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Se Renzi non governa il PD...

Quanto è accaduto in Emilia Romagna, in questi giorni, dimostra come sia difficile tenere insieme un partito, finanche quando a governarlo è un leader, come Renzi, che si trova nel momento migliore della carriera e che, dunque, dovrebbe esercitare un certo ascendente sui collaboratori. 
La vicenda è nota a tutti: dopo le dimissioni del Presidente della Regione, Errani, il PD ha dovuto risolvere il problema della successione ed un’ipotesi, costruita negli ambienti romani, prevedeva che il candidato alle prossime elezioni fosse il Segretario Regionale Bonaccini, gradito ai bersaniani in quanto, in passato, è stato espressione di quella corrente e, al tempo stesso, ben accetto a Renzi, il quale avrebbe voluto riservare per sé l’indicazione del nome per le elezioni in Calabria, arrivando così ad un tacito ed auspicabile accordo, su base nazionale, con la componente bersaniana, tenendo conto della situazione di tutte le regioni che, nella prossima primavera, andranno al voto. 
Un renziano, però, della prima ora, Richetti, ha fatto saltare l’asse già costruito con i bersaniani, per cui, candidandosi, metterà in moto un meccanismo che determinerà, innanzitutto, la conta in Emilia alla fine di settembre, quando ci saranno le primarie; naturalmente, saltati i patti in Emilia, anche in Calabria gli accordi non avranno più senso, per cui non potrà essere aggirato il ricorso alle elezioni interne per l’individuazione della nomination locale. 
Un tempo, quando i partiti erano autorevoli, un accordo, costruito con tanta fatica a livello romano fra le varie correnti, non sarebbe stato boicottato a livello periferico, per cui anche chi ne fosse stato danneggiato si sarebbe allineato ed avrebbe rispettato il diktat del proprio capobastone, derivante dall’intesa maturata con le altre componenti. 
Oggi, invece, risulta difficilissimo fare ciò, per cui un partito – è il caso del PD, ma potrebbe esserlo di qualsiasi altra formazione dell’attuale arco parlamentare – è divenuto ingestibile, finanche, ad opera di un Segretario Nazionale, che svolge, peraltro, le funzioni di Presidente del Consiglio e che, certamente, è la personalità politica investita del consenso popolare più ampio nel corso degli ultimi decenni. 
Eppure, su una vicenda locale, che determina ricadute a livello nazionale, si è misurata l’effettiva presa che un leader ha sui collaboratori più giovani, desiderosi legittimamente di bruciare le tappe e di incassare un risultato eccezionale per la propria carriera personale. 
Invero, la scelta di Richetti mette in discussione molte altre cose: a parte gli effetti, che si realizzeranno a breve in Calabria, l’intera geografia delle correnti interne rischia di saltare, in quanto l’episodio emiliano è la plastica dimostrazione che nessuno può garantire il controllo completo di una macchina complessa, qual è un partito che ha il 40% dei voti e che, dunque, aspira alla gestione di un potere direttamente proporzionale alla messe di voti incassati in occasione delle ultime elezioni europee. 
Noi, che viviamo in Campania, non sappiamo dunque immaginare cosa possa accadere nella nostra regione, visto che, se in Emilia ed in Calabria, è saltato uno schema possibile, qui al momento non esiste, neanche, una bozza di accordo fra le varie componenti locali, che ipotizzi ad esempio la candidatura dell’esponente di una corrente per le elezioni regionali e quella dell’esponente dell’altra corrente per le elezioni comunali nella città capoluogo; alle primarie per Palazzo Santa Lucia, nel prossimo autunno, se le condizioni rimarranno quelle attuali, si rischierà per davvero che il partito si presenti diviso fortemente e che le stesse primarie possano regalare un risultato imprevisto, come già è successo in altri momenti, quando gli esponenti del PD, riottosi a qualsiasi accordo, vennero sconfitti dai candidati dei partiti minori che facevano parte della coalizione, perché evidentemente ispiravano maggiore fiducia nell’elettore che, per sua natura, si allontana quando vede una situazione caotica, che tende difficilmente a trovare una soluzione razionale. 
Naturalmente, un appello allo stesso Renzi ci sentiamo di farlo: fra l’annuncio di una riforma ed un viaggio all’estero, è giusto che egli si sforzi – per quanto possibile – di tenere sotto controllo il partito, perché la sua permanenza a Palazzo Chigi dipende non solo dai risultati, che è in grado di conseguire, ma anche dalla capacità che paleserà nel tenere compatto un partito che scalpita per l’accentuato carrierismo, presente in modo particolare in quel gruppo di quarantenni, che sono cresciuti intorno a lui. 
Nessun Presidente del Consiglio è rimasto a lungo in carica, quando il partito di provenienza non era allineato e compatto intorno ai suoi voleri: De Mita e Goria sono, solamente, due esempi che si possono fare fra i tanti che sarebbe possibile richiamare alla mente. 


Rosario Pesce

 

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