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La corruzione, un male italiano

La corruzione è, invero, uno dei mali maggiori del Paese, che porta via ingenti risorse, altrimenti preziose, visto il momento delicato delle finanze statali. 
L’economia sommersa e quella di origini illegali rappresentano due voci importanti, talché, se il nostro P.I.L. potesse arricchirsi del loro contributo, certamente le condizioni complessive dell’Italia non sarebbero quelle odierne, che descrivono una nazione, ormai, confinata in un ruolo marginale, entro la cornice degli altri Stati europei, il cui sistema produttivo, mediamente, procede con ritmi di crescita ben diversi. 
In un contesto siffatto, compito fondamentale della politica è, innanzitutto, quello di garantire condizioni, almeno, elementari di equità, perché, in un Paese dal P.I.L. costantemente negativo, l'equilibrio sociale si regge, ancora, sul sistema previdenziale dei nostri genitori e nonni; quando le pensioni di questi ultimi non ci saranno più, a causa della loro naturale dipartita, quale ammortizzatore potrà prenderne il posto? 
Inoltre, c'è da fare una riflessione di fondo, anche più importante: è un dato, ormai, acquisito che l'economia occidentale non può essere più in fase espansiva, come lo è stata in altri momenti fulgidi della storia dell'Ottocento e del Novecento, per cui tutti noi dovremo iniziare a rinunciare a diritti atavici, che ora divengono, purtroppo, sempre più insostenibili; orbene, appare equo chiedere, a chi vanta enormi ricchezze, cederne una minima parte allo Stato, affinché esso non fallisca? o dobbiamo assistere al taglio, per l'ennesima volta, di trasporti, sanità, scuola, servizi di primaria necessità, nel tentativo di far quadrare i conti? 
D'altronde, come la storia dell'ultimo decennio dimostra, l'eliminazione di simili spese, pur causando un’ingente macelleria sociale, non comporta vantaggi concreti per l'Erario, perché il beneficio, solo provvisorio, scompare ben presto al cospetto di una crisi, ormai, sistemica del Paese e del suo apparato produttivo, per cui, complessivamente, noi Italiani siamo condannati a consumare molte più ricchezze di quante non se ne riesca a produrre in modo lecito. 
Diventa, perciò, alla luce di tali riflessioni, ancora più importante non smantellare lo stato sociale, perché è l'unica risorsa, che può garantire la "pax" fra gruppi di diverso censo, altrimenti messa in serio pericolo; è evidente, poi, che lo stato sociale debba, pure, finanziarsi grazie ad un'economia, che effettivamente sia produttiva, ma - certo - non una soluzione liberista, alla maniera di quelle proposte da determinati ambienti politici e culturali, può determinare la ripresa dei consumi e, quindi, il riavvio della leva fiscale, almeno per la parte che interessa l'imposizione indiretta. 
Quanto, ancora, alla criminalità organizzata e ai grandi poteri occulti, che ad essa sono contigui, sarebbe necessario far rivivere lo spirito dei primi anni Novanta, quando la lotta alle mafie era avvertita come una priorità per lo Stato democratico, anche solo allo scopo di tornare in possesso delle ricchezze sottratte o generate illecitamente. 
Non mi pare che, oggi, questa sia più avvertita come fattore prioritario, così come è scomparsa dell'agenda italiana la lotta all'evasione fiscale, che dovrebbe essere prossima a quella alla grande criminalità; d'altronde, Al Capone fu arrestato negli U.S.A., proprio, con l'accusa di evasione e, da lì, ebbe inizio la fine del suo grandissimo impero criminale. 
Ma, se si ambisce a fare la riforma della Giustizia con il contributo determinante di un partito politico, diretto da chi è stato condannato, in via definitiva, per evasione fiscale - reato, davvero, biasimevole e contrario all'idea stessa di società - e che, tuttora, ha altri procedimenti penali in corso per reati contro lo Stato ed il suo assetto democratico (come quello di compravendita di voti in Parlamento), come si può ipotizzare di invertire l’ordine delle priorità nella lotta contro le varie forme di crimine presenti nel Paese? 


Rosario Pesce

 

 

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