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Se D'Alema sfiducia Renzi...

Il fatto nuovo della cronaca politica odierna è rappresentato dall’attacco durissimo mosso da D’Alema contro il Presidente del Consiglio, accusato dall’ex-leader dei DS di non essere all’altezza dei suoi compiti, sia nella veste di Segretario Nazionale del PD, che in quella di Premier. 
Infatti, secondo D’Alema, Renzi soffrirebbe di “annuncite”, per cui la sua azione a Palazzo Chigi sarebbe costelllata solamente di annunci, a cui non fanno seguito fatti concreti, che invece sarebbero urgenti, vista la condizione dell’economia italiana, aggravata notevolmente dai dati afferenti al periodo estivo, che denunciano la situazione di recessione e di deflazione in cui versa il Paese, senza apparentemente una via d’uscita, che consenta agli Italiani di vedere il sole dopo un lungo tunnel. 
Anche sulla gestione del partito, D’Alema non è, certo, morbido nel suo "j'accuse" contro Renzi, arrivando ad affermare che il Premier avrebbe trasformato il PD in un mero cartello elettorale, per cui il dibattito al suo interno non esisterebbe e, soprattutto, il partito sarebbe privo di una vera e propria classe dirigente, dato che la Segreteria Nazionale è composta solo di giovani renziani, che sarebbero naturalmente ben attenti nel non contraddire mai il Capo, a cui sono legate le loro chance carrieristiche. 
Evidentemente, la critica, mossa dall’ex-Presidente del Consiglio contro l’attuale Premier, ha un fondo di verità; Renzi, nonostante il suo iperattivismo, non è riuscito a dare una risposta convincente finora ai mali del Paese: la medesima critica è stata mossa contro il Presidente del Consiglio dal vertice di Confindustria - in particolare, da Squinzi - per cui le cose dette da D’Alema, in merito all’azione di governo, non sono del tutto infondate. 
Invero, rispetto a Letta, l’innovazione di stile è stata ragguardevole, ma questa sul piano della concretezza non ha prodotto altro, se non una sovraesposizione mediatica del Premier, che rischia di divenire l’unico rappresentante politico dell’odierno Esecutivo, effettivamente, conosciuto dagli Italiani, perché tutti gli altri Ministri e Sottosegretari corrono il serio rischio di essere offuscati dalla figura preminente di Renzi. 
Quanto alla gestione del partito, forse D’Alema commette qualche errore: se è vero che Renzi ha occupato tutti i posti in Segreteria con uomini e donne di sua fiducia, è altrettanto certo che l’opposizione interna, nel corso di questi mesi, soprattutto dopo le elezioni europee dello scorso maggio, si è sciolta come neve al sole, consentendo dunque ai renziani di assumere il controllo totale del partito. 
Molti ricorderanno la Direzione Nazionale del 30 luglio, prima della pausa estiva, in occasione della quale non si registrò alcun dibattito, perché gli interventi dei rappresentanti della minoranza apparvero fin troppo generosi verso la leadership del partito, che non contestarono affatto, pur essendo già allora presenti elementi, sui quali era possibile aprire una discussione, civile e pacata nella forma, ma decisa nei contenuti. 
Non è un caso che le parole di D’Alema siano state accompagnate dalla contemporanea iniziativa dei parlamentari Fassina e D’Attorre, che starebbero lavorando ad una proposta di riforma costituzionale, la quale prevederebbe la cancellazione dell’obbligo del pareggio di bilancio – introdotto nella Carta all’articolo 81, solo pochi anni or sono - che è la vera causa delle difficoltà odierne, perché, nell’impossibilità di produrre nuovo debito, è ovvio che lo Stato non possa investire e che, dunque, l’economia sia costretta ad una condizione - come quella odierna - di stagnazione. 
Il dibattito interno al PD non può che rappresentare, per la politica italiana, un fattore di crescita, perché è evidente il disagio di un Paese, i cui indicatori economici sono pessimi; non sfugge, però, a nessuno che le parole di D’Alema ed il lungo silenzio di questi mesi delle componenti, che fanno capo a lui, sono derivati da una tregua, voluta dallo stesso ex-Premier, il quale sperava di essere individuato da Renzi per il delicato ruolo di Ministro degli Esteri dell’Unione Europea. 
L’indicazione al suo posto della Mogherini ha, ovviamente, fatto saltare un tacito patto di non-belligeranza, contratto dallo stesso D’Alema e da Renzi e testimoniato dalla presenza del Premier - a Roma, nella scorsa primavera - in occasione della presentazione alla stampa del libro dell’ex-leader dei Democratici di Sinistra. 
Entriamo, dunque, con l’autunno ormai incipiente in una nuova fase politica sia per il PD, che per il Paese: il semestre, concesso a Renzi dai compagni di partito e dagli alleati per dimostrare quanto effettivamente egli potesse innovare l’azione governativa rispetto ai suoi predecessori, è scaduto ed i principali attori della scena parlamentare si stanno riposizionando in attesa di eventi, che modificheranno sensibilmente la dinamica istituzionale. 
Le scosse sismiche, prodotte dall’iniziativa dalemiana e da quella della Sinistra interna, genereranno ripercussioni sull’iter parlamentare sia della riforma costituzionale, che deve ancora passare al vaglio della seconda lettura senatoriale, sia della riforma in materia giuslavoristica, visto che le intenzioni renziane di cancellare, di fatto, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non potranno essere corroborate dal consenso di quella parte del PD che dovrà, necessariamente, difendere prerogative essenziali del mondo del lavoro, dietro sollecitazione dei sindacati ed, in particolare, della CGIL, che molto si è spesa su siffatta questione. 
È terminata, dunque, la luna di miele fra il Presidente del Consiglio ed il suo partito e fra lui stesso ed il Paese: non possiamo non ipotizzare le conseguenze di un fatto simile, visto che certamente, da questo momento in poi, qualsiasi iniziativa parlamentare, volta a ridimensionare il ruolo egemonico di Renzi e finalizzata a creare uno spazio nuovo di azione e proposta politica, non potrà che essere ben accetta a chi - in questi mesi - ha lavorato costantemente ad una trasformazione degli equilibri istituzionali, che si venivano man mano formando. 
Viste anche le dimissioni probabili del Capo dello Stato nella prossima primavera, l’esito delle schermaglie odierne, forse, potrà essere costituito da un ricorso anticipato alle urne? 


Rosario Pesce

 

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