Epigoni del Medioevo o dell'Illuminismo?
Il vescovo Moretti scortato dalla Digos … sporcata l’immagine della propria città
L’episodio, occorso ieri, durante i festeggiamenti di San Matteo, dimostra come, a volte, il senso della tradizione arrechi danni di portata incommensurabile.
Analizziamo i fatti: durante la festa del Patrono, è abitudine salernitana portare la statua del Santo dinnanzi all’ingresso del Comune e di altri edifici pubblici, affinché essa possa fare l’inchino alle sedi delle Amministrazioni pubbliche, ivi ospitate.
Orbene, il nuovo Vescovo, Monsignor Moretti, quest'anno ha vietato espressamente che le statue rendessero il medesimo omaggio degli anni precedenti: una posizione, questa, molto ragionevole, visto che un’effigie di un Santo – espressione, dunque, di un sentimento e di una devozione popolare molto forti – non deve, invero, confondersi con il potere pubblico, perché, sebbene l’inchino venga fatto all’istituzione, è ovvio che il destinatario ideale dello stesso diventa chi, in quel momento, rappresenta la massima autorità politica della città ed è giusto – ragionando così come ha fatto il Vescovo – che una festa religiosa non diventi un momento di celebrazione di personalità che, per quanto autorevoli, incarnano una sfera della vita umana, la terrena, che ha leggi e regole ben diverse da quella spirituale stricto sensu.
Le paranze, però, cioè quei gruppi di persone che trasportano le statue dei Santi, hanno disobbedito al Vescovo e, nonostante gli ordini impartiti fossero molto chiari, hanno deciso di fare, comunque, gli inchini, sebbene il loro atteggiamento facesse configurare un atto molto grave di delegittimazione della volontà del massimo rappresentante della Chiesa cattolica della città di Salerno e dell’intera Curia, che, inoltre, particolare non irrilevante, è una delle più grandi della Campania e, soprattutto, una delle più importanti, dato che i suoi territori si estendono a cavallo di due province, quelle di Salerno ed Avellino.
Così facendo, le paranze hanno determinto un evento nuovo, che mai si era realizzato nelle giornate dei festeggiamenti di San Matteo, provocando grande danno allo stesso Vescovo, il quale, già delegittimato dall’atto plateale di disobbedienza, ha dovuto subire fischi e gesti di scherno da parte del popolo di devoti, i quali, istintivamente, hanno preso le parti delle suddette paranze, chiedendo a gran voce che il divieto vescovile venisse infranto e che San Matteo facesse l’atto di deferenza verso la sede del potere politico cittadino per antonomasia.
Il fatto, ripreso dai media, costituisce la notizia del giorno, visto che in quel gesto, apparentemente dettato da un amore, perfino eccessivo, verso la tradizione religiosa, si configurano molte e complesse articolazioni, che sfiorano il Codice Penale, dal momento che le minacce subite dal Vescovo hanno indotto, assai giustamente, la Digos a scortare il Capo della Chiesa salernitana, mentre percorreva i metri della processione, che avrebbero dovuto segnare un momento di festa e non certo di dolore e sofferenza per quanti, anche da casa, hanno visto sporcata l’immagine della propria città.
Purtroppo, il nostro mondo – mi riferisco all’Europa cattolica, ben diversa, ahimè, da quella protestante – combatte da tempo una battaglia, che sembra essere destinata al fallimento: infatti, nonostante secoli di filosofia e cultura illuministica, dalle nostre parti la differenza fra politica e religione è una mèta difficilmente conquistabile, visto che - come l’episodio salernitano dimostra - Chiesa e Stato, ancora, cercano indebitamente di entrare nella sfera di competenze dell’altro potere, sebbene siffatti ambiti siano adeguatamente tratteggiati dalla Costituzione laica, come la nostra, che, almeno in linea di principio, tende a distinguere nettamente il sacro dal profano, le cose terrene da quelle celesti.
Ancora, non sfugge a molti il fatto paradossale che, nella strana vicenda della scorsa domenica, l’unica posizione effettivamente laica fosse quella del Vescovo, che, in modo assolutamente giusto e corretto, ha tenuto a precisare i rispettivi ambiti della religione e della politica, anche se meramente riferiti allo svolgimento di una semplice - per quanto molto avvertita - processione del Santo Patrono.
Qualcuno, a buon diritto, può parlare dell’esistenza, nelle regioni meridionali, di una plebe, non dissimile da quella che, alla fine del Settecento, determinò il fallimento dell’esperienza della Repubblica Partenopea e che era condizionata dal sanfedismo, per cui uccise i rivoluzionari napoletani, i quali volevano portare, nel Regno delle Due Sicilie, la libertà e le idee della Rivoluzione Francese.
In tal caso, se di sanfedismo si tratta, ci troviamo di fronte ad un fenomeno strano, perché a farne le spese è stato proprio il rappresentante della Chiesa, dato che il popolo (plebe?) salernitano – ma poteva, anche, essere quello napoletano o palermitano – si è identificato nell’istituzione civile, prima ancora che in quella religiosa, chiedendo a gran voce che la statua del Patrono si fermasse a riconoscere, dall’alto della sua forza ieratica, l’autorevolezza indiscussa del supremo potere locale.
L’episodio di ieri è invero anomalo, perché denuncia un cortocircuito pericolosissimo fra Comune e Curia, così come segna l'irreversibile separazione fra borghesia e classi popolari, dato che la prima, almeno quella più illuminata ed indipendente, ha preso le parti del Vescovo, mentre le fasce meno abbienti della società locale hanno simpatizzato con le paranze, credendo giusto che il Sindaco, orgogliosamente assente alla processione, meritasse di ricevere il saluto del Patrono, come se egli, benché fatto solo di carne ed ossa, sia nelle loro ideali gerarchie un gradino sopra, perfino, al Santo, peraltro autorevolissimo, dato che si tratta di uno dei quattro Evangelisti.
Un’analoga distanza fra élite e popolo si produsse solamente nel 1799, nel corso della già citata esperienza della Repubblica Partenopea, quando, dopo il massacro dei rivoluzionari, il portone del nobilissimo Palazzo Serra di Cassano venne chiuso definitivamente, a dimostrazione della cesura netta che, in quel momento, si creava fra i nobili, assertori del cambiamento, e la plebe incolta, invece funzionale ai progetti di restaurazione borbonica e sanfedista.
Siamo di fronte, orbene, ad un Medioevo che si prolunga, tuttora, nel corso del XXI secolo?
Il saluto, attraverso la forma dell’inchino, non a caso è una tipologia di approccio al prossimo tipicamente medioevale, visto che a fare l’inchino era il servitore della gleba nei riguardi del suo signore feudale.
O, forse, siamo di fronte ad un gesto che fa impallidire finanche l’Illuminismo, seppur mal compreso da chi vi ha partecipato e lo ha criticato, perché, per la prima volta nella storia del Mezzogiorno, lo spirito popolare ha preferito anteporre il primo cittadino al Vescovo, quando la diversità di posizioni, fra le due autorità, è stata così stridente, che nessuno poteva fingere di non accorgersene?
Non entriamo nel merito di un paradosso, su cui ci interrogheremo nei prossimi giorni, alla luce dei probabili risvolti penali, che la vicenda non potrà non avere: certo è che il popolo meridionale non finisce di sorprendere, tanto più quando diventa difficile capire se il suo atteggiamento sia troppo avanzato o eccessivamente arretrato rispetto al modus agendi dei benpensanti, che hanno il grande vantaggio – bontà loro – di non dover essere clienti di alcun potere, civile o religioso che sia.
Rosario Pesce