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Casini al Quirinale?

È, ormai, iniziata la corsa al Quirinale, visto che è certo il passo indietro, che farà il Presidente Napolitano, il quale ha chiarito che, dopo la conclusione della guida italiana del semestre europeo e al compimento del suo novantesimo anno d’età, ha intenzione di lasciare l’alto incarico, che accettò, nella primavera del 2013, per far fronte ad una situazione emergenziale, che si sarebbe aggravata ulteriormente, qualora il Parlamento non avesse eletto rapidamente il suo successore. 
Il 2015 sarà un anno importante, in quanto, da un punto di vista politico ed istituzionale, potranno accadere molte cose, che modificheranno lo Stato italiano, così come noi siamo stati abituati a conoscerlo. 
Innanzitutto, in primavera, ci saranno le elezioni regionali, che saranno un test fondamentale per verificare quanto Renzi sia, ancora, popolare; egli sta usando il grande potere contrattuale, che gli deriva dall’ottimo risultato delle elezioni Europee, ma, se le Regionali non dovessero confermare il medesimo esito, andrebbe invero in difficoltà. 
Inoltre, l’anno prossimo, dovrebbe arrivare a conclusione l’iter parlamentare per il varo della legge di riforma costituzionale: è facile ipotizzare che la Camera, nell’autunno del 2014, possa approvare il nuovo testo in prima lettura e, poi, dal momento che fra la prima lettura e la seconda devono trascorrere almeno tre mesi, come previsto dall’articolo 138, Camera e Senato non potranno votare, per la definitiva approvazione della Legge di revisione, prima della prossima primavera/estate, per cui crediamo che, nel mese di agosto del 2015, se non ci saranno imprevisti, l’Italia avrà portato a termine un passaggio essenziale. 
Pertanto, la prima domanda, che è giusto porsi, è relativa all’arco temporale in cui si inseriranno le dimissioni volontarie di Napolitano: si dimetterà nei primi mesi del 2015, quando la nuova Costituzione non sarà ancora una realtà, o vorrà aspettare la conclusione dei lavori di Camera e Senato, firmare il nuovo dispositivo costituzionale e, poi, come ampiamente dichiarato da lui stesso negli incontri con la stampa, andare finalmente in pensione ed uscire, dunque, dalla vita pubblica del Paese? 
La variante temporale non è inessenziale: è evidente che il garante del Patto del Nazareno, fra Renzi e Berlusconi, sia l’attuale Presidente della Repubblica, per cui eventuali sue dimissioni, prima della ratifica della nuova Costituzione, potranno solo indebolire quell’accordo, su cui si reggono gli equilibri della vita politica italiana dallo scorso mese di gennaio. 
È ovvio che la corsa al Quirinale rappresenti un’occasione utile perché molti autorevoli rappresentanti della Seconda Repubblica si rimettano in gioco, per tentare di realizzare il sogno della vita: assurgere al massimo ruolo istituzionale, attualmente previsto dalla Carta fondativa del nostro Stato. 
Fra questi, spicca Casini, leader di chiare origini democristiane, che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica, avendo sovente un ruolo oscuro, ma comunque determinante per gli esiti di Esecutivi e stagioni politiche. 
Egli, nel corso dell’ultimo ventennio, ha più volte cambiato posizione ed atteggiamento, per cui da alleato fedele di Berlusconi è divenuto, poi, suo avversario. 
Gli va attribuito il merito di aver rotto con l’ex-Premier molto tempo prima di Fini, aprendo delle crepe in un’alleanza di Centro-Destra che, invece, sembrava impenetrabile e, soprattutto, vincolata da rapporti altrettanto saldi, quanto quelli di consanguineità. 
Ora, si trova ad essere il Capo indiscusso di un partito, l’U.D.C., che ha un seguito ridotto nel Paese; dopo, però, l’espletamento del mandato di Presidente della Camera dei Deputati, egli è assurto al livello di Padre della Patria, visto che ha tentato, con successo, di configurarsi come personalità al di sopra delle parti e delle guerre intestine di partito e di corrente, diventando così un punto di riferimento istituzionale, più che strettamente politico, ben sapendo che, se si fosse identificato con una parte, la sua, sarebbe scomparso rapidamente, vista appunto l’esiguità di consensi, che essa ha nelle aule parlamentari. 
Peraltro, è ben noto a tutti che, anche in virtù del suo legame di parentela con una delle famiglie più importanti del grande capitalismo italiano, egli è il destinatario di simpatie in ambienti qualificati dell’alta borghesia ed è ben visto da certa stampa nazionale di proprietà del gruppo Caltagirone. 
Le carte in regola, dunque, per giocare la partita, svincolato da logiche partigiane, le possiede tutte; d’altronde, il suo avvicinamento a Berlusconi, dopo tanti anni di conflitto, non può che essere letto nell’ottica dell'interesse alla successione a Napolitano. 
Crediamo, però, che lo stile di Renzi – opinabile, ma comunque legittimo – imporrà dei cambiamenti importanti, anche, nella corsa per il Quirinale: reputiamo che una figura terza - lontana e ad, un tempo, vicina sia al PD, che a Forza Italia - non possa più aspirare alla Presidenza, così come succedeva ai tempi della Prima Repubblica, quando democristiani e comunisti sceglievano un laico o un socialista per il ruolo più importante, in seno alle nostre istituzioni democratiche, per uscire dalle sabbie mobili dei veti incrociati, che sarebbero esplosi, qualora si fosse deciso di convergere su un democristiano di questa o quella corrente.
È inevitabile che il prossimo inquilino del Quirinale uscirà dalle fila del PD e che Berlusconi darà il suo contributo nell’individuazione, per cui l'eletto dovrà essere, presumibilmente, un esponente di quel partito che si sia segnalato, nel corso della propria storia personale, per aver mostrato segnali di amicizia e non di avversione verso l’ex-Cavaliere. 
Ciò esclude Prodi, ma fa sì che sia D’Alema, che Amato siano nomi ancora spendibili; per Casini, invece, è molto più probabile – noi pensiamo – un ruolo di Padre spirituale di un’area moderata, che non c’è più. 
Ai tempi della Prima Repubblica, la funzione di Senatore a vita, per i suoi meriti repubblicani, non gli sarebbe stata negata; ruolo, a cui potrebbe aspirare tuttora, qualora fallisse la riforma renziana della Costituzione, che abolisce quella figura. 
A pensare male si fa peccato, ma – a volte – si indovina! 


Rosario Pesce

 

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