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E se la legge elettorale entrasse in Costituzione?

È evidente a molti che la quasi contestuale calendarizzazione del dibattito, sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale, fa sì che si giochi, in questo momento, una partita non semplice in Parlamento, perché ciascuna forza spara sulla revisione della Costituzione, per incassare il migliore risultato possibile in tema di cambiamento del meccanismo elettorale, da cui può dipendere la sua vita. 
La legge elettorale è cosa seria, visto che l’adozione di un meccanismo, piuttosto che di un altro, può variare sensibilmente l’esito di una competizione; esistono Paesi, in Europa, che hanno una consolidata tradizione, per cui adottano, da decenni, o un meccanismo proporzionale o uno di tipo maggioritario, senza che lo stesso venga modificato al variare della stagione politica. In alcune realtà, ancora, la legge elettorale è parte integrante della Costituzione, per cui diventa più difficile immaginare la sua riforma ad ogni piè sospinto. 
In Italia, purtroppo, le cose sono ben diverse; dopoché, per ben cinquant’anni, abbiamo avuto in sostanza sempre il medesimo meccanismo – un proporzionale secco, senza soglie di sbarramento, né premi di maggioranza e, sistematicamente, con la previsione di più preferenze – a partire dal 1994 abbiamo assistito ad una corsa, quasi ciclica, verso il cambiamento del dispositivo di voto, perché si è pensato che la crisi dei partiti, nata con Tangentopoli, potesse essere curata con la creazione della legge elettorale, che – di volta in volta – fosse più vicina al modello tedesco, piuttosto che a quello francese o a quello inglese. 
Naturalmente, queste si sono dimostrate mere illusioni, perché, essendo il dispositivo elettorale un mezzo tecnico, neutro di per sé, esso non può sostituire il vuoto lasciato dalla poltica, quando essa dovesse dimostrarsi insufficiente nel rappresentare le istanze di un popolo e, quindi, delegittimata agli occhi del comune cittadino, che perciò se ne allontana. 
Pertanto, nel coso dell’ultimo ventennio, abbiamo sperimentato tutti i meccanismi possibili, scomodando illustri Professori, nel tentativo di inventare un meccanismo che, da solo, fosse in grado di risolvere i problemi della democrazia italiana, per cui, ad ogni tentativo di riforma, contrariamente alle attese, abbiamo inventato un dispositivo peggiore rispetto a quello precedente, dal momento che i due fattori, che dovrebbe assicurare un automatismo di voto, la rappresentatività e la governabilità, spesso sono stati ben lungi dall’essere rinvenuti, a tal punto che – sia consentita l’irriguardosa comparazione – la ricerca del Santo Graal è apparsa meno problematica e difficile. 
Oggi, pare che tutti abbiano condiviso l’esigenza, per cui il meccanismo non può non essere proporzionale, abbandonando la furia maggioritaria che, negli anni ’90, imperversava nel nostro Paese, grazie a Mariotto Segni e a Pannella. 
Il problema, dunque, si trasferisce altrove: i fattori, che fanno segnare posizioni diverse fra i vari partiti, sono essenzialmente il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento. È, facilmente, intuibile che, in un Paese dove non pochi sono i partiti o i cartelli elettorali, potenzialmente in grado di raggiungere almeno il 3% dei voti, fissare la soglia minima di ingresso in Parlamento al 4%, piuttosto che al 3,5%, può fare la differenza, così come prevedere che il premio di maggioranza scatti al primo turno al 35%, piuttosto che al 40%, può favorire questo o quel partito, che prevede di arrivare più agevolmente al risultato, che gli regalerebbe il controllo assoluto della Camera dei Deputati. 
A dimostrazione del fatto che la crisi di legittimità della politica non può essere curata, solo, attraverso la revisione continua del meccanismo elettorale, ci consta che le discussioni vane di queste settimane peggiorino ancor di più la situazione, per cui, forse, è arrivato il momento che si trovi un dispositivo, perfettamente compatibile con la Costituzione, che rimanga in vita per il maggiore tempo possibile. 
Perché ciò accada, sarebbe necessario costituzionalizzare la legge elettorale per la Camera, visto che il Senato è destinato a divenire non-elettivo: così facendo, ci metteremmo al riparo dal tentativo di questo o quel sedicente leader che, ad ogni stormir di fronde, ipotizza di cucirsi addosso il dispositivo di voto, come se si trattasse di un abito, che si può realizzare su misura. 
Saranno capaci i nostri Parlamentari di innovare così la Costituzione vigente, creando un meccanismo, che sia destinato a durare nel tempo e a non essere oggetto di valutazioni, fortemente, discrezionali e condizionate da interessi, meramente, di bottega? 

Rosario Pesce

 

 

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