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Un calcio alla miseria e alla disuguaglianza di Rosario Pesce

Inizia, oggi, la più importante rassegna calcistica a livello mondiale, una competizione che si ripete con cadenza quadriennale, in grado di attirare nel Paese, che l’ospita, investimenti per centinaia di milioni di dollari. Non è un caso se alcuni Stati, nel corso della storia recente, hanno fatto ricorso perfino alla corruzione, pur di convincere la Fifa ad assegnare loro il Mondiale: un episodio simile avrebbe riguardato, nei mesi scorsi, anche il Qatar, i cui responsabili federali hanno fatto ricorso, stando alle accuse emerse, ad un copioso ed illecito uso di denaro, pur di ottenere la Rassegna sportiva del 2022. 
Per il Brasile, Paese protagonista dell’edizione del 2014, l’organizzazione del Mondiale cade in un momento storico di particolare rilievo: l’inizio del XXI secolo è coinciso, infatti, con l’ascesa economica di alcune nazioni, fra cui annoveriamo lo Stato sudamericano, l’India, la Russia, che sono in grado di competere con le potenze tradizionalmente conosciute, quali U.S.A. e Cina. 
Pertanto, il mese, che ci apprestiamo a vivere, rappresenta per quello Stato una chance unica per mettere in evidenza i progressi economici realizzati negli ultimi decenni: i problemi, tuttavia, non mancano. 
Infatti, come ai tempi della rivoluzione industriale in Europa, nel secolo XIX, lo sviluppo è coinciso con l’esplosione di conflitti sociali molto forti, che in Brasile sono ancora più rilevanti, visto che le disparità fra ceti ed etnie sono sempre state all’ordine del giorno. 
Nel corso dei giorni immediatamente precedenti l’inizio della competizione, non sono mancati episodi di scioperi e violenze, che fanno emergere l’immagine peggiore di un Paese, che ancora molti passi deve compiere, perché possa essere considerato al medesimo livello delle civiltà più evolute del vecchio continente. 
La macchina burocratica brasiliana è apparsa molto lenta e, soprattutto, i corpi di polizia hanno compiuto atti cruenti, che non sarebbero loro consentiti in Europa, a dimostrazione che la democrazia – sia quella economica, che dei diritti civili – si costruisce lentamente e fra non poche difficoltà: il P.I.L. non può essere considerato come l’unico parametro necessario e sufficiente per misurare il grado di sviluppo dei Paesi emergenti, forieri al loro interno di gravi contraddizioni, che ne minano l’immagine sul piano internazionale. 
La pace e la concordia sociale sono valori, in assenza dei quali perde importanza qualsiasi altro misuratore della ricchezza di un popolo: naturalmente, essi sono il risultato di un processo di armonizzazione della crescita produttiva di un popolo che, affinché possa essere considerato tale, non deve presentare grandi disequilibri al suo interno. 
La realtà brasiliana, invece, è caratterizzata da un gap fortissimo fra ceti ricchissimi ed aree (quelle delle favelas, ad esempio), che vivono ai margini dello sviluppo industriale e rappresentano una potenziale bomba sociale, che può esplodere in un momento storico delicato, come l’attuale, nel quale sul Brasile convergono le attenzioni del resto del mondo. 
Purtroppo, neanche la Chiesa Cattolica ha potuto svolgere in quei luoghi, finora, la sua tradizionale funzione di mediazione, visto che il Brasile è una realtà dove il Cattolicesimo viene, sovente, contrastato da forme, anche, radicali di Cristianesimo Protestante ed evangelico; l’esistenza di un Governo di Sinistra, ormai da anni, non ha attenuato le disparità sociali, dal momento che l’attenzione degli ultimi due Presidenti della Repubblica si è, colpevolmente, soffermata più sulle istanze di sviluppo, che non su quelle di natura egualitaria. 
Il Campionato Mondiale di calcio, che avrà inizio nelle prossime ore, pertanto costituirà un’occasione importante per la comunità brasiliana, solo se essa prenderà coscienza di formare un’unica identità nazionale, pur nelle forti e stridenti differenze attuali; se, invece, bianchi e neri, cattolici e protestanti, ricchi e poveri, dopo un simile evento, continueranno a considerarsi come due popoli distinti, seppur abitanti sul medesimo suolo patrio, la scommessa allora sarà persa e non basterà, certo, una prodezza di Neymar o Fred per dare spirito di unità a chi non la possiede sin dai tempi del colonialismo europeo, agli albori della prima età moderna. 

Rosario Pesce

 

 

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