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Oltre la forma-partito...

È evidente a molti che, nell’arco dell’ultimo trentennio, la forma-partito sia andata in difficoltà nel nostro Paese, per cui gli Italiani credono, sempre meno, nella democrazia rappresentativa ed in quella che ne è lo strumento fondamentale di dispiegamento. 
La delegittimazione dei partiti risale, almeno, agli anni Settanta, quando le due principali formazioni dell’epoca si dimostrarono inadeguate nell’affrontare l’emergenza economico-sociale: infatti, in quegli anni, la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista, dopoché si erano affrontati e sfidati sin dal Secondo Dopoguerra, non riuscirono a trovare migliore soluzione che la condivisione di responsabilità, attraverso la politica del “Compromesso Storico”, in virtù della quale i due sfidanti divennero alleati, secondo un ordine che era, ovviamente, contro-natura. 
Da quel momento in poi, il processo delegittimante dei partiti è progredito sempre più velocemente; prova ne è stata la perdita di consensi da parte di DC e PCI, che, mentre prima rappresentavano gli orientamenti di più di tre quarti della pubblica opinione nazionale, nel giro di un decennio, persero rispettivamente almeno un terzo del loro elettorato tradizionale che, a cavallo fra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, dapprima emigrò verso il Partito Socialista craxiano e, poi, via via, verso le nuove formazioni che nascevano alla Sinistra del PCI o nello spazio parlamentare intermedio fra Socialisti e Comunisti. 
Nel corso degli anni Ottanta, in particolare, Bettino Craxi seppe trarre i migliori risultati dalla delegittimazione del principale partito di governo e di quello, più grande, di opposizione, perché ebbe un’intuizione, che tuttora ha un valido fondamento: gli Italiani, stanchi di delegare la propria volontà a partiti diventati organizzazioni ipertrofiche, hanno cominciato ad identificarsi nell’uomo forte che – anche, indipendentemente dalla cultura politica di provenienza – riesce a dimostrare di saper dare una risposta concreta ai loro bisogni, lontani anni luce dagli ideologismi e dalla retorica del passato, tanto più vuoti di senso in un Paese che, per tradizione, non ha mai amato l’ideologia e l’estremismo, siano essi di un colore politico o di quello, diametralmente, opposto. 
Poi, alla fine degli anni Ottanta, la caduta del Muro di Berlino ha contribuito a delegittimare l’ultimo partito, quello Comunista, che ricercava, ancora, un improbabile ancoraggio internazionale, al di là dell’orizzonte atlantico: a quel punto, la delegittimazione della forma partito si è compiuta definitivamente, anche per effetto del quasi contestuale inizio di Tangentopoli, per cui, mentre i Comunisti dovevano inventarsi un nuovo partito, a causa del crollo del sistema sovietico, gli altri - i Socialisti ed i Democristiani - erano impegnati in un’operazione analoga, perché le loro strutture partitiche crollavano sotto i colpi dell’azione giudiziaria, dopoché, per decenni, era stata assicurata l’impunità a chi, occupando posizioni di Governo, inevitabilmente doveva sporcarsi le mani, patrocinando operazioni economico-finanziarie al limite della legalità. 
Siamo, quindi, alla cosiddetta Seconda Repubblica, cioè a quel periodo, di cui stiamo vivendo la fase finale, caratterizzato dalla figura predominante di Silvio Berlusconi che, non provenendo dagli scranni parlamentari, ma dal mondo dell’impresa, ha potuto portare a termine la delegittimazione della politica italiana, chiedendo ed ottenendo i voti con un messaggio radicalmente anti-casta, contrassegnato da toni di forte avversione contro il professionismo dei precedenti rappresentanti partitici, ormai caduti in disgrazia perché, agli occhi degli Italiani, apparivano corrotti e responsabili del fallimento dello Stato, dal momento che, per molti anni, la ricerca del consenso l’hanno perseguita, facendo ampio spreco di danaro pubblico. 
Siamo, così, giunti all’attualità: anche la Sinistra, dopoché per un ventennio ha cercato invano di contrapporre a Berlusconi i suoi uomini migliori, reduci del PCI, ha dovuto modificare atteggiamento e, quindi, si è affidata ad una personalità nuova, Renzi, che non appartiene, per mere ragioni anagrafiche, alla storia politica della I Repubblica e che, portatore di una significativa ventata di anti-ideologismo nello schieramento progressista, si atteggia (o vorrebbe, comunque, farlo) come il novello Principe dell’area di Centro-Sinistra, favorito in tale tentativo dalle disgrazie giudiziarie che, frattanto, non hanno risparmiato né Berlusconi, né quanti, a Destra, potevano eventualmente prenderne il posto in caso di successione, come – su tutti – l’on.Fini. 
