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Siamo in guerra!

Ormai, come si dice in gergo, ripetendo una celeberrima frase di Giulio Cesare, il “dado è tratto”: l’Italia, da ieri pomeriggio, è formalmente in guerra contro gli integralisti islamici dell’Isis, insieme ad altri dieci Stati, capeggiati naturalmente dall’America. 
Infatti, i Paesi, facenti parte della Nato, hanno assunto una siffatta decisione nel corso della riunione al vertice, svoltasi in Galles, per cui l’Italia si è accodata al volere statunitense, dimostrando – come era giusto che fosse – la sua fedeltà all’alleanza, di cui fa parte dal secondo dopoguerra in poi. 
Gli Americani, di concerto con l’Europa, hanno deciso di intervenire in Siria ed in Iraq, al fine di evitare l’avanzata degli integralisti, che ambiscono a fondare un Califfato, che metta insieme il territorio iracheno, siriano ed, in prospettiva, quello iraniano, anche se la conquista dell’area ex-persiana sembra davvero assai proibitiva per chi, come l’Isis, pochi mesi fa neanche esisteva. 
Naturalmente, gli Italiani, come tutte le altre nazioni coinvolte nelle vicende belliche, forniranno solo un supporto logistico ovvero truppe per mare e cielo, con esclusione di quelle di terra, che, almeno in una prima fase, non saranno coinvolte nel conflitto, per evitare un inutile spargimento di sangue, visto che il loro servigio può essere assolto adeguatamente dai droni, che sono in grado di far male, comunque, ai nemici, evitando che ci siano morti e feriti fra i militari dello schieramento occidentale. 
Per una guerra che ha inizio, ce n’è un’altra che, invece, viene rinviata sine die: infatti, pur trasferendo verso l’Ucraina molti apparati e strumentazioni militari, la Nato non ha deciso, ancora, di intervenire nella guerra russo-ucraina, privilegiando per il momento un atteggiamento attendista, volto a dare la chance a Putin di rinunciare, volontariamente, a qualsiasi desiderio di conquista del vicino Paese, ormai già in gran parte sotto il controllo dei miliziani filo-russi. 
Evidentemente, la crisi russo-ucraina potrà avere una svolta nel prossimo mese di novembre, quando all’Europa servirà il gas di Putin, che – come è noto – passa in territorio ucraino, proprio in quell’area nord-orientale oggetto del contenzioso fra le milizie filo-Mosca e quelle lealiste. 
Allora, l’Italia potrebbe essere chiamata a fare la sua parte, anche, sullo scacchiere geo-politico europeo, benché, insieme alla Germania, nei giorni scorsi si sia impegnata per dare una soluzione diplomatica ad una crisi, che, invero, per i destini immediati del nostro Paese è assai più importante di quella medio-orientale, dal momento che, alla pari di molte altre nazioni del vecchio continente, siamo dipendenti energeticamente da Putin, per cui, se il Presidente della Repubblica russa dovesse decidere di interrompere la fornitura di gas ovvero di farla passare per un territorio diverso da quello ucraino – per non pagare le ricche royalties, che rivendica il Governo di Kiev – noi potremmo trovarci in una condizione di difficoltà oggettiva. 
Comunque, ora Renzi ha un problema notevole da dover risolvere: la nostra Costituzione, all’articolo 11, prevede che il Paese ripudia la guerra, per cui l’Italia, a nessun titolo, può autorizzare l’intervento militare, qualora non siano presenti evidenti motivazioni di salvaguardia del supremo interesse nazionale e qualora non si configurino, a pieno, le ragioni di una presenza promossa da un’istanza di pace e non da un anelito e da una pulsione meramente aggressivi verso terzi. 
Quindi, la nostra presenza in Siria ed Iraq dovrà avere il varo del Parlamento: non c’è preoccupazione circa l’esito del voto delle Aule, ma è ovvio che l’intervento modifichi radicalmente la politica estera, condotta dall’Italia nel corso degli ultimi cinquant’anni. 
Infatti, essa si è sempre distinta per una netta posizione filo-araba, per cui, per la prima volta, in modo conclamato, nella storia del nostro Paese abbiamo una fetta importante del mondo islamico che diventa - ufficialmente - nostro nemico, con effetti che potrebbero essere devastanti, data la nostra delicata collocazione all’interno del Mediterraneo. 
Quando gli integralisti islamici, nel corso dell’ultimo ventennio, hanno fatto scoppiare bombe ed hanno organizzato attentati in molti Stati dell’Europa occidentale, palesemente schierati con l’America, l’Italia è sempre stata risparmiata, per cui, in virtù dell’ottimo rapporto con i Palestinesi e con Arafat soprattutto, abbiamo evitato di essere vittime del terrorismo vicino ad Hamas, vivo ed attivo in Europa sin dagli anni Ottanta. 
Con la partecipazione, invece, alla spedizione contro l’Isis, muta radicalmente il nostro atteggiamento rispetto a chi - agendo per impulso irrazionale, dettato da una fede tanto cieca, quanto violenta e disumana - aspira a fare i conti, in maniera cruenta, con l’Occidente laico ed “infedele”, per usare un’espressione cara all’ortodossia musulmana. 
Pertanto, l’Italia potrebbe divenire obiettivo di attentatori filo-jihadisti, i quali hanno interesse a farsi saltare in aria a Roma, come a Londra o a New York o a Parigi, dal momento che, ai loro occhi, non c’è più differenza fra un Paese e l’altro, perché tutti schierati contro la guerra “santa”, promossa dalle autorità religiose dell’Islàm più estremista e retrivo. 
Renzi come spiegherà agli Italiani che la fedeltà – pur necessaria – alla Nato potrà comportare rischi così alti? 
Nel nostro Paese è ben noto che ci siano ambienti che simpatizzano per la Russia di Putin, per cui, qualora in autunno dovesse rendersi utile un intervento militare, anche, sul fronte russo-ucraino, come il Premier potrà giustificarlo a quella fetta di pubblica opinione - di estrazione politica sia di Destra, che di Sinistra - legata da interessi atavici con Mosca? 
È, forse, giunto il momento che, nel XXI secolo, dopo molti di decenni di compiuta pace, gli Italiani debbano indossare l’elmetto ed andare a fare la guerra, ad un tempo, in nome del gas e contro i tagliagola che, con una mano, brandiscono il coltello e, con l’altra, il Corano? 


Rosario Pesce

 

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