Se prevale il buon senso...
Lo spettacolo, che sta andando in scena al Senato, non è edificante, né per il Governo, né per le opposizioni; infatti, l’atteggiamento ostruzionistico tenuto da chi si oppone alle riforme costituzionali – così come sono state definite dai contraenti del Patto del Nazareno – rappresenta un grave vulnus per il funzionamento delle Camere e rischia di dar ragione a chi intende modificare, profondamente, il sistema parlamentare nel suo complesso; per altro verso, anche la condotta dell’Esecutivo, esplicitata dalle parole della Boschi e dello stesso Renzi, non aiuta a determinare un esito felice.
Immaginare, infatti, come fa il Presidente del Consiglio, che le riforme possano essere varate attraverso la logica del braccio di ferro continuo con l’opposizione, è un punto di debolezza ed, invero, non accelera il varo della nuova disciplina costituzionale.
Si è abituati, giustamente, ad immaginare che l’approvazione di un dispositivo legislativo – tanto più quando si tratta di una norma costituzionale e non di una mera legge ordinaria – debba avvenire in un clima di concordia e collaborazione fra maggioranza e minoranza, pur nel rispetto della ovvia diversità di opinioni.
Invece, sin dal primo momento, l’Esecutivo ha tenuto un comportamento, che non si può dire abbia facilitato il percorso delle riforme; scegliere, infatti, in un luogo extra-parlamentare – qual è la Segreteria di un partito – un interlocutore privilegiato e, con questi, costruire un’ipotesi di cambiamento della Costituzione, senza aver prima aperto un dibattito nel Paese e, soprattutto, in Parlamento, inevitabilmente induce l’opposizione a far ricorso a qualsiasi strumento, messole a disposizione dai regolamenti, pur di frenare o arrestare del tutto la vis riformatrice della controparte. D’altronde, la riforma della Carta non può, certo, avvenire per decreto-legge, tanto più quando la forza, che concorre con il Governo a varare il nuovo testo di legge, è formalmente, a sua volta, un partito di minoranza, che non ha votato la fiducia all’Esecutivo in carica e che – anche, solo per mera ipotesi di scuola – potrebbe, in ogni momento, sfilarsi dall’accordo e, quindi, “far saltare il tavolo”, come si dice con felice espressione gergale.
Molto condivisibile ci è apparso, in tale contingenza, l’operato del Presidente Grasso che, consentendo il voto segreto su quelle parti della riforma, per le quali esso è previsto espressamente dal regolamento del Senato, si è fatto garante della legalità nello svolgimento dei lavori dell’Aula; se si vuole uscire dall'impasse, però, è lecito pensare che, innanzitutto, l’Esecutivo debba cambiare modus agendi, in particolar modo dovrebbero – a nostro vviso – cessare talune prove di forza muscolare, buone solo per i media, che così coprono il vuoto estivo di notizie.
È pleonastico sottolineare che l’attuale fase politica si identifica, strettamente, con la figura preminente di Renzi, che ha molta più visibilità di qualsiasi altro esponente di partito, godendo di un consenso, forse, mai detenuto da nessun altro Premier in età repubblicana; però, è anche vero che alcuni suoi comportamenti irritanti, dettati forse più dalla paura, che non da un calcolo razionale, dovrebbero essere messi in sordina, se si intende favorire il dialogo con le opposizioni, così da indurre queste ultime ad abbandonare qualsiasi atteggiamento ostruzionistico.
La nostra democrazia è costruita secondo uno schema costituzionale rigorosamente di tipo parlamentare, per cui ipotizzare di avere una condotta più compatibile con un modello di democrazia tipicamente presidenzialistico, non solo, non aiuta il passaggio ad una nuova fase storica, ma addirittura potrebbe ingenerare un cambio di umore nella pubblica opinione, che non vuole – si presume – continuare ad assistere ad un muro contro muro, sterile e dannoso per le istituzioni repubblicane.
Peraltro, non è da trascurare un dubbio politico, non di secondaria importanza: Renzi, finora, ha individuato in Berlusconi l’unico interlocutore in materia di riforme costituzionali, facendo in modo che qualsiasi tavolo concertativo con il M5S e con SeL saltasse, prima ancora che potesse prendere inizio effettivo.
Ma, tanto più dopo l’assoluzione nel processo di Milano, chi o cosa garantisce l’affidabilità di Berlusconi?
Il Premier è, proprio, sicuro che il Cavaliere sarà sempre fedele al patto sottoscritto a gennaio?
Non sarebbe stato opportuno tenere aperta la strada del dialogo con le opposizioni, così da avere la disponibilità di un secondo interlocutore, nel caso in cui venisse meno il Caimano?
Rosario Pesce