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Una possibile proiezione

È sensazione di molti che il nostro Paese si stia avvicinando al voto anticipato, che dovrebbe svolgersi nella prossima primavera, visto che, nelle attuali Camere, molti disegni di legge, promossi dal Governo, incontrano la sistematica opposizione di parti rilevanti della maggioranza e di ambienti importanti dello stesso PD. 
In particolare, il provvedimento, afferente alla riforma della disciplina giuridica in materia di lavoro, sta causando un terremoto politico nel Partito Democratico di dimensioni, invero, impreviste: è evidente a tutti, infatti, che Renzi in Parlamento non abbia oppositori, visto che il principale partito di minoranza, Forza Italia, sta sostenendo molto fedelmente gli sforzi riformatori del Dicastero odierno. 
La vera opposizione è quella che cova, invece, nel PD e che, con il sostegno del sindacato, promuove un forte contrasto non solo politico, ma soprattutto sociale ai programmi renziani: è ovvio che una tale situazione non può andare avanti per molto tempo, anche perché i parlamentari di fede renziana sono in minoranza rispetto a quelli di estrazione bersaniana o dalemiana, per cui il Governo potrebbe incontrare difficoltà rilevanti nell’iter di approvazione del Jobs Act. 
In tal senso, Renzi potrebbe giocare la carta del voto anticipato, per avere uno strumento di pressione e condizionamento nei confronti dei suoi stessi deputati e senatori, ma tale minaccia potrebbe, poi, diventare concreta, se effettivamente l’impasse dovesse prolungarsi oltre un tempo, auspicabilmente, ragionevole. 
Allora, la strada alternativa sarebbe quella del voto nella prossima primavera, necessario ed opportuno affinché Renzi possa contare sulla chance di incassare la fiducia piena degli Italiani, governando finalmente con un gruppo parlamentare democratico allineato sulle sue posizioni. 
È pleonastico sottolineare che non tocca al Premier in carica sciogliere le Camere e non bisogna dimenticare che, stando ai sondaggi attuali, l’eventuale ricorso alle urne potrebbe regalare qualche sorpresa sgradita al Premier, che non sarebbe sicuro di una vittoria facile, benché nel Paese non sia emersa, tuttora, una leadership alternativa alla sua e nonostante le politiche, da lui finora condotte, abbiano il grande merito di lisciare il pelo alla maggioranza moderata della pubblica opinione nazionale, che generalmente, con il proprio consenso dinamico, decide l’esito delle elezioni in favore dell'uno o dell'altro sfidante. 
Infatti, analizziamo – come si dice – “a bocce ferme” la consistenza elettorale dei partiti, stando ai sondaggi dei più importanti istituti demoscopici. 
Il PD sarebbe ben lontano dal 40,8% ottenuto alle scorse elezioni di maggio, per cui, in assenza di un’alleanza sistematica con SeL, il suo consenso difficilmente potrebbe andare oltre il 35%; Grillo è dato in ascesa, ma non andrebbe oltre il 25%, che non gli consentirebbe di accedere al ballottaggio nazionale, previsto dalla norma, che sarà approvata dalle Camere nelle prossime settimane; al secondo turno, invece, nonostante le difficoltà degli ultimi tre anni, avrebbe accesso il partito di Berlusconi, che, riuscendo a tenere in coalizione sia la Lega, che il N.C.D. e Fratelli d’Italia, andrebbe ben oltre la soglia del 30%, che garantirebbe al Centro-Destra di essere la seconda forza del Paese. 
Residuale sarebbe, invece, il consenso della Sinistra estrema e del Centro, qualora queste due aree, non entrando in coalizione né con la Destra, né con la Sinistra, decidessero di correre da sole e di fare una battaglia di esclusiva testimonianza ideale. 
È ovvio che un eventuale secondo turno, che vedesse come protagonisti Renzi ed il leader della Destra designato da Berlusconi, qualora il Cavaliere fosse ancora incandidabile, potrebbe riservare delle sorprese interessanti, perché l’elettorato moderato dovrebbe scegliere fra chi, stando a Sinistra, ha deciso di atteggiarsi a leader centrista e chi, invece, legittimamente fa parte della grande famiglia moderata italiana, sin dai suoi natali. 
Pertanto, al buon Renzi ci sentiremmo di consigliare prudenza nell’evocare, sistematicamente, il voto anticipato, perché una siffatta possibilità potrebbe non essere positiva né per lui, né per il suo partito: non crediamo, infatti, che il Paese sia diventato renziano tout court e, soprattutto, abbiamo una discreta capacità di analisi per pensare che il 40,8% di maggio, in favore del PD, sia un dato che rimarrà isolato nella storia delle elezioni per molti anni: d’altronde, il fatto stesso che Berlusconi stia facendo da balia a Renzi e che non faccia nulla per nascondere il suo ruolo di oppositore atipico, non può che fargli guadagnare consenso agli occhi di quanti apprezzano il Cavaliere odierno, filogovernativo e saggiamente ragionevole, piuttosto che quello di qualche mese or sono, riottoso e spregiudicato, in particolare, nella dialettica giornaliera con la Magistratura. 
Pertanto, a meno che non stia per nascere un nuovo partito, che metta insieme i moderati del PD e quelli di Forza Italia e che riconosca la leadership indiscussa dell’ex-sindaco di Firenze, sarebbe opportuno ragionare sul futuro del Paese ed evitare uno scontro fratricida all’interno del Partito Democratico, perché il contenzioso con il sindacato e con la minoranza interna degli ex-ds non può che danneggiare il medesimo Presidente del Consiglio, espressione – nonostante tutto – di un’area progressista e non certo di ambienti conservatori o, peggio ancora, di una nuova Destra trasformista e, pur sempre, di ascendenza berlusconiana. 
O dobbiamo, forse, dar credito a chi pensa che Renzi sia la maschera di Berlusconi e di un rinnovato, strisciante berlusconismo, molto più inquietante di quello funesto, conosciuto nell'ultimo ventennio? 


Rosario Pesce

 

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