La politica contro la tecnica
La storia degli ultimi venti anni della politica italiana è fatta di interventi sempre più frequenti da parte dei cosiddetti “tecnici” nell’agone parlamentare, per cui, a partire dal 1992 in poi, contiamo almeno quattro dicasteri retti da autorevoli personalità del mondo bancario ed economico-finanziario, intervenute a seguito del fallimento maturato ad opera dei partiti tradizionali.
Nell’ordine cronologico, Amato, Dini, Ciampi, Monti sono stati protagonisti di stagioni importanti della vita del Paese, perché a ciascuno di loro è ascrivibile un intervento volto a migliorare le condizioni complessive della finanza pubblica, prossima al fallimento, in più momenti della storia recente.
Amato, innanzitutto, provvide a svalutare la lira, facendola uscire dal Sistema Monetario Europeo, dal momento che la crisi economica poteva essere combattuta, solo, con un provvedimento che consentisse di far circolare moneta a tassi di interesse maggiori, ben oltre i parametri tradizionali previsti dalla comparabilità monetaria all’interno di un’Europa, che ancora non aveva definito gli Accordi di Maastricht.
Naturalmente, la scelta di Amato salvò le famiglie italiane, ma creò un problema in prospettiva di non poco conto, dato che la svalutazione della moneta nazionale implicò l’aumento del debito e, dunque, l’incremento della quota di interessi da pagare per far fronte alla condizione di disagio delle casse statali: pertanto, come si dice in gergo, il cane si mordeva la coda, perché si combatteva il debito generando altro debito.
Dini, invece, fu il primo ad intervenire sul sistema pensionistico italiano, visto che il Paese ha sempre avuto nella Previdenza il punto debole per l’Erario: l’intervento di Dini servì a mettere al sicuro la finanza statale, anche se il sistema previdenziale è stato più volte modificato, con interventi successivi, che hanno comportato costi sociali più alti di quelli determinati dal Governo presieduto dall’ex-Direttore Generale della Banca d’Italia.
Ciampi, poi, è stato il Capo del Governo che ha guidato la difficile transizione dalla lira all’euro, per cui fu il primo a dover preoccuparsi, seriamente, della disciplina di bilancio, sapendo bene che il sistema della moneta unica, per l’intera Europa, si può reggere solamente se tutti i Paesi si attengono ai vincoli stringenti di Maastricht, che penalizzano non poco i consumi - determinando una forte deflazione - ma, al tempo stesso, creano una prospettiva d’avvenire, perché gli Stati del vecchio continente sono, così, costretti a non generare ricchezza cumulando altro debito.
Ancora, Monti è stato l’ultimo Presidente del Consiglio a non essere espressione di un consenso politico diretto, ma venne indicato nella sua funzione dai poteri comunitari, che avrebbero chiesto, nel 2011, al Presidente della Repubblica di imprimere una svolta importante, liquidando il Dicastero Berlusconi, che, se non fosse stato stoppato su ispirazione della trojka europea, avrebbe cagionato maggiori danni, perché avrebbe continuato a governare il Paese non prestando la giusta attenzione alla disciplina nei conti pubblici, essenziale per non sforare il tetto virtuoso del 3% nel rapporto deficit/p.i.l.
È noto a tutti quale fosse il contesto storico in cui si inseriva l’ascesa al potere di Monti, nell’autunno del 2011: l’Italia usciva da un’estate cocente, non solo per ragioni meteorologiche, visto che lo spread, cioè il rapporto fra il valore nominale dei titoli di Stato italiani e quello dei titoli tedeschi, aveva oltrepassato la soglia di sicurezza del 500%, per cui l’Italia rischiava di pagare ai suoi creditori - agli acquirenti dei titoli stessi - interessi superiori al 6%, cioè era prossima al fallimento, perché invero l’economia del nostro Paese non cresceva con la stessa percentuale del debito pubblico, per cui la ricchezza prodotta era di gran lunga inferiore al debito generato dal pagamento degli interessi passivi in favore dei fortunati possessori dei titoli di credito emessi dal Tesoro.
L’intervento di Monti è stato fortemente impopolare, perché ha colpito interessi deboli, tipici di vasti strati della popolazione, a cui, nell’arco di una nottata, fu tolto, fra le altre cose, il diritto alla pensione, che molti Italiani avrebbero maturato al 31 dicembre 2011 e che, invece, si videro posposto nel tempo, finanche di cinque/sei anni.
Quella legislazione salvò l’Italia dall’immediato default, ma ha determinato la decrescita del Paese, a cui tuttora assistiamo inermi: infatti, gli Italiani, con molti meno soldi in tasca, hanno ridotto drasticamente i consumi e, quindi, il sistema economico è andato incontro ad una stagnazione, di cui oggi si vedono gli effetti più rilevanti, manifestatisi nell’arco dell’ultimo triennio.
