L'impasse istituzionale
La nuova settimana comincia con il dibattito in Senato sulle riforme costituzionali, contingentato circa i tempi, vista la decisone assunta dal Presidente Grasso di far ricorso alla cosiddetta “tagliola”.
L'autentica novità, però, è rappresentata da una lettera inviata da Renzi ai senatori, con la quale, dopo diversi giorni di muro contro muro, fra il Parlamento ed il Governo, ha effettivo inizio la trattativa: il Presidente del Consiglio, resosi conto di essersi chiuso in un cul de sac, si avvia - in questo modo - a quella opportuna ricerca di accordo, che forse poteva essere posta all’ordine del giorno, già, qualche settimana fa.
I termini del compromesso, proposto da Renzi, sono chiari: i Senatori approvino la riforma costituzionale, che si fonda sul principio non derogabile della non-eleggibilità del nuovo Senato, ed il Governo, in cambio, si impegna a rivedere la legge elettorale, introducendo due importanti emendamenti: l’abbassamento delle quote di sbarramento e la reintroduzione della preferenza, con l’eliminazione quindi delle liste bloccate.
Come si può arguire, nella proposta governativa, esiste un’asimmetria: si avanza l’ipotesi di un baratto tra una legge ordinaria (quella che regola il meccanismo di voto per la Camera dei Deputati) ed una legge costituzionale (quella che modifica poteri e prerogative del futuro Senato).
È ovvio che non sia possibile barattare ciò che si pone su livelli di rango giuridico diverso: la norma ordinaria della legge elettorale potrebbe essere cambiata successivamente in modo agevole, finanche per decreto, mentre un cambiamento della Costituzione, in un punto peraltro così delicato, rischia di divenire un fatto irreversibile o, comunque, emendabile né nel giro di pochi anni, né per effetto di una mera decisione assunta da una maggioranza parlamentare, che non sia numericamente qualificata.
Pertanto, è evidente che la lettera di Renzi, scritta allo scopo di far breccia nel muro innalzato dalle opposizioni – costituite per lo più da piccoli partiti, ai quali possono far gola i cambiamenti suddetti del meccanismo di voto per Montecitorio – non abbia sortito alcun effetto positivo, se non la richiesta di differimento dei lavori, per approfondire la portata degli emendamenti e porli all’ordine del giorno, per la votazione da parte dell’Aula, solo all’atto della ripresa autunnale.
Inoltre, è lapalissiano che la mossa renziana abbia spiazzato – e non poco – Berlusconi, il quale ha capito che il Presidente del Consiglio, pur di non fallire nel suo obiettivo, ha necessità di giocare su due tavoli, per cui il rapporto politico che, tra il PD e Forza Italia sembrava esclusivo, è diventato, per effetto dell’iniziativa dell’ultima ora, meramente complementare al dialogo con le altre forze presenti nell’attuale emiciclo di Palazzo Madama.
Se questo è il resoconto della cronaca parlamentare, si arguisce che siamo di fronte ad un impasse istituzionale di rilievo assai importante: infatti, a settembre, il rischio che le due riforme - sia quella della Costituzione, che della legge elettorale - possano ritrovarsi su un binario morto, appare elevato, dal momento che la diffidenza fra partiti e leaders non potrà che crescere durante la pausa di Agosto, quando sarà ancora più evidente che, pur di mettere a segno il risultato, Renzi, contrariamente a quanto inizialmente dichiarato, cinicamente ha individuato due maggioranze diverse, con cui arrivare all’approvazione dei provvedimenti in esame: l’una per il varo del dispositivo di voto per la Camera, presumibilmente con Alfano e Vendola; l’altra, invece, per l’introduzione del rinnovato Senato, con il sostegno decisivo di Berlusconi.
Viene definendosi, dunque, un quadro politico composito, che non facilita chi intende riformare, in un sol colpo, le istituzioni democratiche del Paese, assumendosi una responsabilità storica di non scarso peso.
Non comprendiamo, infatti, il motivo per cui Renzi abbia voluto spendere molta parte della sua credibilità personale nella vicenda della revisione costituzionale e, soprattutto, non capiamo perché egli abbia impegnato il Governo in un’attività, che doveva nascere per iniziativa dei gruppi parlamentari.
Non sarebbe stato preferibile avviare una Commissione Bicamerale, che avesse come proprio oggetto il varo delle riforme, preservando il potere esecutivo da ogni implicazione connessa all’eventuale fallimento dell’iter riformatore?
È chiaro a tutti che, se l’intera architettura renziana dovesse crollare, a cadere non sarebbe solo l’ipotesi auspicabile di costruzione di un nuovo modello di Stato, ma le rovine si abbatterebbero sul Governo in carica, per cui gli Italiani, in un sol colpo, si troverebbero privi di una prospettiva per il futuro e di una certezza per il presente.
Era proprio questo l’esito, verso cui Renzi si è orientato subito dopo la sua elezione alla Segreteria Nazionale del PD?
Rosario Pesce