Napoli. De Magistris, condannato in primo grado per abuso di potere ...
Ne vale la pena?
La vicenda del Sindaco di Napoli, De Magistris, condannato in primo grado per abuso di potere, in relazione ad un fatto, che lo vede protagonista nelle vesti di giudice inquirente, pone un problema serio per le nostre istituzioni: basta una condanna di primo grado, quindi non definitiva, per determinare la decadenza di un Sindaco, peraltro di una grandissima città?
Forse, è opportuno riportare le lancette dell’orologio della storia indietro di qualche anno, per capire meglio il contorno dell’esperienza del Primo Cittadino partenopeo: nel 2011, egli venne eletto Sindaco, dopoché la classe dirigente di quella città, di espressione ex-democristiana ed ex-comunista, fu delegittimata per la gestione fallimentare della questione ambientale.
Quando, infatti, si votò per le elezioni amministrative, nella primavera di tre anni or sono, Napoli era piena di immondizia, che arrivava sino al terzo piano delle abitazioni, ed i Napoletani, inviperiti contro Bassolino, la Jervolino ed il loro potere pluridecennale, decisero di votare per il cambiamento; le alternative erano solo due: o il giudice, famoso per aver fatto la guerra alla casta, o il candidato cosentiniano, Lettieri, imprenditore importante, ma fortemente danneggiato dalla presenza fastidiosa del suo chiacchierato protettore di Forza Italia.
Evidentemente, essi scelsero il giudice, che si presentava munito dell’endorcement di molti organi di informazione, che, nel corso della campagna elettorale per il ballottaggio, sponsorizzarono la sua elezione, per evitare che, sul Comune di Napoli, si allungasse la “longa manus” di Cosentino e della sua potente corrente.
Questa è la storia recente del Sindaco De Magistris, divenuto famoso perché, nelle vesti di Sostituto Procuratore in Calabria, aveva messo sotto inchiesta il gruppo dirigente nazionale del Centro-Sinistra, da Mastella a Rutelli, da Prodi a molti referenti regionali della Margherita e dell’Udeur.
Ora, quella vicenda professionale, che aveva segnato le sue fortune politiche, rischia di determinare la conclusione anticipata del mandato sindacale, visto che la legge Severino prevede che le cariche elettive, che abbiano subìto una condanna relativa a reati di origine non-colposa, devono decadere dalle loro funzioni: l’abuso in atti d’ufficio, che viene contestato a De Magistris, rientra fra le categorie giuridiche, che determinano l'immediata decadenza del Sindaco, del Presidente della Regione o della Provincia e del parlamentare.
Quindi, De Magistris ha due alternative: dimettersi, anticipando le conclusioni a cui potrà giungere il Prefetto nelle prossime settimane, o ostinarsi a fare il Primo Cittadino di Napoli, ben sapendo che, però, in qualsiasi momento gli può arrivare la comunicazione da parte della Prefettura, che ne intima la sospensione immediata e rinvia, di conseguenza, la città ad un nuovo voto amministrativo, mentre le sorti del Comune sarebbero affidate ad un Commissario di nomina prefettizia, dal momento che il Vice-Sindaco attuale, peraltro, risulta anche lui già condannato in una vicenda penale, seppur diversa.
Nel prossimo 2015, quindi, i Napoletani potrebbero votare sia per eleggere il nuovo inquilino di Palazzo Santa Lucia, che per rinnovare il Consiglio Comunale della città capoluogo, decretando la fine di un’esperienza, che rischia, per davvero, di finire molto male.
È evidente, infatti, che la condanna penale, subìta da De Magistris, acceleri solo un processo di delegittimazione, ormai in atto da molto tempo: infatti, il consenso, che egli ha perso nel corso degli ultimi tre anni, è notevole, se si considera che nessuno più ricorda la sua elezione a furor di popolo, che oggi costituisce solo un mera pagina sbiadita di storia per quanti sono impegnati in politica o nel giornalismo.
Il distacco fra Palazzo San Giacomo ed i cittadini partenopei è sotto gli occhi di tutti: il Sindaco di Napoli non è stato capace, nel corso di questi anni, di ideare progetti che rilanciassero la città nello scenario nazionale ed europeo, per cui si è limitato a tagliare il nastro alle inaugurazioni delle stazioni del metrò – peraltro, delle autentiche opere d’arte – non progettate, però, dall’attuale Amministrazione, ma frutto della progettazione dei fondi europei fatta dalla precedente gestione amministrativa.
Napoli, oggi, è molto più periferia dell’Italia di quanto non lo fosse tre anni or sono, benché non ci sia più l’immonidizia fra le strade, visto che questa viene trasportata fuori dall’Italia, con costi ingenti per il contribuente, dato che il trasporto avviene, per lo più, via mare.