Come succede spesso, essendo l’economia capitalistica di tipo fondamentalmente finanziario, i danni arrecati all’apparato produttivo italiano dal taglio generalizzato dei consumi ha fatto sì che la stessa finanza pubblica andasse in difficoltà per ragioni opposte a quelle di qualche anno prima: una minore circolazione monetaria, inevitabilmente, riduce la base imponibile, per cui lo Stato, andato in difficoltà per il minor numero di entrate, è obbligato ad un'intensificazione del prelievo fiscale.
Dunque, a seguito del minor gettito di danaro per l’Erario, il governo si vede costretto a tagliare servizi essenziali o, peggio ancora, ad inasprire le tasse, attraverso l’imposizione di nuove e generalizzate imposte, dirette o indirette.
È evidente a tutti che l’adesione all’UE dell’Italia abbia determinato una perdita di sovranità monetaria, a cui corriponde una diminuzione della sovranità tout court dello Stato, dal momento che la politica non può non dipendere dalle ragioni del grande capitale e della finanza, dato che ogni scelta determina un costo, che deve pur essere compatibile con le disponibilità pubbliche.
La politica, pertanto, non determina più i fini, il “telos” - come dicevano gli antichi Greci - della comunità nazionale, ma tali obiettivi, che sono principalmente di natura finanziaria, sono fissati dagli organismi comunitari ed internazionali – Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione di Bruxelles – che hanno uno sguardo a volte “astratto”, perché volto meramente alla difesa e al consolidamento di risultati di gestione, che prescindono dall’assunzione di responsabilità circa il dramma di milioni di persone, che, per effetto della logica del rigore, lavorano per la salvezza dei conti dello Stato, ma non per quella propria.
I tecnici, dunque, diventano docile strumento attraverso cui si realizzano fini fissati in altra sede, che, in particolare, tendono a determinare le condizioni di un depauperamento ulteriore di chi, già, vive in condizioni assai precarie.
Se, dunque, l’Europa e le strutture internazionali indicano “cosa” e “quanto” il Bilancio di uno Stato (non più sovrano) debba prefiggersi, ai tecnici, che si sostituiscono agli eletti, spetta solamente di deliberare in merito al “come” tali obiettivi vadano conseguiti, colpendo questa o quella classe sociale, questa o quella categoria di lavoratori, autonomi o dipendenti.
Naturalmente, anche questa sarebbe una scelta politica nell’accezione più nobile della parola, se fosse data la possibilità al dibattito democratico di dispiegarsi, di decidere e mettere in rilievo le opzioni possibili, ma la democraticità della decisione scade pesantemente, quando i tecnici evitano ad hoc il dibattito pubblico, perché l’esigenza superiore di far quadrare i conti necessita del commissariamento coatto della “buona” politica.
In tal caso, le scelte effettuate inevitabilmente penalizzano chi è debole e favoriscono, ulteriormente, chi parte da una condizione di vantaggio economico già ragguardevole, perché appare ineluttabile che chi è espressione di un determinato mondo, non possa certo danneggiare i propri consimili o, comunque, coloro con cui ha in comune la visione della vita e, magari, interessi professionali/economici, ampiamente, consolidati.
La delegittimazione della politica, corrotta e giudicata dalla pubblica opinione come responsabile del fallimento incipiente, fa sì che i tecnici siano vieppiù svincolati da qualsiasi forma di controllo democratico, perché il decisore ultimo diventa chi ha una legittimità accademica o imprenditoriale e non certo chi è portatore di un interesse debole, che non ha diritto ad albergare in una dimensione, quella dello Stato, che può fare a meno, sempre più, di rappresentare chi ha una voce troppo flebile, perché possa essere avvertita laddove è percepibile solo il potere del danaro e dei grandi media, che seguono quest’ultimo.
È venuto il momento che torni, quindi, il primato della politica, perché, solamente per tal via, i più deboli potranno divenire, di nuovo, protagonisti della loro esistenza; altrimenti, l’analisi economica e dei flussi finanziari, pur necessaria, prenderà il posto dei bisogni elementari delle persone, che non avranno più diritto di cittadinanza in un mondo globalizzato, sempre meno attento alle esigenze di popoli e nazioni, ormai espropriati di diritti fondamentali.
Forse, vogliamo un mondo per i nostri figli, dove una minoranza - pur potente ed organizzata - domini su una maggioranza numerica tanto ampia, quanto debole, divisa e disperata?
Rosario Pesce