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Se il Pd perde i tesserati…

Un dato impressiona: il PD renziano, ad onta delle sue vittorie elettorali nelle competizioni, che si sono celebrate nel corso del 2014, ha perso un cospicuo numero di tesserati, allineandosi così alla tendenza degli altri partiti italiani, che vantano un numero davvero esiguo di tessere. 
Come spiegare una tendenza simile, che preoccupa, non poco, i dirigenti dalle parti di Largo Nazareno? 
È evidente che la politica, nel nostro Paese, sia cambiata radicalmente, per cui i partiti “pesanti” di un tempo non esistono più, né a Sinistra, né a Destra: l’elettore, che si considera libero nell’espressione democratica del suo orientamento, tende a vincolarsi sempre meno con questo o quel partito e, piuttosto, sceglie - di volta in volta - il partito per cui votare, atteggiandosi così secondo un modello dettato molto dall’indirizzo, in quel momento, dominante. 
Il voto di opinione, pertanto, prende sempre più il posto del voto fidelizzato, per cui, mentre negli anni della Prima Repubblica, molto difficilmente, un partito poteva aumentare o decrescere, in termini di consenso, in ragione di una percentuale altissima, oggi invece, essendo l’elettorato fluttuante, il voto può premiare questa volta il partito “x” e, quest’altra volta, il partito “y”, senza che fra i due voti ci sia un nesso causale chiaro, che ne spieghi le motivazioni. 
Così, l’acquisizione del consenso diventa operazione molto difficile per i partiti, che non fanno opinione, ridotti sempre più al lumicino, mentre diventa molto rischiosa per quelli che tendono a vivere, in gran parte, del riflesso loro offerto dai media: il favore dell’opinione pubblica, infatti, spostandosi molto agevolmente da questa a quella forza, può definire, nel giro di pochi mesi, le fortune di un partito o di un leader, per cui il dato del 40,8% delle elezioni di maggio, in favore del PD, potrebbe al prossimo giro, ad esempio, riconfermarsi, ma potrebbe altresì subire, finanche, un’involuzione molto marcata; come si è quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente, così esso potrebbe dimezzarsi o, addirittura, tendere a zero in tempi rapidissimi, se Renzi dovesse cadere in disgrazia agli occhi della maggioranza degli Italiani. 
I partiti, dunque, in senso classico non esistono più: non ha più senso mettere su delle sezioni, dove discutere di politica, visto che le idee degli Italiani si formano, eminentemente, dinnanzi alla tv o sui social networks; non ha senso cercare di fare nuovi tesserati, perché l’Italiano medio, non politicizzato, oggi non sa per chi andrà a votare nel corso dell’anno o, comunque, nei prossimi mesi; il partito, insomma, diventa un mero cartello elettorale, che incontra le sue fortune, qualora il leader di turno risulti simpatico ai media, che ne fanno le fortune, e sia in grado di mettere in piedi un’opportuna campagna di marketing per acquisire nuovo proselitismo. 
Una siffatta tendenza spiega, anche, altri fatti importanti, che ne sono la diretta conseguenza: innazitutto, l’introduzione della preferenza, nella nuova legge elettorale per la Camera dei Deputati, diventa pleonastica, perché ormai l’elettore, esprimendo un mero voto di opinione - che nasce dai meccanismi indotti dai mass-media, sopra descritti - non avverte più il bisogno democratico di indicare un voto per il candidato Tizio piuttosto che per Caio, presente nella lista prescelta: si vota, unicamente, per il leader nazionale, al quale viene poi demandata, a scatola chiusa, la facoltà di scegliere la squadra di parlamentari secondo i criteri di fedeltà, che ritiene più giusti. 
Inoltre, trova spiegazione, per tal strada, un fenomeno strano, che si è ripetuto, anche, nel corso delle elezioni europee dello scorso mese di maggio: i sondaggi, organizzati dalle testate giornalistiche, facenti capo sia ai partiti di Destra, che di Sinistra, hanno sistematicamente sbagliato la previsione del risultato finale, commettendo imprecisioni nell'ordine di svariati punti fra il dato previsto e quello, poi, effettivamente riscontrato all’apertura delle urne. 
I sondaggi, infatti, stimano l’orientamento dei cittadini schierati politicamente, i quali tendono ad essere solo la metà dell’intero corpo elettorale, che poi si reca al voto; c’è un’altra metà di Italiani, che, invece, votano secondo la tendenza di massima, che si viene formando e consolidando, soprattutto, nel corso dell’ultima settimana prima del voto, per cui i sondaggi, che si fermano quattordici giorni prima delle elezioni, non sono in grado di stimare l’indirizzo di voto di una parte così consistente dell’elettorato italiano, le cui convinzioni sono segnate dall’imprevedibilità e dalla mobilità, finanche eccessiva. 
Evidentemente, un voto, che si viene precisando solo nel corso dei sette giorni precedenti alle elezioni, può essere fortemente tacciato di opportunismo, visto che la parte residuale del popolo italiano sceglie, nelle ore immediatamente precedenti al voto, in base a ragioni di mero conformismo, che trascendono, anche, il senso nobile di un orientamento di opinione tout court. 
Pertanto, il problema della drastica diminuzione delle tessere non deve inquietare il PD, che, ad onta delle sue radici ex-democristiane ed ex-comuniste, si sta adeguando ai meccanismi democratici del XXI secolo, diventando un partito “leggero” in una società sempre più “liquida”. 
Il dato delle elezioni primarie, svoltesi la scorsa domenica in Emilia-Romagna per la designazione del prossimo candidato democratico alle elezioni regionali, evidenzia come, ormai, la base storica del partito si sia allontanata definitivamente dal PD, dato che gli elettori, che hanno votato in quell’occasione, sono in numero nettamente inferiore rispetto agli iscritti, a dimostrazione che il tesseramento e la militanza sono, meramente, secondari in un contesto sociale nel quale alcune notizie di cronaca, riguardanti scandali giudiziari relativi alla classe dirigente democratica di quella regione, hanno convinto molti tesserati a rimanere a casa, forse perché disillusi da un rinnovamento, che – a loro giudizio – non si sarebbe prodotto, almeno in modo sufficiente, dopo le decisioni assai dolorose della Magistratura. 
È giusto prendere atto del nuovo stato di cose, visto che l’Italia del 2014 è, profondamente, diversa da quella di trent’anni fa: in un Paese post-ideologico, come il nostro, finanche la militanza non esiste più, per cui solo la forza dei programmi e la credibilità dei candidati può fare la differenza in occasione del responso elettorale. 
Naturamente, se una siffatta argomentazione può essere utilizzata, capziosamente, da Renzi per indicare che molti suoi avversari, interni al PD, sono un po’ fuori dalla storia, continuando a credere nella prospettiva di un partito vecchio stampo, che non può più rinascere, è anche altrettanto vero che il medesimo argomento di discussione può essere, sofisticamente, usato contro di lui, perché un leader è tale, se riesce a fidelizzare il suo elettorato. 
La differenza fra il consenso, che il PD riceve, quando corre Renzi, e quello che riceve, quando il suo nome, invece, non è presente sulla scheda elettorale, fa intendere come il Premier non abbia ancora consolidato la sua presenza nel corpo vivo della nazione, forse perché la fugacità dell’orientamento elettorale lo rende di per sé fragile, a prescindere da meriti o eventuali demeriti. 
Solo le prossime scadenze potranno dirci più chiaramente quale sarà il destino del PD: frattanto, come scriveva il poeta, non possiamo non rimettere “ai posteri l’ardua sentenza”. 



Rosario Pesce

 

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