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La politica contro i poteri forti

Le parole di Renzi contro il capitalismo di relazione ripropongono un refrain tipico della storia italiana: quando la politica è in difficoltà, attacca a testa bassa i cosiddetti poteri forti, allo scopo di far ricadere su questi la responsabilità della crisi agli occhi della pubblica opinione, che necessita di nemici, che vadano additati al ludibrio delle masse popolari sempre più povere e disperate. 
Non vogliamo, certo, difendere gli imprenditori italiani, che hanno tante pecche in un momento nel quale molti fra loro sono scappati all’estero per produrre a costi più bassi ovvero per pagare meno tasse, visto che alcuni Paesi hanno un regime fiscale più generoso di quello italiano. 
Però, le parole del Presidente del Consiglio le avremmo voluto ascoltare molto prima, quando – ad esempio – gli Agnelli, legittimamente dal loro punto di vista, hanno trasferito la sede legale del nuovo gruppo FCA fuori dall’Italia, determinando una notevole perdita per l’Erario, che così non può contare più su ingenti entrate. 
Ovvero, avremmo voluto ascoltare le stesse parole da Renzi quando, chiuso nelle stanze del Nazareno con Berlusconi, avrebbe ricevuto – come ha affermato Casini ad un giornalista de L’Espresso nel corso di un’intervista pubblicata sul numero in edicola la scorsa settimana – la richiesta di un sostegno (l’ennesimo!) dell’Esecutivo al gruppo Mediaset in cambio della collaborazione di Forza Italia in vista della buona riuscita dell’iter di riforme, che il Governo sta portando avanti in Parlamento. 
Alzare la voce fa, sicuramente, guadagnare qualche voticino, ma non sempre è efficace, soprattutto quando si urla dopoché – come si dice in gergo – le porte aperte delle stalle hanno, già, determinato la fuoriuscita delle greggi. 
D’altronde, da un po’ di tempo, la politica, forse per sottrarsi al giudizio negativo dei cittadini, tenta di far ricadere le colpe delle disgrazie attuali su altri poteri, che invero sono corresponsabili del fallimento quanto la politica stessa - con cui hanno collaborato - pur non avendo certo responsabilità né maggiori, né più gravi del ceto, che ci ha governato, che ha consentito loro di curare gli interessi legittimi propri, anche contro l’interesse pubblico, che - in ogni caso - non dovrebbe mai essere subordinato agli egoismi di questa o di quella parte. 
Prima i burocrati inefficienti e pigri, poi i cosiddetti “professoroni”, colpevoli di essere contrari alla riforma costituzionale, ora gli industriali che farebbero salotto, anziché imprenditoria seria e produttiva: sarebbero tutti colpevoli dello sfascio odierno, tranne chi, attraverso l’ascesa nei gruppi dirigenti dei partiti, ha governato il Paese ed ha creato gli automatismi di legge per favorire, talora, l’imprenditore Tizio piuttosto che il grande burocrate Caio. 
Questa non ci sembra una ricostruzione ragionevole e verosimile dei fatti storici, così come essi si sono articolati nell’ultimo ventennio: le responsabilità sono ampie e diffuse e nessuno può, maliziosamente, giocare a rinfacciare ad altri le colpe proprie, unicamente allo scopo di raccattare qualche voto in più alle prossime elezioni regionali o a quelle generali. 
Ci manca, solo, che qualcuno si richiami al potere sionista in quanto colpevole della condizione dell’Italia o che qualcun altro evochi oscuri complotti massonici per giustificare la deflazione e l’arretratezza dell’economia italiana ed europea rispetto a quella dell’Asia e dell’America. 
La politica è un’attività seria e, pensiamo, va fatta per risolvere i problemi dei poveri cittadini e non per fare amene battute, che non restituiscono l’interezza della verità storica. 
Orbene, ne siamo tutti, davvero, convinti? 


Rosario Pesce

 

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