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Una voce fuori dal coro

Alcuni giorni or sono, abbiamo auspicato che le parole durissime, espresse da D’Alema contro il Premier, venissero fatte proprie dall’intera minoranza del PD ed, in particolare, dagli esponenti della medesima generazione di Renzi, così da aprire un vero dibattito all’interno del principale partito italiano circa le sorti dell’Esecutivo in carica. 
A distanza di 48 ore, siamo stati accontentati: Francesco Boccia, leader del PD pugliese e dirigente nazionale di primo piano, vicino alle posizioni di Enrico Letta, nel solco delle cose già dette da altri esponenti democratici, ha pubblicato il testo di una lettera inviata al Presidente del Consiglio, al cui interno non mancano certamente attacchi e, soprattutto, la traccia di una linea politica alternativa a quella condotta, finora, dallo stesso Renzi e decisa in modo sostanzialmente monocratico, visto che di recente gli organismi collegiali del partito non si sono espressi in merito alla politica economica o fiscale del Governo. 
L’analisi di Boccia è molto lucida ed, invero, presenta un grande vantaggio: il suo autore non può essere accusato - come è stato fatto con D’Alema - di parlare per mero sentimento di rivalsa personale ovvero di essere troppo anziano, perché possa ancora tornare utile, con la sua proverbiale capacità di ragionamento, alla formazione di una nuova classe dirigente. 
Boccia, orbene, accusa Renzi di non aver modificato la politica economica del proprio dicastero rispetto a quelli precedenti: infatti, a fronte di una crisi evidentissima, che determina la contrazione dei consumi e, dunque, la chiusura di molte imprese per mancanza di commesse, Renzi ha usato la medesima strategia fallace di Monti e Letta, che lo hanno preceduto a Palazzo Chigi. 
Preoccupandosi, infatti, di tenere i conti dello Stato in regola, per evitare di sforare la fatidica soglia del 3% nel rapporto deficit/PIL, il Presidente del Consiglio non ha tagliato le tasse – invero, neanche le ha aumentate – ma, soprattutto, ha perseguito un unico obiettivo: diminuire i costi dello Stato, tenendo bassi i salari e, dunque, diminuendo la spesa corrente che il Governo deve sostenere per pagare gli impiegati pubblici, che in Italia sono una parte numericamente assai rilevante della platea, più ampia, dei lavoratori dipendenti. 
Un siffatto indirizzo non ha creato, però, gli effetti voluti, visto che sono tre anni circa che si dà seguito allo stesso orientamento e c’è bisogno continuo di intervenire, perché il rischio che il debito vada fuori controllo è, sempre, molto alto. 
Infatti, come scrive Boccia, il progetto di tenere bassi i salari della Pubblica Amministrazione produce ed aggrava inevitabilmente il male, che esso vorrebbe estinguere, per cui l’Italia è stretta in una morsa autolesionistica. 
Non aumentare i salari implica, naturalmente, un’ulteriore contrazione del mercato; quindi, l’aggravamento dello stato di salute di molte imprese, che devono chiudere ed, infine, il peggioramento delle condizioni della finanza pubblica, perché, a fronte di centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti, che diventano disoccupati, bisogna pagare molti più oneri per assicurare loro la cassa integrazione ed, essendo asfittica ormai la base dei cittadini italiani in grado di pagare le imposte, è chiaro che il Governo incontra maggiori difficoltà nel reggere uno stato sociale dispendioso, quando il danaro non gira ed, in particolare, le prospettive produttive non sono affatto rosee. 
La ricetta, dunque, di Boccia è chiara: per evitare che l’Italia faccia come il cane che si morde la coda, per due anni l’Esecutivo non si preoccupi di sforare il livello di deficit, previsto dai Trattati europei, ed agendo in debito diminuisca drasticamente le tasse agli Italiani e proceda al rinnovo dei contratti della Pubblica Amministrazione, così da dare ossigeno ai cittadini, i quali potranno, solo per tal via, tornare a spendere e ad alimentare un ciclo economico virtuoso. 
In tal senso, non rinnovare i contratti ai dipendenti della P.A. (come è stato deciso dal Governo Renzi, anche, per il 2015) ed eliminare drasticamente l’automatismo degli scatti di carriera per i docenti non solo è una scelta dannosa per chi la subisce in prima persona, ma accentua ulteriormente la condizione di disagio delle aziende, che si vedono diminuire - ancor più - la platea potenziale di clientela. 
