La fine del Gattopardo
In occasione del Convegno di Cernobbio, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha usato un’espressione ingenerosa verso il popolo italiano, accusando i nostri concittadini di essere dei Gattopardi, cioè di ambire ad un cambiamento che nulla modifica nella sostanza, come ebbe a scrivere Tomasi di Lampedusa nel suo famoso romanzo omonimo.
Viene naturale chiedersi se gli Italiani, effettivamente, siano tali, visto che la voce di Marchionne è molto autorevole: l’amministratore delegato del Grupoo Fiat-Chrysler è persona molto esperta e navigata, per cui il giudizio, che ha reso pubblico, è legato ad una valutazione, che potrebbe sostanziarsi in un reale fondo di verità.
Invero, il problema principale del gruppo dirigente del Paese non è solo rappresentato dal gattopardismo, che in alcuni momenti della nostra storia è stato, anche, più evidente che in altri: lo scrittore siciliano ambientò il suo romanzo nell’Italia che passava dalla dominazione straniera alla nascita del Regno Sabaudo ed, evidentemente, in una congiuntura siffatta, un notabilato - quale quello cresciuto sotto il Regno Borbonico - non poteva non tentare di riciclarsi con i nuovi padroni piemontesi, ben sapendo che la conclusione del Risorgimento non solo segnava la fine di un periodo politico molto lungo, ma soprattutto faceva registrare uno scatto in avanti rilevante da un punto di vista sociale, perché la vecchia classe dei latifondisti si vedeva costretta a contaminarsi con la borghesia nascente, pur di rimanere in piedi e non essere derubricata al rango di ceto sociale non più padrone del proprio destino, sia individuale che di casta.
La fase, che stiamo vivendo, ha delle implicazioni che non sono meno importanti di quelle vissute nel corso del XIX secolo: infatti, pur non essendo in presenza di un cambio radicale della forma statuale, l’Italia sta entrando in un’epoca molto diversa rispetto a quella immediatamente precedente.
Siamo in presenza di due fattori fondamentali di innovazione, che vanno analizzati in modo attento: innanzitutto, la nascita dell’Unione Europea ha chiaramente depotenziato gli Stati nazionali, per cui, anche se rimangono formalmente in piedi, essi hanno molte meno competenze rispetto al recente passato, a partire dalla sovranità monetaria, che hanno perso in favore degli organismi comunitari.
Inoltre, è in atto un secondo cambiamento - questa volta, di natura sociale - ben più importante, anche se indotto dal primo: la società italiana, infatti, fino a pochi anni or sono, era composta sostanzialmente di tre ceti: un’alta borghesia, un vasto strato intermedio (la famosa classe media) ed il proletariato urbano, che, per effetto dello sviluppo economico, maturato dopo la conclusione del Secondo Conflitto Mondiale, ha preso il posto progressivamente del sottoproletariato, ancora esistente negli anni Cinquanta, immortalato dalla penna di un grande scrittore, come Pier Paolo Pasolini.
Orbene, il ceto medio è quello che, oggi, rischia di scomparire, per cui, se la dinamica in corso dovesse trovare conferma nel corso del prossimo ventennio, ci troveremmo con una società nettamente distinta in due aree sociali: i benestanti, sempre più ricchi ed opulenti, ed il vasto strato degli stipendiati - per lo più precari - i quali avranno a stento le risorse necessarie per sopravvivere, cosicché a loro verrà a mancare la prospettiva del futuro, perché il regime lavorativo di precariato dominante farà sì che essi dovranno, necessariamente, vivere alla giornata, non potendo nutrire grandi sogni e non trovandosi nelle condizioni di realizzare progetti ambiziosi, loro inibiti da un’economia mondiale, che non li metterà nelle condizioni di affrancarsi dal bisogno, come invece è successo fortunatamente agli antenati, nel corso della seconda metà del Novecento, per effetto del trionfo delle libertà politiche e del contemporaneo radicamento, in modo diffuso, del sistema industriale.
Pertanto, parlare di gattopardismo sembra improprio, visto che non c’è più un ceto dominante, che cerca con ansia la sopravvivenza, ma semplicemente ci sarà – in forme anche violente, temiamo – un’aspra lotta fra quanti vivranno ai margini della società, che riserverà una sperequazione sempre più forte nell’accesso ai consumi ed, in particolare, nella redistribuzione delle ricchezze.
Peraltro, è strano che, a parlare di gattopardismo, sia chi - non più tardi di alcuni mesi or sono - ha deciso di trasferire la sede legale del proprio gruppo fuori dall’Italia, allo scopo di pagare meno tasse in un Paese, come l’Olanda, che ha una fiscalità molto più generosa della nostra.
Certo, il Gattopardo – intendiamo il personaggio storico immortalato da Tomasi di Lampedusa – mai avrebbe abbandonato la sua Sicilia all’arrivo dei Piemontesi, per lasciarla nelle mani degli stranieri, senza che questi potessero essere guidati e consigliati dai poteri locali.
Altresì, temiamo – proprio come ebbe modo di dire il celeberrimo protagonista del romanzo – che l’epoca dei gattopardi sia ampiamente finita e che questi siano stati soppiantati dagli sciacalli e dalle iene, che saranno compulsati nelle loro azioni solo da un mero istinto predatorio, che non produce benessere e ricchezze né in favore proprio, né per gli altri.
Forse, dovremmo rimpiagere il Gattopardo e sperare che possa rinascere, perché, per quanto non nobile fosse la ratio del suo agire, era comunque largamente preferibile agli attori odierni?
O, forse, ci sarà bisogno di un nuovo grande scrittore, che sappia descrivere il momento attuale attraverso una diversa metafora - probabilmente, sempre tratta dal mondo animale – perché, anche, le iene e gli sciacalli hanno, ormai, fatto il loro tempo?
Rosario Pesce