Se Berlusconi diviene il tutor di Renzi…
È noto a tutti che sia in atto un processo di avvicinamento di Forza Italia al Governo Renzi; in primis, le riforme costituzionli sono state l’alibi, perché iniziasse una dinamica simile; poi, progressivamente, il motivo dell’intesa si è allargato sempre più, comprendendo sia la revisione della legge elettorale - come prevede il Patto del Nazareno - sia l’emergenza economico-finanziaria, evidenziata dai dati sconfortanti pubblicati, ieri, dall’Istat.
Il rientro di Forza Italia, in un’area di prossimità alla maggioranza parlamentare, non è di per sé un fattore negativo, perché garantirebbe all’Esecutivo una base di consenso più ampia, che può consentirgli di prolungare la propria attività.
Naturalmente, il nodo problematico è rappresentato dall’oggetto dell’accordo: blindare la revisione della Costituzione, così come ha fatto Renzi, ha conferito certamente un’accelerazione all’intero percorso di approvazione al Senato, ma sottrae legittimità ad un iter riformatore, che dovrebbe vedere protagoniste tutte le forze presenti in Parlamento e non solamente le due più grandi.
Altresì, l’accordo con Berlusconi sulla legge elettorale rischia di creare non pochi problemi a Renzi, perché l’interesse dell’ex-Cavaliere è in conflitto palese con quello di Alfano e Casini, cioè della cosiddetta gamba centrista della maggioranza di Governo; in particolare modo, sulla richiesta di introduzione delle preferenze nel nuovo automatismo di voto, può nascere un contenzioso fra Berlusconi e l’attuale Ministro degli Interni e, dunque, il Governo potrebbe vivere una fibrillazione, non irrilevante, al suo interno.
Ma, il vero tema, su cui l’ingresso di Forza Italia nell’area governativa determina implosioni e sfaldamenti, è quello economico: è molto probabile che, nei prossimi mesi, sia necessario realizzare una manovra di rientro, per tenere il rapporto debito/P.I.L. sotto la fatidica soglia del 3%, prevista dall’Unione Europea per gli Stati, che hanno come moneta l’euro.
Orbene, un ruolo preponderante di Forza Italia spingerebbe, inevitabilmente, alcuni ambienti del PD ad andare in collisione con il proprio Governo, perché si può ben immaginare che, per mettere a posto i conti dello Stato, Brunetta ed i vari notabili del partito berlusconiano chiederanno un ulteriore taglio di servizi di primaria importanza, mentre – è nostra opinione – un Esecutivo di Centro-Sinistra, in un momento di difficoltà rilevante per la finanza pubblica, deve avere il coraggio di imporre una Patrimoniale al Paese, assicurandosi, così, quelle risorse che garantirebbero di non incamminarsi verso il default tecnico.
Con Berlusconi nel ruolo di tutor dell’inquilino di Palazzo Chigi, è chiaro che è inimmaginabile qualsiasi provvedimento che vada a colpire le enormi ricchezze, finanziarie ed immobiliari, presenti in Italia, per cui si continuerebbe a ledere le fasce medio-basse della popolazione, togliendo loro servizi, che hanno un’elevata ricaduta sociale.
In un frangente, come quello attuale, sarebbe allora opportuno che, all’interno del partito di maggioranza relativa, il PD, si apra un dibattito autentico circa la politica economica, che si vuole sostenere, per affrontare la crisi, ormai già arrivata ad uno stadio avanzato.
Infatti, appare strano come la denuncia della CGIL, mossa contro il Governo Renzi, presso la Commissione Europea, per l’eccessivo ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato, previsto dal Job Act, non sia stata corroborata da una sponda politica all’interno del Partito Democratico, proveniente da quella minoranza, più o meno ampia, che dovrebbe avere a cuore le ragioni dei ceti più deboli e, soprattutto, dovrebbe mostrarsi sensibile alle iniziative del più importante Sindacato, quando queste – anche, in modo clamoroso – sono finalizzate ad eradicare atteggiamenti liberisti, che poco si addicono ad una forza progressista.
Non vogliamo immaginare – né lo auspichiamo, in alcun modo – un autunno “caldo”, ben sapendo che l’Italia ha, ancora, le energie per uscire dalla crisi odierna, ma certo ci piacerebbe un Esecutivo che, sui temi di politica economico-sociale, dica qualcosa di “Sinistra” e non diventi espressione di indirizzi ed orientamenti culturali retrivi ed anti-democratici, che non vengono più seguiti dagli altri Paesi europei e che, in particolare, sono in aperto contrasto con le normative dell’Unione in materia di stabilizzazione del posto di lavoro e di previdenza.
Rosario Pesce