Nelle prerogative di Boccia, pertanto, diventa centrale l’obiettivo di rimpinguare i consumi, dato che una politica, meramente difensiva per lo stato di salute dei conti, alla fine arreca danni sia alla Cosa Pubblica, che ai privati. 
Non possiamo non condividere tali concetti, visto che essi seguono una traccia di pensiero neo-keynesiano: non si è mai visto che, in tempi di crisi, lo Stato riduca il suo sforzo finanziario, dato che, se viene meno il ruolo della mano pubblica, diviene poi davvero difficile immaginare che l’economia possa rilanciarsi, tanto più se si mette meno danaro nelle buste paga di chi dovrebbe spendere, riavviando la domanda interna. 
Perfino, i bambini - pur non esperti di nozioni di economia - sono in grado di capire una verità elementare: gli investimenti si fanno producendo debito, non aspirando a contrarlo. 
Poi, gli effetti benefici, indotti dal processo economico che si riavvia, faranno sì che lo Stato possa rientrare dei costi sostenuti in una prima fase. 
Ma, tali idee perché Boccia le ha dovuto scrivere in una lettera pubblica? 
Perché nel PD non c’è mai stato un dibattito, nel corso del quale potevano confrontarsi ipotesi e prospettive teoretiche molto diverse fra loro? 
Probabilmente, la risposta è chiara: dal momento che il Segretario Nazionale del PD ed il Presidente del Consiglio coincidono, è ovvio che le posizioni dell’uno e dell’altro siano perfettamente identiche, mentre - veniamo, così, ad un punto centrale della nostra riflessione – in ogni buona democrazia, che si rispetti, è cosa giusta che le due funzioni vengano tenute nettamente distinte, affinché si possa evidenziare meglio l’errore di chi, stando alla guida del Paese, è indotto - suo malgrado - a sbagliare, perché deve condurre la nave in un mare particolarmente periglioso ed insicuro. 
Crediamo – a maggior ragione dopo l’intervento di Boccia – che sia necessario aprire un dibattito serio nel PD, per evitare che esso si trasformi in un'entità autoreferenziale, senza che Renzi nutra timore alcuno, visto che potrebbe solo trarre giovamento da un partito non schiacciato acriticamente sul ruolo, non comodo, del Presidente del Consiglio. 
Se qualcuno teme, infatti, che aprire una fase nuova serva, poi, ad aggredire la leadership renziana sbaglia: non ci sono, in questo momento, alternative credibili alla presenza a Palazzo Chigi dell’ex-sindaco di Firenze, ma non si può, certo, andare avanti con un partito che non discute e che, monoliticamente, ritiene che il dissenso sia una forma di lesa maestà o, peggio ancora, di “ricatto” nei riguardi di chi fa da timoniere dell’imbarcazione italiana. 
Distinguere la funzione di Presidente del Consiglio da quella di Segretario Nazionale sarebbe un enorme vantaggio per un'organizzazione partitica, che mai hai agito secondo logiche meramente padronali. 
D’altronde, anche i sondaggi sono più che espliciti: nel corso dell’ultimo bimestre, ad ogni rilevazione, il PD renziano perde consensi rispetto alla soglia del 41% delle elezioni di maggio, per cui, pur rimanendo stabilmente il primo partito italiano, è l’unico ad avere un trend costantemente negativo rispetto a Grillo e a Forza Italia, che molto lentamente qualche punto percentuale pure lo recuperano, se si dà credito alle rilevazioni convergenti delle varie agenzie demoscopiche interpellate. 
Una formazione, schiacciata sulla figura del leader, è destinata a subire elettoralmente un tracollo, perché troppo manifestamente condizionata dalla difesa dell’azione governativa, sempre più impopolare: si apra, allora, una fase nuova, una sorta di benefico interregno, utile a prospettare scenari diversi per la dirigenza nazionale democratica, pur continuando a coadiuvare e supportare l’azione del dicastero Renzi in un momento storico non facile. 
Ci sarà il coraggio politico per aprire, con l’autunno incipiente, una stagione diversa nella seppur breve storia di un partito, nato da poco tempo ed ancora da consolidare, ad onta degli ampi successi elettorali già acquisiti e dei protagonismi non salutari di questo o quel leader? 


Rosario Pesce

 

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