La carica dei 101
La conclusione della prima settimana dei lavori parlamentari, per il varo della legge di revisione costituzionale, ha portato una novità importante: i primi due articoli della riforma sono stati approvati, nonostante la rottura manifestatasi, all’interno del gruppo del PD, quando il Senato ha dato il via libero all’emendamento sulle materie eticamente sensibili, per cui esse dovranno essere, nel nuovo assetto costituzionale, oggetto di attività legislativa, anche, da parte di Palazzo Madama.
Il fatto che il gruppo democratico abbia dimostrato scarsa compattezza, quando si è votato a scrutinio segreto, di per sé non rappresenta una novità, dal momento che, già nel 2013, in occasione del voto per il Presidente della Repubblica, una parte consistente di parlamentari di quel partito (i famigerati 101) non seguì le direttive della segreteria Bersani, così come, in questo caso, un numero non precisabile di Senatori non ha osservato gli ordini di scuderia, impartiti da Palazzo Chigi.
Un voto dissimile dalle indicazioni, espresse dal Capogruppo e dal Segretario Nazionale, è naturalmente il segnale di un disagio forte, che oggi il Partito Democratico vive; da una parte, c’è infatti un leader fortissimo - per il consenso ricevuto alle elezioni europee e per i dati dei sondaggi, che vengono pubblicati settimanalmente - il quale è divenuto, in un tempo fin troppo rapido, padrone del suo partito, per cui sempre più questo si identifica con lui; dall’altra parte, c’è un dissenso non irrilevante, che emerge quando si parla in privato con i singoli deputati, insofferenti verso il protagonismo renziano, ma che incontra difficoltà ad evidenziarsi alla luce del sole, per cui si manifesta solamente nel segreto del voto parlamentare, allorché, secondo il Regolamento delle due Camere, si ha l’opportunità di non votare a scrutinio palese.
Al tempo stesso, un altro dato, prepotentemente, balza all’attenzione degli Italiani, sempre meno distratti, nel corso di questa anomala estate, visto che molti di loro, sia per motivazioni economiche che climatiche, non hanno la possibilità di recarsi in vacanza: è forte la sensazione per cui l’iter, avviato al Senato per il varo della nuova legge costituzionale, sia destinato ad arrestarsi in fase di seconda lettura, quando poi le Camere dovrebbero licenziare il testo definitivo.
Infatti, le difficoltà di questi giorni impongono a Renzi una riflessione, ormai sempre più opportuna: nella primavera prossima, dopo la conclusione del semestre di guida dell’Unione Europea, potrebbe aprirsi uno spazio per andare ad elezioni anticipate e poter così avere, per effetto di un voto, di cui appare scontato l’esito, dei gruppi parlamentari fidelizzati e pronti alla cieca obbedienza verso il Capo.
Ovviamente, una tale esigenza andrebbe prima condivisa dal Presidente della Repubblica, che ha il compito di sciogliere le Camere, solo quando non ravvisa alternative praticabili. È, altrettanto, facile ipotizzare che Renzi, d’accordo con Berlusconi, abbia anche immaginato un percorso temporale, che porterebbe prima all’elezione del nuovo Capo dello Stato e, quindi, alla conclusione della legislatura odierna.
Un iter siffatto modificherebbe gli assetti politici, non solo perché, nel corso delle votazioni, per giorni interi, SeL si è dissociata dal Partito Democratico; è pleonastico sottolineare, infatti, che ormai il Paese è guidato da un’alleanza Renzi-Berlusconi, indipendentemente dal fatto che Forza Italia non abbia mai votato la fiducia all’Esecutivo in carica.
Se così fosse, allora quale senso avrebbe, per il Premier, ricorrere al voto popolare, per ricevere una nuova investitura?
Certo, né egli, né Berlusconi potranno raccontare ai loro elettori di scontri titanici fra Destra e Sinistra e, soprattutto, sarebbe all’elettorato evidente ancora di più l’anomala intesa che, in tutti questi mesi, ha retto le sorti dell’Esecutivo.
L’unica forza, al di fuori del coro, è il M5S, per cui Renzi e Berlusconi, pur procedendo formalmente in modo separato, poi colpirebbero congiuntamente, allo scopo di ridimensionare, nelle prossime Camere, la presenza dei grillini, della stessa Lega e di quelle componenti interne a PD e Forza Italia che, oggi, rappresentano la minoranza, pur essendo parti integranti di partiti di maggioranza o che collaborano, comunque, con questa.
Se così fosse, l’obiettivo del voto anticipato sarebbe davvero poco o scarsamente ambizioso, tanto più perché le certezze circa l’esito delle elezioni vanno, sempre, verificate concretamente.
Se gli Italiani, infatti, andando in controtendenza con gli esiti dei sondaggi, decidessero – nel segreto della cabina elettorale – di non premiare il binomio Renzi-Berlusconi e si rivolgessero verso un’offerta partitica diversa da quella tradizionalmente intesa, di quali dimensioni sarebbe il rivolgimento politico che si consumerebbe?
Se il voto non ci restituisse un’Italia convintamente renziana, contrariamente a ciò che si percepisce, entreremmo finalmente in una fase diversa della nostra storia: sarebbe, forse, possibile realizzare un processo di riforme costituzionali, destinate a non scardinare i fondamenti della democrazia rappresentativa, contrariamente all’unica ipotesi, oggi, praticabile?
La ripresa autunnale ci dirà cose importanti, visto che il Governo dovrà mettere le mani – come si dice in gergo – nel portafogli degli Italiani, per ripianare il debito pubblico crescente, ed allora si definirà, più compiutamente, il giudizio dei nostri concittadini sulla fase storica, che stiamo ora vivendo.
Rosario Pesce