Se il Presidente Napolitano si dimette anzitempo...
Ieri, il Capo dello Stato, nel corso dell’incontro consueto con la stampa, ha ribadito con forza l’interesse del Quirinale per il felice esito dell’iter di riforme, bloccato al Senato per effetto della strategia ostruzionistica, concepita e realizzata dalle opposizioni e dalla minoranza interna del PD.
L’intervento di Napolitano non ha sorpreso nessuno, visto che è ben noto quanto il Presidente della Repubblica, sin dall’inizio del suo primo mandato, si sia speso perché la Costituzione venisse finalmente aggiornata e, quindi, rinovellata secondo le esigenze di un tempo storico – quello attuale – ben diverso dal periodo – il Secondo Dopoguerra – in cui essa venne concepita dai Padri della democrazia.
L’elemento sorprendente è, invece, un altro: il Capo di Stato ha evidenziato il bisogno di vincolare il proprio mandato non alla buona riuscita del percorso riformatore, ma alle ovvie esigenze legate alla sua età, per cui ha fatto intendere che, indipendentemente dal successo del Governo, Egli, al compimento del novantesimo genetliaco, potrebbe dimettersi dalla delicata funzione, cui ha assolto, nel corso degli ultimi otto anni, con grande moderazione e spiccato senso dello Stato.
Naturalmente, una grande preoccupazione è sorta immediatamente dopo le dichiarazioni di Napolitano; nella prossima primavera, non solo per effetto dall'ostruzionismo, oggi in atto nel dibattito parlamentare, le riforme costituzionali, comunque, non saranno ancora pronte, perché il complesso meccanismo legislativo, previsto per varare modifiche alla Carta, impone una doppia lettura del testo di legge in entrambi i rami del Parlamento, oltreché una consultazione popolare, qualora la riforma costituzionale venisse approvata con maggioranza semplice e non qualificata.
Quindi, presumendo che ci possa essere un cambio della guardia al Quirinale, già, nei primi mesi del 2015, siffatto elemento previsionale rappresenta un campanello d’allarme importante per l’Esecutivo e, soprattutto, per la tenuta delle istituzioni, visto che Napolitano ha rappresentato per il Paese un punto di riferimento fondamentale nel periodo di grande incertezza, seguito alle elezioni del 2013, quando tutto il mondo ha guardato al Presidente come l’unico ed autorevole garante degli equilibri democratici della nostra Repubblica: se fossero venuti meno il suo attento lavoro e la sua vigile presenza, il passaggio istituzionale, immediatamente post-elettorale, avrebbe nascosto un maggior numero di insidie rispetto a quelle che, effettivamente, poi si sono incontrate nell’iter di avvio della nuova legislatura e di nomina-conferma dell’inquilino del Palazzo più importante della politica nazionale.
Peraltro, è evidente a tutti che Renzi non potrà aspettare molto, per cui, se l’iter riformatore dovesse incontrare ulteriori difficoltà, è inevitabile che, alla conclusione del semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea, egli possa avere l’interesse legittimo a chiedere a Napolitano lo scioglimento anticipato delle Camere, nell’auspicio che il voto possa dargli una maggioranza parlamentare più coesa ed allineata alle sue volontà.
In tal caso, rischierebbe di ripetersi, nel 2015, la medesima situazione, cui abbiamo assistito nel 2013: un Capo dello Stato, a fine mandato, dovrebbe - dopo l’eventuale nuovo voto - varare il Governo, ipotizzando che i numeri, nelle rinnovate Camere, lo consentano, e poi ufficializzare le dimissioni, sperando che il successore dia continuità al suo straordinario lavoro.
Come si può intuire, dunque, verrebbe meno l’unica certezza istituzionale, su cui si fonda la probabilità, pur minima, che il Parlamento attuale possa, comunque, restituire un risultato convincente alla pubblica opinione, che chiede a gran voce le riforme, ben sapendo che esse costituiscono la precondizione, affinché la politica possa decidere in tempi più rapidi e con maggiore efficienza, rispetto al recente passato.
Non si può, dunque, non auspicare che Napolitano possa, nonostante il peso dell’età, continuare ad assolvere autorevolmente al suo alto ufficio, almeno fino alla definizione della nuova Costituzione; altrimenti, il Paese tornerebbe in una spirale inquietante di incertezza ed insicurezza circa il suo futuro prossimo, politico ed istituzionale, a cui nessun Italiano di buon senso può anelare.
Rosario Pesce