Infatti, ai tempi sia della Prima, che della Seconda Repubblica, la classe dirigente cittadina – nonostante i suoi probabili demeriti – ebbe un merito straordinario: quello di fare di Napoli una questione nazionale, perché sia Cirino Pomicino che Bassolino (per indicare, solo, due fra i molti nomi che, pure, si potrebbero fare) erano espressione di un ceto politico, che occupava posizioni molto importanti sia nella città, ma soprattutto a Roma.
Non dimentichiamo, ad esempio, che Bassolino fu un ottimo Ministro della Repubblica e, soprattutto, è stato per molti anni il capo di una corrente, all’interno dei Democratici di Sinistra, molto potente, per cui la sua voce non poteva non essere ascoltata nelle stanze del potere romano, dato che i voti bassoliniani erano determinanti sia nei Congressi del suo partito, ma - in particolare - erano utilissimi per vincere le elezioni politiche generali.
Non possiamo dimenticare, ad esempio, che, nel 2006, Prodi conseguì la maggioranza, sia pure risicata al Senato, grazie alla vittoria in Campania; quella messe di voti – invero, decisiva per il trionfo del Centro-Sinistra - aveva un unico destinatario: il potente ex-sindaco napoletano, in quel momento già eletto Presidente della Regione.
De Magistris, invece, ha perso la battaglia politica fondamentale: quella del salto di qualità da Sindaco a leader nazionale, visto che il suo movimento non è mai andato oltre il risultato trionfale del 2011, dettato peraltro dalle condizioni eccezionali della crisi ambientale, che abbiamo descritto.
Uscito dall’Italia dei Valori, il Sindaco di Napoli ha sostenuto, alle elezioni politiche del 2013, il movimento di Ingroia, per cui è rimasto senza referenti in Parlamento, dato che quel partito non raggiunse il quorum necessario per eleggere deputati e senatori.
Oggi, l’isolamento di De Magistris si è amplificato, visto che sia la Destra, che la Sinistra ne invocano le immediate dimissioni, prima della scontata iniziativa prefettizia: è ovvio che, in particolare, quelle forze politiche, che egli danneggiò nelle vesti di Magistrato, chiedono con maggiore forza la testa del Primo Cittadino napoletano, che pare non abbia più nessun amico, neanche, fra i suoi vecchi colleghi, viste le parole di fuoco, che egli ha usato contro le toghe, all’indomani della pubblicazione della sentenza di condanna nel procedimento giudiziario aperto a Roma.
Ora, cosa dovrà fare?
Dimettersi o aspettare l’esito di un procedimento amministrativo scontato, che avrà inizio, quando il Tribunale trasmetterà alla Prefettura la sentenza per dare avvio agli atti conseguenti?
Egli ha già, fieramente, dichiarato di voler ostinatamente procedere nelle sue funzioni, ma ne vale, effettivamente, la pena?
Peraltro, il deficit di iniziativa politica, addebitabile a lui, è anche imputabile ai partiti napoletani degli ultimi anni: dovremmo andare alla trasmissione “Chi l’ha visto?” per avere tracce del PD partenopeo, dato che, ancora tuttora, non si sa bene se i quattro consiglieri comunali democratici siano parte integrante della maggioranza o facciano opposizione.
Pertanto, in un siffatto clima sconfortante, sarebbe davvero apprezzabile un passo indietro da parte dell’ex-giudice, così come dell’intero Consiglio Comunale, che non ha brillato, certo, per iniziativa e vivacità: d’altronde – su questo argomento, ha ampiamente ragione Bassolino – bisogna capire se il PD nazionale abbia intenzione seria di vincere le elezioni in Campania (quelle regionali, a cui dobbiamo aggiungere ora, anche, le prossime per il Comune) o se, più mestamente, la Regione sia già ritenuta persa e, dunque, la battaglia elettorale primaverile potrà, addirittura, essere semiseria.
Invero, la Campania non merita il ruolo marginale degli ultimi anni e, forse, sarebbe necessaria una spinta, dettata dalla fierezza e dall’orgoglio, per rimettere in moto un processo democratico, che pare si sia interrotto in quella serata primaverile del 2011, quando De Magistris, con la bandana arancione avvolta ai capelli, festeggiava in Piazza Municipio, con i suoi supporters, la conquista di Palazzo San Giacomo.
Orbene, ripartirà da Napoli la riscossa del PD napoletano e campano?
Certo, Renzi non potrà essere d’aiuto: si sbaglia, se si ipotizza che il voto e la vita democratica di un’ex-capitale possano essere subordinati alle fortune precarie di un leader nazionale, che parla, pur sempre, una lingua dotta ed erudita, ma tragicamente diversa da quella di Eduardo e Di Giacomo.
Rosario Pesce