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Se Berlusconi si eclissa...

Appare evidente a molti che, negli ultimi mesi, Berlusconi progressivamente si sia eclissato, per cui il numero delle sue interviste o dei passaggi televisivi è, notevolmente, diminuito: abituati a vederlo e ad ascoltarlo in modo continuo, la sua assenza odierna non può che essere il segnale di un disagio che il Centro-Destra vive e che, difficilmente, potrà risolversi nelle prossime settimane. 
Infatti, la scomparsa di Berlusconi è coincisa, più o meno, con l’esito delle elezioni europee di maggio, per cui, da quel momento in poi, il Cavaliere ha preferito lasciare l’onore della ribalta mediatica a Renzi, il quale, con la sua proverbiale capacità di penetrare il video, appare in tv in modo sistematico ovvero, quando non è presente in televisione, fa sentire la sua voce attraverso i social network, che ha dimostrato, finora, di saper usare con grande maestria. 
Viene da chiedersi il motivo, però, di una scelta – come quella berlusconiana – che avvantaggia, così platealmente, chi - sulla carta - è il suo principale avversario: le risposte, a tal riguardo, sono molteplici. 
Innanzitutto, è ovvio che la pena, che sta scontando, suggerisca all’ex-Premier moderazione e prudenza, per cui egli, con sempre maggiore avvedutezza, evita di dialogare con i giornalisti, perché una battuta di troppo oppure una frase non felice nei confronti della Magistratura potrebbe indurre i giudici milanesi a rivedere la loro posizione in merito al beneficio concessogli. 
Poi, c’è un problema politico di fondamentale importanza: è chiaro che il cosiddetto Patto del Nazareno, sempre più vincolante sia per Berlusconi che per Renzi, metta il Cavaliere in una condizione non facile, perché - pur essendo, il suo, un partito formalmente d’opposizione - è decisivo, affinché il quadro di riforme costituzionali, concepito a gennaio, possa andare compiutamente in porto, per cui Forza Italia sta vivendo, in questo momento, una condizione duplice ed ambigua: quella, appunto, della principale forza d’opposizione ed, al tempo stesso, del primo alleato renziano in tema di revisione della Costituzione, che rappresenta, ad oggi, il progetto più ambizioso dispiegato dall’Esecutivo. 
Per tal via, diventa difficile contrastare l’azione governativa, che - peraltro - in molte materie ha ripreso i disegni di legge concepiti dalla stessa Forza Italia, quando questa era al Governo: ad esempio, sui temi della Pubblica Istruzione, il piano di lavoro del Ministro Giannini presenta qualche legittima consonanza con le tesi dell’on. Aprea, referente berlusconiana per la scuola e l’università. 
Così facendo, però, progressivamente Berlusconi rischia di perdere il controllo dei suoi gruppi, perché è pleonastico sottolineare che molti deputati e senatori non intendano essere corresponsabili di un patto, che impedisce a Forza Italia di dispiegare una compiuta opposizione. 
Il segnale del disagio interno è esploso sulla questione dell’individuazione del giudice costituzionale: il partito di Berlusconi, dopo aver indicato Catricalà per il seggio alla Consulta, non ha poi dato seguito, nelle votazioni parlamentari, all’indicazione effettuata, per cui il nome dell’ex-Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ai tempi del Governo Monti, è stato bruciato nel segreto dell’urna di Montecitorio, secondo il migliore costume della I Repubblica, quando, per effetto delle faide interne, molto spesso i partiti non riuscivano a condurre in porto le indicazioni di voto impartite, perché dei franchi tiratori, più o meno numerosi, erano comunque in grado di far saltare la designazione fatta dal vertice nazionale. 
Anche a livello locale, il Centro-Destra non vive un momento felice, dal momento che le scissioni ed i veleni romani comportano una ricaduta sui territori, dove l’azione di Forza Italia non solo è rallentata dalle guerre intestine, ma soprattutto l’intera alleanza berlusconiana risulta gravemente indebolita a causa del ruolo dei partiti minori, che evidentemente, pur non essendo capaci di vincere da soli, sono determinanti per il successo della coalizione, per cui fanno contare oltremodo il peso specifico del loro contributo elettorale, determinante a livello comunale, provinciale e regionale. 
Peraltro, nelle regioni settentrionali, è sempre viva la questione leghista, perché il partito di Salvini è l’unica formazione del Centro-Destra che promuove un’opposizione urlata contro il Governo in carica, mettendo in imbarazzo la stessa Forza Italia, di cui la Lega è il principale alleato nell’area più ricca ed avanzata del Paese, per cui, a breve, quando dovranno essere definite le alleanze in vista del voto amministrativo della primavera del 2015, è inevitabile che il Carroccio faccia avvertire il peso della propria rilevante presenza, molto più marcata nel contrasto a Renzi ed al suo dicastero. 
Come dice, dunque, un vecchio detto, “se Atene piange, Sparta non ride”, visto che le condizioni del Centro-Sinistra non sono, invero, migliori di quelle del Centro-Destra per effetto dell’iniziativa renziana, che ha messo in agitazione un intero partito, il PD, ed ha determinato non solo la rottamazione dei suoi quadri dirigenti dell’ultimo ventennio, ma, in particolare, ha scardinato certezze ideali e punti di riferimento programmatici, che - almeno, fino a poco tempo fa - erano considerati indiscutibili ed assoluti. 
Sarebbe opportuno, dunque, che la dinamica politica italiana torni presto alla normalità, per cui è auspicabile che abbia termine un equivoco, che ormai va avanti da qualche anno, in base al quale Centro-Destra e Centro-Sinistra sono divisi al momento del voto, ma poi collaborano, più o meno palesemente, al Governo del Paese, anche quando una delle due forze non è, formalmente, rappresentata nella compagine governativa. 
Dal Governo Monti in poi – quindi, da più di tre anni – l’Italia è retta, più o meno ufficialmente, da una maggioranza spuria, costituzionalmente legittima, ma mai formalizzata da un voto popolare: forse, sarebbe opportuno spiegarne le ragioni autentiche agli Italiani? 
Solo perseguendo tale obiettivo, potrebbe farsi definitiva chiarezza e, molto probabilmente, sia Renzi che Berlusconi ne trarrebbero grande giovamento agli occhi dei loro rispettivi elettorati e, soprattutto, degli elettori che non hanno a cuore i patti definiti al di fuori dei quadri formali delle alleanze parlamentari. 


Rosario Pesce

 

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