La democrazia ibrida
Il concetto di democrazia ibrida, coniato da Ilvo Diamanti, è stato l’oggetto di una riflessione, condotta da Lucia Annunziata, che - presso il Teatro San Carlo di Napoli - ha visto come protagonisti lo stesso Diamanti, Mauro Calise e Stefano Rodotà.
È indubbio che il tema sia attualissimo, perché, mai come oggi, si avverte nel nostro Paese il bisogno di una proficua discussione intorno ad una delle tematiche centrali della politologia e della sociologia politica: il nostro sistema istituzionale, gli orientamenti di voto degli Italiani, gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia e volti alla ricerca del consenso, sono sempre più “ibridi”, per cui un aggettivo, troppe volte confuso con il sinonimo dispregiativo “meticcio”, acquisisce invece un significato positivo.
Si rende ibrido ciò che si intende migliorare e molti avanzamenti deve, certamente, realizzare l’impianto costituzionale, affinché un testo, concepito nel biennio 1946/47, sia finalmente rispondente alle problematiche di un secolo e, soprattutto, di un momento storico ben diversi rispetto al Secondo Dopoguerra.
La posizione di Rodotà è ben nota: egli è divenuto, nei mesi scorsi, il punto di riferimento di una vasta area politico-culturale, che si contrappone al disegno riformatore di Renzi, sia per quel che concerne il progetto di abolizione del bicameralismo, sia in tema di legge elettorale.
La posizione del costituzionalista è chiarissima ed è espressa con un rigore ed una lucidità, che pochi altri intellettuali vantano nel nostro Paese: la democrazia – egli argomenta – si basa su un principio rappresentativo, che ha consentito all’Italia di fare enormi progressi, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, quando la contingenza parlamentare, di fatto, obbligò DC e PCI a collaborare, in nome delle sorti progressive degli Italiani.
Oggi, a distanza di venti anni da Tangentopoli e tanto più dopo i recenti scandali giudiziari, la Costituzione viene messa in discussione da quanti sostengono – come il Presidente del Consiglio – che le giuste esigenze di rappresentatività non devono anteporsi a quelle di governabilità, che sono messe a dura prova da un sistema politico-istituzionale, sofferente per ritardi atavici.
In tal senso, la riduzione del Parlamento ad un’unica Camera e l’introduzione contestuale di una legge elettorale con forte premio di maggioranza non possono che agevolare il processo decisionale, consentendo all’Esecutivo di imprimere la propria direzione di marcia all’intero sistema democratico e all’apparato burocratico-amministrativo, che da esso discende.
Evidentemente, su tale tematica, molto forte ed aspro è il confronto fra Rodotà e quanti la pensano come il Premier: il primo immagina, infatti, una democrazia costruita ancora sui partiti, che oggi non esiste più, in quanto la deriva plebiscitaria, che egli individua nel progetto riformatore di Renzi, è già presente nelle cose, prima ancora che nella lettera dei disegni di legge, presentati e discussi, finora, nelle aule parlamentari.
Veniamo, dunque, al punto nodale dell’intera discussione: la Costituzione, che i nostri Padri hanno costruito nel Dopoguerra, è imperniata sul primato dei partiti, che, dopo il Fascismo, furono individuati come l’elemento di garanzia contro qualsiasi ipotesi di ritorno al regime; oggi, i partiti, nel sentimento diffuso fra gli Italiani, non sono più visti come elementi di garanzia, ma sono loro addebitate le responsabilità per la corruzione dilagante e la crisi economica conseguente.
Pertanto, fra la dotta riflessione di Rodotà e la sensibilità prevalente nella pubblica opinione, esiste un divario notevole, che si può sintetizzare nel diverso giudizio di valore, che viene dato al ruolo e alla presenza partitica nella vita, politica e civile, del Paese.
D’altronde, la Costituzione formale, più volte, è stata cambiata di fatto: con la discesa in campo di Berlusconi, nel 1994, gli Italiani per la prima volta hanno votato un leader e non un partito, in nome di un sentimento dilagante di avversione alla politica ed ai molteplici professionisti, che di essa vivono: oggi, quel medesimo sentimento, non inferiore per intensità, premia Renzi ed, in un prossimo futuro, potrebbe premiare un leader diverso, appartenente o all’estrema Destra o alla Sinistra, che non si identifica nel PD.
