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Se le riforme peggiorano la qualità della nostra democrazia...

Il dibattito sulle riforme sta entrando nel momento fondamentale, visto che, nelle prossime settimane, l’Aula del Senato dovrà licenziare, in prima lettura, il testo uscito dalla Commissione. 
Ormai, il contesto generale si va sempre più chiarendo: Renzi ha blindato l’accordo con Berlusconi, il quale, a sua volta, non può fare a meno di seguire il Premier, in quanto sa bene che un suo eventuale diniego potrebbe costargli l’arresto, per cui, dopo aver ricevuto una condanna definitiva ed in attesa di riceverne, forse, una seconda dalla Corte d’Appello di Milano, in merito al caso Ruby, non può non fare il “bravo”, non ostacolando il percorso riformatore e, soprattutto, atteggiandosi da Padre della Patria. 
Noi non abbiamo mai contestato il fatto che Renzi facesse o tentasse di fare la Grande Riforma della Costituzione con il capo di un partito, su cui pendono procedimenti penali così gravi, come quelli in svolgimento contro Berlusconi ed, in parte, approdati anche alla Corte di Cassazione, per il giudizio definitivo. 
Contestiamo, invece, duramente il merito, sia dell’ipotesi di riforma costituzionale, che di quella relativa alla legge elettorale, che rappresenta il completamento di un progetto di profonda trasformazione della democrazia italiana. 
Andiamo con ordine: gli Italiani devono avere il diritto – secondo noi – di scegliere il parlamentare, per cui il principio della lista bloccata deve scomparire dal futuro meccanismo elettorale: o si introduce un automatismo proporzionale con preferenza o si ricorre al maggioritario con collegio uninominale. Sono, queste, due opzioni plausibili: spetta al legislatore valutarle, ma in nessun caso si può immaginare di tornare alle urne, non riconoscendo la possibilità al cittadino di scegliere il proprio rappresentante nell’Assemblea più importante del sistema democratico. 
Inoltre, non ci convince la cancellazione del Senato attuale e, quindi, del bicameralismo perfetto odierno; le ragioni finanziarie addotte si possono facilmente aggirare, se si riduce drasticamente il numero dei componenti delle due Assemblee, magari dimezzandone la composizione, per cui i 945 parlamentari eletti sarebbero ridotti ad una cifra più compatibile con il bilancio pubblico, senza però intaccare il principio per cui una legge, prima di divenire tale, deve essere approvata da entrambi i rami del Parlamento. 
Creare un Senato delle Autonomie è, tecnicamente, un’aberrazione: i consiglieri regionali, infatti, vantano un potere legislativo di secondo livello ed è giusto che questo loro potere non venga confuso con quello tipico dello Stato centrale; altresì, non ci appare corretto portare in Senato una truppa di sindaci: essi esercitano un potere amministrativo, per cui devono gestire gli Enti Locali e, certo, pare strano che a loro debba essere attribuito, inoltre, un potere legislativo in materie sulle quali, invece, già intervengono in sede di gestione: se andasse in porto la riforma, dovrebbero elaborare, ad un tempo, gli indirizzi ed esserne organo di amministrazione. Mi pare, sinceramente, un po’ troppo, anche per chi, per essere eletto, riceve un suffragio diretto da parte dei cittadini. 
Non ci convince, inoltre, il premio di maggioranza, previsto dalla proposta in discussione: un partito o una coalizione, con poco più di un 1/3 del consenso degli elettori andati al voto, prenderebbe più del 50% dei seggi camerali, cioè avrebbe il controllo assoluto dell’unica Camera elettiva del Paese, pur potendo contare, appunto, su un consenso minoritario. 
