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La Trattativa

L’uscita del film della Guzzanti, in merito alla presunta trattativa fra Stato e grande criminalità organizzata, rappresenta certamente la notizia più importante degli ultimi giorni: senza entrare nel merito delle accuse, mosse dalla regista contro alcuni rappresentanti autorevoli delle istituzioni italiane, non si può non promuovere una riflessione di natura storiografica su un periodo, 1992/1994, fondamentale nella storia recente del nostro Paese, visto che, in quel frangente, cessò l’esperienza della Prima Repubblica, iniziata nel 1946, ed iniziò la cosiddetta Seconda Repubblica, che tuttora prosegue, anche se appare - evidentemente - nella sua fase conclusiva. 
Dal 1946 in poi, molti sono gli episodi tuttora oscuri, sulla cui definizione sono intervenuti moltissimi fattori che rimangono di lettura indecifrabile: assassini, stragi, fallimenti imprenditoriali, suicidi sospetti, sono un magma incandescente, che rappresenta l’oggetto della riflessione di storici, impegnati a ricostruire la difficile vicenda civile di una nazione - come la nostra - che non ha mai potuto godere di uno sviluppo lineare e progressivo. 
Infatti, la grande criminalità organizzata, sin dal nascere dello Stato unitario nel corso dell'Ottocento, è stata protagonista della vita italiana, contribuendo a decidere equilibri politici ed economici, per cui la presenza eventuale della mafia in apparati - deviati - dello Stato non costituirebbe, invero, una novità del XX secolo. 
I fatti, presi in esame dalla Guzzanti, assumono però un’importanza ben maggiore rispetto agli episodi dei decenni precedenti, perché ciò che si è venuto determinando in quel tragico biennio lascia, tuttora, degli strascichi nella società odierna, che ha bisogno di chiarire a pieno le dinamiche del suo recente passato, per ripartire con piena vivacità nella difficile operazione di ricostruzione di un Paese e di uno Stato, che stanno vivendo il momento più buio degli ultimi due secoli, a causa della crisi economico-finanziaria, che infiacchisce il sentimento di italianità di moltissimi cittadini, i quali, sempre più lontani dalla loro classe dirigente, non si identificano per nulla in strutture burocratiche e politiche, verso le quali essi nutrono una naturale diffidenza. 
È, perciò, utile lo sforzo della Guzzanti, perché il suo film - indipendentemente dalle conclusioni cui esso arriva, pienamente discutibili sia sul piano della verità storiografica, che di quella giudiziaria - contribuisce a ricostruire un passato, che davvero non vuole passare, visto che, dal 1992 in poi, sono derivate dinamiche istituzionali poco o scarsamente comprensibili da buona parte della pubblica opinione, che però - di per sé - non configurano, né lasciano presumere l’esistenza di responsabilità, immediatamente, penali a carico di chi, a quei fatti, ha preso parte con un ruolo di protagonista, più o meno rilevante. 
Peraltro, non bisogna dimenticare che in Italia è esistita, sempre, un’anomalia politica di fondo, che ha caratterizzato la storia sia della Prima, che della Seconda Repubblica: maggioranza ed opposizione non sono state, così, nettamente distinte e distanti fra loro, come i rispettivi ruoli avrebbero lasciato presumere; infatti, il Paese è, spesso, stato governato da maggioranze spurie - formalizzate o meno in accordi parlamentari - che hanno determinato la formazione di equilibri - a volte - poco chiari, dato che il trasversalismo è la malattia peggiore, da cui può essere segnata la vita di una democrazia non-matura e non-avanzata. 
Ai tempi della Prima Repubblica il compromesso storico, ai tempi della Seconda Repubblica, invece, gli accordi fra Sinistra e Destra, tesi a non impiantare mai seriamente la questione del conflitto d’interessi, sono tutti aspetti inquietanti, che lasciano intendere come delle forze contrarie – anche se pienamente legittimate dal voto popolare – hanno agito secondo logiche contorte, che non appartengono ai sistemi democratici più evoluti, nei quali il cittadino chiaramente distingue il ruolo della minoranza da quello della maggioranza parlamentare, che assume l’onere della decisione e della guida del Paese. 
È ovvio che, in una cornice siffatta, ambienti fuori controllo, interni alle istituzioni, hanno potuto – almeno teoricamente – instaurare un rapporto “extra-legem” con i vertici criminali, allo scopo di conseguire obiettivi, sia sul piano economico, che politico-istituzionale. 
È giusto che, dunque, la Magistratura possa serenamente indagare su aspetti poco chiari di una vicenda, che potrà raggiungere un livello di maggiore nitidezza, solo quando molti segreti, ancora non disvelati pienamente, avranno la possibilità di emergere e consentiranno di lanciare nuova luce su fatti, altrimenti, inquietanti e fortemente lesivi della dignità di chi - a vario titolo - ha potuto partecipare - in modo doloso o in maniera colposa - alla realizzazione di un disegno criminale tanto perverso, quanto diabolico sia nella scelta dei mezzi, che dei fini ultimi. 
Noi, per parte nostra, non possiamo non auspicare che il Paese riprenda la normalità, che oggi gli manca molto più che nel recente passato: in tal senso, gradiremmo molto – come ha scritto, felicemente, il Direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli – che i compromessi ed i patti fra i partiti maturino alla luce del sole, informando così il cittadino sull’intero ventaglio di opportunità potenzialmente derivabili da accordi, che acquisirebbero il crisma della legittimità, sia sul piano formale-giuridico, che su quello politico sostanziale. 
Unicamente per tale strada, inizierebbe a diradarsi la nebbia che avvolge la storia recente della nostra amata Italia, troppe volte mortificata – sia da fatti nazionali, che da dinamiche internazionali – perché ridotta alla condizione manzoniana di vaso di coccio fra vasi di ferro. 
I nostri nipoti potranno vivere, finalmente, in un Paese rasserenato, come le più elementari ragioni dello sviluppo civile non possono non far auspicare? 


Rosario Pesce

 

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