stop alla guerra!
La notizia di questa settimana, ormai prossima alla conclusione, è la ripresa del conflitto arabo-israeliano, che sta mietendo un numero altissimo di vittime, fra civili e bambini, che cadono sotto le bombe dell’una e dell’altra parte, senza possibilità alcuna di sottrarsi al fuoco portatore di morte.
Il conflitto in Palestina non nasce invero oggi, visto che affonda le sue origini nell’immediato Secondo Dopoguerra, quando venne consentito ad Israele di nascere come Stato pienamente legittimato dal consesso internazionale, mentre agli Arabi non venne data la medesima possibilità, per cui questi ultimi si trasformarono, da padroni di casa, in ospiti di uno Stato, che non desiderava la loro presenza e che, soprattutto, impediva la formazione di un’analoga identità statuale, seppur con caratteristiche religiose diverse dalla proprie.
Il sionismo, poi, è stato l’elemento che ha impresso un’accelerazione notevole a quel triste fenomeno di progressiva espulsione degli Arabi dalla terra, dove sono nati: il ritorno, infatti, dall’Europa degli Ebrei, che erano sopravvissuti alla Shoah, poteva essere favorito solo se, a questi, fosse stata riconosciuta la possibilità di crearsi una vita nuova, laddove, fino al maggio del 1948, Arabi ed Ebrei avevano vissuto in sostanziale amicizia, dal momento che entrambe le popolazioni erano sotto il giogo inglese.
Oggi, a distanza di sessant’anni, circa, da quegli eventi e dopo il formale riconoscimento della nascita dello Stato Palestinese, sia pure su una fetta di territorio di gran lunga inferiore rispetto a quella cui avrebbero avuto diritto le popolazioni arabe, il conflitto non è sopito, perché non è mai venuta meno la ragione dello stesso: il controllo pieno della città di Gerusalemme e la difficile coabitazione nei territori di Gaza e della Cisgiordania, laddove Arabi ed Ebrei vivono separati da un muro, che è psicologico, prima ancora che fisico e politico-militare.
Il mondo si divide, come spesso accade in queste circostanze, fra filo-sionisti e filo-palestinesi: atteggiamento, questo, sbagliatissimo, perché non siamo di fronte ad una partita di calcio e non bisogna, pertanto, distinguersi fra supporters di una squadra ovvero dell’altra. Infatti, gli atteggiamenti faziosi, oltreché animare ulteriormente il conflitto, dividono la pubblica opinione mondiale in due schieramenti, che, poi, non hanno agio nell’incontrarsi e nel dialogare, mentre solamente il dialogo - sia fra opposte fazioni ideali, che fra le rispettive rappresentanze politico-diplomatiche - può determinare l’exit-strategy da una situazione sempre più problematica e, naturalmente, pericolosa per gli organismi internazionali, che stanno misurando – una volta ancora – la loro impotenza.
Purtroppo, come in passato, l’ideologia contribuisce, vieppiù, a non identificare la via d’uscita: infatti, non si può negare come l’antisemitismo di matrice nazi-fascista, tipico del XX secolo, sia stato sostituito da uno anche più diffuso - planetario e di matrice sedicente neo-comunista - rispetto al quale lo Stato d’Israele non può che difendersi, per assicurarsi la giusta sopravvivenza.
Siffatti atteggiamenti ci portano molto lontano dalla soluzione, che solo le grandi potenze mondiali (U.S.A., Cina e Russia) possono individuare e praticare, tenendo conto degli spazi di manovra loro concessi dagli attori, militari e politici, di queste settimane.
Non si può, altresì, non notare l’assenza dell’Europa, che non ha una sua posizione autonoma, così come è, già, avvenuto nel recento caso della conflittualità russo-ucraina: gli interessi inglesi, da una parte, sodali di quelli americani, e quelli franco-tedeschi, dall’altra parte, sono così contrapposti da impedire all'Unione di parlare al mondo con una sola voce, che non sia la mera riduzione di quella del Paese europeo più potente o più direttamente implicato nelle vicende belliche, di cui, di volta in volta, si discute.
Ancora di più si nota l’assenza dell’Italia, che, se ai tempi di Craxi ed Andreotti, aveva acquisito un orientamento manifestamente filo-arabo, oggi invece tende a defilarsi, anche perché, negli anni della Seconda Repubblica, si è avvicinata alle posizioni dell’atlantismo più spinto, sia sotto i Governi a guida berlusconiana, che a guida ex-comunista e progressista.
Nell’auspicio, pertanto, che si torni a recitare un ruolo da protagonista, non possiamo non rimarcare che è giusto discutere di politica estera, come di politiche del lavoro, perché il dibattito parlamentare italiano non può ridursi ad un ripetitivo e stucchevole refrain su riforme della Costituzione e dei sistemi elettorali, che forse mai si faranno.
Rosario Pesce