastidio, da cui sente il bisogno di liberarsi quanto prima. 
Non potendo espellere quanti la pensano diversamente da lui, non gli rimane che augurarsi che gli oppositori, autonomamente, decidano di andare via, lasciandogli la proprietà esclusiva ed il diritto di uso su di un bene immateriale - il logo e la tradizione di un partito importante della storia italiana - che costituirebbero per Renzi il segno del suo pieno successo ai danni di un ceto di gerontocrati, che ormai hanno diviso le loro sorti personali da quelle del Paese da moltissimo tempo. 
Qualcuno potrebbe obiettare che il percorso di queste settimane era già tracciato, se si volge lo sguardo al modo con cui Renzi si è proposto in occasione delle due elezioni primarie (2012 e 2013), necessarie per la conquista del partito: era evidente che, se avesse vinto, non avrebbe fatto prigionieri, come si dice in gergo. 
E, così, sta accadendo: nella Direzione di lunedì scorso si è notato come non esiste più, neanche, il rapporto umano fra D’Alema e Bersani, da un parte, e Renzi dall’altra; essi plasticamente hanno rappresentato due mondi, non solo generazionali, che nulla hanno in comune, se non la tessera di una formazione partitica, di cui si stanno contendendo la leadership, ben sapendo - da entrambe le parti - che l’esito è scontato, visto che l’anagrafe favorisce il Presidente del Consiglio, che - oggi - comunque non è padrone del gruppo parlamentare, pur vantando l’80% dei consensi all’interno del massimo organismo direttivo del PD. 
Lo scrittore siciliano Tomasi di Lampedusa, quando descrisse mirabilmente il passaggio del Sud d’Italia dal Regno delle Due Sicilie allo Stato unitario, parlò di uno scontro fra gattopardi, da una parte, e sciacalli e iene dall’altra: i primi nobilissimi, ma segnati inesorabilmente dal tempo, erano condannati a lasciare spazio ai secondi, dotati di un grandissimo spirito di iniziativa e, fortemente, spinti da un’ambizione prossima a sconfinare nell’arrivismo più becero. 
Forse, mutandis mutatis, la metafora, tratta dal mondo animale, può e deve essere applicata, anche, alla fattispecie odierna? 


Rosario Pesce

 

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