Rodotà, parlando in merito all’ipotesi renziana di riforma della Costituzione e del meccanismo di voto, ha usato toni molto forti, denunciando la trasformazione del modello di democrazia del Paese, per cui il Governo, oggi potere fra i poteri dello Stato, diventerebbe invece il principale attore dell'apparato politico-istituzionale, visto che il Presidente del Consiglio potrebbe, in quanto capo del partito più grande, scegliere i parlamentari ed obbligarli ad un’assoluta obbedienza e cieca disciplina, in quanto “nominati” e non eletti; inoltre, mancando ogni fattore di compensazione, perché al Senato delle Autonomie non viene data la prerogativa di esprimere la fiducia all’Esecutivo, di fatto si crea un’inversione dei rapporti di forza, fra la sfera legislativa e quella governativa, pericolosa in quanto uno dei poteri dello Stato prevarrebbe, in modo fin troppo evidente, sugli altri due, considerato anche il fatto che un Parlamento monocamerale di nominati continuerebbe a scegliere la quota di sua spettanza di componenti del C.S.M., attraverso cui la politica, inevitabilmente, tenterebbe di far sentire il proprio peso ai danni del potere giudiziario. 
Questa ipotesi, pertanto, complessivamente considerata, è più dannosa che utile all’Italia; non possiamo, però, non auspicare che un processo riformatore giunga a conclusione, perché l’Italia non può permettersi l’ennesima legislatura priva di uno sbocco riformatore. 
È giusto, allora, che Renzi ascolti i consigli saggi, che gli provengono dalla minoranza del suo partito, da intellettuali e costituzionalisti, che, animati da senso civico, difendono oggi la Costituzione da un’aggressione, legittimata dall’esigenza di risparmio e dal sentimento di antipolitica, fortissimo fra la pubblica opinione. 
Non si può, però, ipotizzare di realizzare un processo riformatore contro il parere della parte più avveduta e sana del popolo italiano; già una volta, nel 2001, si è fatta una riforma della Costituzione, quella del Titolo V, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il regionalismo e l’autonomismo, introdotti in quel momento storico, hanno ampliato notevolmente il debito pubblico, perché si sono moltiplicati a dismisura i centri di spesa, e, soprattutto, si è incrementato il numero di contenziosi dinnanzi alla Consulta, in merito alle materie di competenza concorrente, su cui il legislatore ha lasciato gravissimi vuoti normativi, colmati dall’interpretazione della Consulta, con notevole danno per l’efficienza della Pubblica Amministrazione. 
Nessuno, nel Paese, in nome dell’emergenza finanziaria, vuole costruire una democrazia autoritaria, ma tutti teniamo a consolidare le conquiste di libertà, civiltà e democrazia, fatte dai nostri nonni; in tal senso, ci saremmo aspettati che la disciplina costituzionale, in materia referendaria, prevista dalla bozza renziana-berlusconiana, cambiasse favorendo la partecipazione popolare ed, invece, leggendo il testo, si scopre che è previsto l’aumento del numero di firme per chiedere l’indizione di una consultazione referendaria e, contrariamente alle aspettative, non viene introdotto il referendum propositivo, fattore autentico di democrazia, che i Paesi anglosassoni conoscono da decenni e mai disciplinato, purtroppo, dal legislatore italiano. 
Anche, i poteri economici stanno chiedendo una svolta riformatrice nel corso della legislatura odierna; certo è che non si può, con un colpo di spugna, cancellare ciò che le generazioni precedenti hanno costruito con il sudore ed il sangue versati nel corso delle lotte partigiane. 
Ancor di più, Renzi non può inviare al Paese un messaggio sbagliato, perché, riconoscendo il privilegio dell’immunità ai prossimi parlamentari, fa intendere che il ceto politico, che sarà prodotto dai nuovi assetti costituzionali, si chiude a riccio, in difesa di prerogative avvertite come ingiuste ed illegittime, apparendo come una casta rinnovata, meno nutrita, ma più forte di quella che abbiamo conosciuto, già, negli anni della Prima e Seconda Repubblica. 
Renzi è un leader intelligente e destinatario di un consenso amplissimo, in questo momento: siamo sicuri che utilizzerà tale popolarità per migliorare e non per peggiorare la qualità del nostro vivere sociale e delle istituzioni repubblicane; altresì, ipotizziamo che le minoranze, presenti in Parlamento, dimostreranno nelle prossime settimane la giusta ragionevolezza nel trovare, di concerto con il Governo, il compromesso migliore fra le istanze del “Palazzo” e le richieste popolari, spesso contraddittorie, in modo stridente, fra loro. 


Rosario Pesce

 

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