Se i cittadini chiedono maggiore democrazia...
Un sondaggio, commissionato da un’importante rivista italiana, ha dimostrato un dato non trascurabile: gli Italiani, pur non conoscendo a pieno i contenuti della riforma costituzionale, che giace in Senato, chiedono a gran voce il sacrosanto diritto alla partecipazione, per cui i tre quarti delle persone intervistate gradirebbero, ad esempio, il potenziamento e non lo smantellamento del sistema bicamerale, attraverso la nascita di una Camera alta, che si formi, sempre, con il voto diretto dei cittadini.
È, questo, un dato fondamentale; infatti, gli assertori della riforma, per giustificare la nascita del nuovo modello di Senato, non più elettivo, hanno spesso fatto riferimento alla tendenza della pubblica opinione, tesa ad ottenere la diminuzione dei costi della politica e, di conseguenza, maggiore efficienza, come se questi due valori, pur doverosi in tempi di crisi economica e finanziaria, siano preponderanti rispetto alle esigenze di democraticità, pure insite negli orientamenti della popolazione italiana.
Di tutti i punti della riforma, proposta da Renzi e sostenuta da Berlusconi, quello del Senato non elettivo è, certamente, il più rilevante: infatti, riconoscere ai Consigli Regionali la facoltà di nominare i Senatori appare una forzatura di non poco peso, seppur giustificata dal fatto che i nuovi membri del Senato non riceverebbero diversi e maggiori emolumenti rispetto a quelli che, già, percepiscono per lo svolgimento della funzione di deputati regionali.
È evidente a tutti che si creerebbe un ceto politico, ancora, più auto-referenziale di quello esistente: nei vari Consigli Regionali d’Italia si aprirebbe una gara ad essere eletti Senatori, visto che la nomina a Palazzo Madama comporterebbe il diritto all’impunità parlamentare e sappiamo bene che la percentuale più alta di indagati è, oggi, quella che vede per protagonisti quanti siedono nelle Assemblee Regionali.
Inoltre, rendere il Senato una Camera non elettiva finirebbe per accentuare i tratti di professionismo della politica, che è, invero, il male maggiore del nostro Paese: dopo un limitato numero di mandati, svolti in qualsiasi funzione elettiva, è giusto, secondo noi, che si lasci spazio all’iniziativa di altri, mentre, qualora passasse la nuova legge di riforma, si verificherebbe un’ulteriore cristallizzazione della casta dei politici, i quali concepirebbero la nomina senatoriale come il momento culminante di un “cursus honorum”, al cui vertice, appunto, nei loro desiderata, può collocarsi bene un mandato nella più antica e prestigiosa Camera del Parlamento nazionale.
Pertanto, se si legge bene il testo di riforma, presentato dal Governo, si capisce che non ci sarebbe alcun miglioramento effettivo della condizione odierna, se non per una lieve diminuzione dei costi, che si può conseguire, anche, per altra via, abbattendo più o meno drasticamente il numero dei Senatori odierni e diminuendone le indennità, riportandole ai livelli della media europea, che è, circa, pari ad un terzo del dato italiano.
Peraltro, con la riforma attuale, inizierebbe un percorso non virtuoso per il sistema della partecipazione; i Consigli Provinciali sono stati già aboliti; verrebbe cancellato, dunque, anche il Senato elettivo, per cui si trasmette alla popolazione un messaggio distorto, per effetto del quale il sostantivo “democrazia” rischierebbe di confondersi con i termini “corruzione” e “costo”, che sono sgraditi, naturalmente, ai cittadini-contribuenti. Saremmo in presenza di una deformazione, che non verrebbe corretta dalla revisione costituzionale, ma forse addirittura amplificata, con la complicità di un clima di sostanziale assopimento dei poteri critici dell’opinione pubblica, distratta dalla prospettiva del risparmio, che si andrebbe a monetizzare, comunque, non prima di una legislatura.
Siamo certi che l’Italia non ha bisogno di una riforma di mera facciata – potenzialmente pericolosa e dannosa – e, forse, sarebbe più giusto fermarsi a riflettere, per meglio elaborare un modello più organico e, compiutamente, partecipativo di democrazia parlamentare.
Rosario Pesce