Quindi, la riflessione, pur legittima di Rodotà, si scontra con un dato, ormai permanente, insito nella società italiana e nelle tendenze elettorali dell’ultimo ventennio: in tale prospettiva, per quanto nobile sia, la sua posizione rischia di divenire (o di apparire) - suo malgrado - “conservatrice”, perché difenderebbe, agli occhi di milioni di Italiani, dei privilegi, che invece vanno eradicati immediatamente; non è certo un caso, se si individua per “casta”, sempre e comunque, quella dei politici, mentre altre massonerie ed altri notabilati, pur privilegiati dall’ordinamento costituzionale attuale, non vengono toccati dagli strali dei cittadini italiani.
Peraltro, c’è un altro elemento, sul quale la riflessione di Rodotà non si sofferma: la Costituzione italiana, sia nella versione del 1948, sia in quella che, in futuro, sarà decisa dal legislatore, fissa regole e principi generali che valgono per uno Stato, che ha perso ormai la sua sovranità rispetto a quella detenuta nel recente passato, nella misura in cui l’Unione Europea impone orientamenti cogenti di politica monetaria, che condizionano fortemente il potere di spesa di una nazione, vincolandolo a decisioni fortemente impopolari, perché si fa obbligo agli Stati nazionali di tagliare la spesa sociale, pur di fare cassa e raggiungere gli obiettivi finanziari, fissati a monte dagli organismi comunitari.
Quindi, la discussione andrebbe spostata dal piano meramente nazionale a quello europeo, almeno fino a quando l’Italia e gli altri Stati decideranno di far parte dell’Unione, sia da un punto di vista politico, che monetario.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che una riforma della Costituzione è già avvenuta nel 2001, quando venne modificato il Titolo V e vennero cambiati, radicalmente, i rapporti fra l’Amministrazione centrale e le autonomie regionali e locali, creando di fatto uno Stato semifederalista, che delega funzioni importanti ad organismi, le Regioni, che sono diventati meri centri di spesa fuori da ogni controllo e, di conseguenza, responsabili dell’ampliamento del debito pubblico, molto più di quanto non lo fossero stati i partiti della cosiddetta I Repubblica ed i loro orientamenti di governo nel corso degli anni ’80.
Ancora, appare troppo arretrata la posizione di chi vede nel semipresidenzialismo alla francese un motivo di preoccupazione per le sorti del Paese: gli Enti Locali sono già governati da giunte, il cui vertice è eletto direttamente dai cittadini, come accade per i Comuni che, nel corso degli ultimi venti anni, hanno prodotto la classe dirigente italiana, molto più di quanto non abbiano fatto gli stessi partiti; se l’elezione diretta del vertice politico non è idonea per il Governo centrale, allora anche a livello locale – mi piacerebbe chiedere a Rodotà – perché non torniamo al sistema rappresentativo puro, eleggendo dei consiglieri e delegando a loro, poi, il compito di indicare il Sindaco e di contribuire a formare con questi la Giunta, come accadeva in Italia fino al 1994?
D’altronde, se un principio è antidemocratico, è giusto che sia avvertito come tale a qualsiasi livello, dal centro alla periferia.
Come si nota, dunque, il dibattito è aperto e ciascuna delle due parti porta argomentazioni, che si prestano a confutazioni e a contro-deduzioni, che potrebbero alimentare la discussione senza limiti temporali; ma, l’Italia non può aspettare così tanto, per cui, se è vero che la democrazia odierna non può non essere ibrida, non possiamo non meravigliarci quando chi professa il carattere positivo di un sistema non puro, poi invoca ragioni assolute, quasi fideistiche, che poco spazio lasciano all’ibridazione ed, in particolare, non consentono che l’Italia possa, per via meramente empirica, iniziare a progredire, sperimentando novità che, solo dopo la loro concreta attuazione, potranno indicarci il senso dell’ulteriore ed incessante cambiamento.
Rosario Pesce