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Se una citazione di Rilke non basta...

L’esito della Direzione Nazionale del PD, pur scontato nelle sue conclusioni ultime, propone una novità di fondamentale importanza: Renzi, nel tentativo di ricollocare il partito su posizioni più marcatamente liberiste e liberali, quanto agli indirizzi economici, ha risvegliato uno spirito di Sinistra, che - pur sopito - ha, ora, ritrovato un’autentica ragione d’essere, dato che l’attacco all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori rappresenta un vulnus gravissimo per chi fa del lavoro il principale tema identitario della propria storia politica, sia individuale che di gruppo. 
Infatti, era evidente che sia la CGIL, sia la parte ex-diessina del PD dovessero rispondere con toni molti forti all’iniziativa renziana e, come si poteva facilmente prevedere, la subitanea reazione all’atteggiamento del Presidente del Consiglio non si è fatta attendere, visto che Bersani, D’Alema, Fassina, Damiano hanno, duramente, polemizzato con il Premier, accusandolo non solo di consumare uno strappo con la tradizione ideale della Sinistra italiana, ma soprattutto di voler rottamare dei diritti residuali, che è giusto piuttosto conservare per evitare che la deriva illiberale, nel nostro Paese, si completi. 
Parlare dell’articolo 18 e proporsi di cambiarlo in senso restrittivo, d’altronde, costituiscono degli sforzi improbi per chi, come il Presidente del Consiglio, ha creduto - fino alla riunione di ieri - che la materia trattata fosse oggetto di una legislazione degli anni ’70, mentre - come hanno fatto notare, giustamente, gli ex-leaders del PdS e dei DS – si è in presenza di una normativa che, riformata solo due anni fa, merita di essere verificata nei risultati, prodotti dopo l’innovazione del Ministro Fornero, senza che si debba procedere, almeno nell’immediato, ad un ulteriore cambiamento, che annullerebbe di fatto gli effetti della riforma introdotta dal Governo Monti. 
Peraltro, nella Direzione di ieri, il Premier ha potuto verificare di persona quanto sia difficile confrontarsi con avversari che, a causa dell’anzianità e, forse, di qualche studio in più, possiedono una maggiore mole di elementi informativi, che rendono inverosimile il confronto con chi - pur esponendo una posizione innovatrice, seppur meramente di principio - non è in grado poi di articolarla compiutamente nel merito, visto che - come è apparso a molti - non ha la medesima perizia tecnica del suo interlocutore nell’approfondimento di argomenti di natura specialistica. 
Se si deve fare una sintesi della notte più lunga della storia recente del PD, forse si può dire che il Premier abbia vinto la battaglia, visto che la Direzione ha votato nel senso da lui indicato, ma la guerra è ben lontana dall’essere vinta: infatti, la polemica fortissima fra le due correnti democratiche ripropone, nel nostro Paese, l’esigenza della nascita di una Sinistra, che torni a fare compiutamente ciò per cui essa è nata: la difesa dei diritti dei lavoratori, soprattutto quando l’attacco ai diritti acquisiti presuppone una regia internazionale e tanto più quando chi governa ha la pretesa di far passare per innovazione un taglio indiscriminato di opportunità, peraltro ad alto rischio di incostituzionalità, dal momento che la legislazione renziana crea un’ovvia disparità di trattamento fra i lavoratori già assunti e quelli che, invece, entreranno nel mondo del lavoro dopo l’approvazione definitiva della legge delega proposta dall’Esecutivo. 
D’Alema, Damiano, Bersani, molto probabilmente, non hanno più l’età per guidare un nuovo schieramento progressista, visto che i loro nomi sono legati, strettamente, ad una stagione passata della storia italiana, segnata da grandi successi, ma anche da altrettanti, numerosi insuccessi; però, non si può negare che le loro competenze - sia tecniche, sia politiche - torneranno utili nei prossimi mesi, quando, all’interno del PD, non potrà non nascere una corrente più marcatamente socialdemocratica, dato che è inimmaginabile ipotizzare che ci possa essere una mutazione genetica così evidente della Sinistra italiana, in virtù della quale le posizioni democratiche, in molti settori, diventano meramente sovrapponibili a quelle della Destra più bieca - finora esistita in Italia - che, da quando Renzi governa, pare che detti l’agenda del suo Dicastero, benché formalmente sia fuori dalla maggioranza parlamentare. 
Per tale motivo, noi apparteniamo a quella schiera di Italiani che, ascoltando in particolare l’intervento dalemiano, abbiamo esultato, perché finalmente l’ex-Presidente del Consiglio ha detto qualcosa di Sinistra, proprio come - in un celeberrimo film - gli suggeriva di fare il regista Moretti. 
Forse, queste parole sono tardive, perché risulta evidente a tutti che Renzi sia, ormai, il padrone del partito, ma è altrettanto chiaro che il dibattito, iniziato nelle settimane scorse, avvierà una dinamica nel Centro-Sinistra che porterà, a breve, un confronto molto più serrato sulle materie oggetto della discussione parlamentare, che inevitabilmente non solo arricchirà la dialettica fra i partiti ed all’interno dello stesso PD, ma soprattutto farà crescere il dissenso verso uno stile di leadership e dei contenuti politici, che non appartengono alla tradizione socialdemocratica, né italiana, né europea. 
D’altronde - per rimanere in tema di articolo 18 - nessuna nazione europea ha abrogato il diritto alla reintegra del lavoratore licenziato senza giusta causa, tanto più quei Paesi, a guida conservatrice, come la Germania, che hanno uno stato sociale molto più robusto ed efficace del nostro. 
A volte, nella vita, è finanche legittimo ed auspicabile condurre una battaglia inizialmente di minoranza, viepiù quando si ha la presunzione che la posizione minoritaria di oggi possa dar vita ad una prospettiva di futuro ben più aurea del presente fin troppo gramo, che si vive. 


Rosario Pesce

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