La Resurrezione del Caimano
La sentenza di assoluzione di Berlusconi, nel processo di secondo grado in merito alla vicenda Ruby, rappresenta un fatto di fondamentale importanza nella storia recente del nostro Paese: infatti, il patron di Mediaset esce incolume da un procedimento giudiziario estremamemte serio, su cui egli ha rischiato di perdere la credibilità residuale.
Non tocca a noi mettere in discussione le sentenze: queste vanno semplicemente rispettate, sia quando sono gradite, sia quando possono ingenerare opinioni contrastanti; al tempo stesso, non apparteniamo alla schiera di commentatori, che hanno voluto ipotizzare, nel verdetto inatteso della Corte d’Appello di Milano, regie occulte o, addirittura, scambi di natura politica.
Le sentenze sono espressione del potere giurisdizionale della Magistratura e, qualsiasi ombra venga paventata, essa rappresenta una “deminutio” verso un Ordine - come quello delle toghe – che, invece, deve essere rispettato, in quanto il suo lavoro è un fattore di legalità e, di conseguenza, di garanzia e salvaguardia dello Stato.
Pertanto, nel presente contributo, non abbiamo alcun interesse a rifare il processo: qualora ci siano stati errori formali o di legittimità, sarà eventualmente la Cassazione a rilevarli e, se ne ravviserà gli estremi, ordinerà la ripetizione del processo di II grado.
A noi, invece, tocca fare una serena valutazione degli effetti politici della sentenza, visto che essa, inevitabilmente, ne produce: Berlusconi, come l’Araba Fenice, sembra risorgere sempre dalle sue ceneri, per cui, quando appare definitivamente fuori dalla scena istituzionale, egli vi fa ritorno con prepotenza e volontà di protagonismo, che nessun’altra personalità politica dell’ultimo ventennio ha avuto.
Naturalmente, l’assoluzione del capo di Forza Italia dà nuova serenità al suo partito, che, da sei mesi circa, collabora con il Governo Renzi per condurre in porto le riforme della legge elettorale e della Carta Costituzionale, che noi stessi, in precedenti articoli, abbiamo criticato nel merito.
Il successo giudiziario di Berlusconi, riportando l’ex-Presidente del Consiglio alla ribalta, indubbiamente dà rinnovata forza al processo riformatore; se, infatti, Berlusconi fosse stato condannato, il suo partito si sarebbe sciolto e, dunque, sarebbe stato poi molto difficile rimettere insieme i vari cocci e far sì che essi, unitariamente, potessero dare un contributo all’iter di riforme, voluto ed avviato dal Premier attuale.
Per altro verso, però, Berlusconi, nei prossimi mesi, potrebbe essere tentato dal desiderio di far saltare il tavolo, come si dice in gergo; è evidente a tutti che la conclusione felice della revisione della Costituzione rappresenterebbe la consacrazione definitiva di Renzi e, se il patron di Mediaset nutre ancora qualche residua speranza di tornare ai vertici dello Stato - dopoché avrà scontato la pena inflittagli nell’ambito del processo Mediatrade - egli dovrà, necessariamente, far fallire il progetto ambizioso renziano, per riproporsi all’elettorato moderato come unica ed ultima àncora di salvataggio della democrazia italiana.
Un ruolo non secondario, di certo, sarà quello dell’attuale Capo di Stato, che – con pazienza certosina – ha ricucito i rapporti fra Destra e Sinistra, in un momento delicatissimo della nostra storia recente, avviando quel dialogo che, per il momento, sta dimostrando di reggere, per cui abbiamo fondate ragioni per credere che, fino a quando l’inquilino del Quirinale sarà l’odierno Presidente della Repubblica, Berlusconi non metterà in scena tiri mancini e, quindi, si andrà avanti – anche, con speditezza – verso la conclusione della stagione di riforme della Carta fondativa della nostra comunità statuale.
Certo, in un momento di felicità per l’entourage berlusconiano, non si può, comunque, dimenticare che il patron di Mediaset è coinvolto in altri procedimenti giudiziari, avviati a Napoli e a Bari, per cui non è, ancora, scongiurata la possibilità che Berlusconi possa essere messo fuori gioco per via penale; noi, però, apparteniamo alla schiera di Italiani, che hanno sempre creduto che le vere e definitive sconfitte dei propri avversari sono quelle che si consumano per via politica e non nelle aule dei Tribunali, dove si deve discutere del futuro civile di un imputato e non si devono determinare le sue fortune istituzionali.
Rosario Pesce