Orbene, rifondare la Repubblica, partendo dal primato dei partiti e dal concetto di democrazia rappresentativa, è dunque un’operazione di retroguardia, destinata a fallire miseramente nell’Italia attuale, sia che essa venga promossa dalla cultura progressista, che da quella moderata e conservatrice. 
In particolare, il modello di elezione dei Sindaci ha introdotto, a partire dal 1994, una forma vera e propria di presidenzialismo, anche se relativa, per il momento, solo agli Enti Locali: i cittadini, in sede di elezione amministrativa, hanno imparato infatti ad identificarsi in una personalità e a delegare a lui la soluzione dei problemi del proprio Comune, per cui la funzione di mediazione, prima svolta dai Consigli e dalle Giunte, espressioni di questi ultimi, è saltata del tutto; a livello politico nazionale, pur in assenza di una riforma costituzionale, in grado di trasformare la nostra democrazia da rappresentativa in diretta, è avvenuto qualcosa di simile. 
Infatti, molti nuovi partiti sono nati nell’ultimo ventennio, recando il nome del proprio leader nel simbolo o nel logo elettorale, per cui, se eravamo abituati a vedere nascere prima il partito e, quindi, questo si sceglieva democraticamente il proprio leader - chiamato a rendere conto dell’operato agli organismi dirigenti – oggi, invece, il percorso che si compie è, esattamente, opposto: il leader nasce prima e, poi, egli stesso si forma il proprio partito che, naturalmente, altro non è se non il suo comitato elettorale, di cui fanno parte persone, che provengono pure dalla medesima storia culturale, ma vi rientrano, anche, soggetti legati a lui da interessi e pulsioni di natura extra-politica. 
I sindaci, non a caso, molto spesso non presentano, neanche, il simbolo di partito in occasione della competizione elettorale, correndo con liste civiche, al cui interno si possono trovare ex-democristiani, ex-comunisti, ex-socialisti, ex-fascisti, ex-laici. 
Evidentemente, anche questi nuovi leader – Sindaci o Presidenti di Regione, che siano – devono compiere un ciclo vitale, che si sostanzia nel doppio mandato a livello locale e, poi, nel balzo verso il Parlamento Nazionale, dove, facendovi ingresso pur sotto il vessillo necessario di un partito tradizionale, continuano ad essere portatori di interessi meramente localistici e, talora, di origine lobbistica. 
I media – la televisione, prima, e la rete, dopo – hanno dato un contributo essenziale nel corroborare simili fenomeni , destinati a durare non più di una stagione, più o meno lunga, ma soprattutto colpevoli di non lasciare né formazione, né seguito, quando essi si spegneranno. 
Così, dopo aver visto quasi fallire lo Stato italiano, ora assistiamo al fallimento della democrazia, come questa ci è stata insegnata dai classici della scienza della politica: la Rivoluzione Francese ci ha regalato la forma-partito; la caduta del Comunismo, a distanza di due secoli, e la trasformazione profonda dei rapporti sociali ed economici ci hanno introdotti in una nuova epoca, di cui facciamo fatica a tratteggiare gli elementi caratterizzanti fondamentali. 
Certo è che, se si parla con l’Italiano medio, quando sente la parola “partito”, non si può non notare una reazione, quasi, di natura allergica da parte sua, come se la corruzione, la criminalità, lo sperpero delle pubbliche ricchezze, il carrierismo, il malaffare siano tutti mali strettamente dipendenti dall’organizzazione, su base partitica, della vita civile e politica dello Stato moderno. 
Pertanto, dovremmo abituarci, forse, a vivere in una dimensione democratica, che aspira a fare a meno dei partiti? 
È possibile un apparato democratico senza i partiti, costruito solo su comitati elettorali e lobby, più o meno legali? 
È immaginabile un Governo democratico privo del contrappeso di un Parlamento autorevole? 
È auspicabile trasferire il modello dei governi locali a quello nazionale? 
Sono, questi, quesiti su cui si interrogano giornalisti, opinionisti, studiosi di scienza della politica: tutte le risposte, finora elaborate, danno un esito negativo, visto che l’imbarbarimento della vita statuale e comunitaria è sotto l’occhio di tutti, cittadini ed osservatori attenti. 
Forse, dovremmo iniziare a credere in un arrivo messianico, che rimetta in ordine i cocci di un sistema, che si è rotto, ormai, due generazioni fa? 

Rosario Pesce

 

 

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