W la Repubblica
La ricorrenza del 2 giugno ci impone una riflessione, che tiene conto di elementi della nostra storia recente e di fattori della cronaca politica.
A settant’anni circa, infatti, dal referendum, che decise la forma dello Stato italiano, il Paese si trova a vivere la situazione più delicata del secondo dopoguerra: infatti, è evidente a tutti che la crisi economica, congiunta ad una forte mancanza di fiducia dei nostri concittadini nel funzionamento corretto delle istituzioni democratiche, può in futuro logorare il tessuto civile della società molto più di quanto esso non sia, già, effettivamente danneggiato.
Alcuni partiti, come quello grillino, trovano pertanto un percorso già segnato e, molto facilmente, essi lo percorrono fino in fondo, creando un clima ulteriormente negativo per l’Italia, dal momento che lo scollamento fra cittadini ed istituzioni è uno dei fattori più gravi e compromettenti per le sorti della democrazia. Le vicende degli ultimi giorni, che ripropongono per l’ennesima volta l’emergenza rappresentata dalla corruzione dilagante e diffusa ai vari livelli politico-decisionali, certo non contribuisce a rasserenare il clima e a creare le condizioni, perché gli Italiani tornino finalmente ad amare il loro Stato e quanti, ai suoi vertici, li rappresentano.
Fortunatamente, le ultime elezioni europee hanno visto la sconfitta dei partiti, che mirano sistematicamente allo sfascio, ma il pericolo di una loro ripresa elettorale, nei prossimi mesi, è sempre vivo e presente; infatti, il consenso nel nostro Paese è diventato ormai volatile, per cui molto facilmente la grande messe di voti, acquisita nella recente tornata di maggio, può la prossima volta premiare un partito o un leader diversi da quelli che hanno, appena, ricevuto un’investitura popolare così forte, per cui né il Partito Democratico, né Renzi possono invero dormire sonni tranquilli, ma devono, con la giusta tempistica, dare le risposte richieste agli elettori, che hanno loro dato fiducia.
È noto che l’Italia tenda a cambiare molto difficilmente: non a caso, i due principali cambiamenti della nostra storia, il Risorgimento e la Lotta di Liberazione dal Nazi-fascismo, sono nati da una spinta interna, opportunamente rafforzata da un contributo esterno, qualificante e decisivo, quale fu la presenza francese nelle vicende dell’Ottocento e quella degli Alleati, nel caso del biennio conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, a testimonianza del fatto che le dinamiche internazionali hanno condizionato il corso degli eventi italiani molto più di quanto non abbiano fatto le stesse tendenze popolari, spesso represse da poteri autoritari o reazionari, in modo fin troppo facile ed agevole.
Anche, nella contingenza storica attuale, un fattore extra-nazionale sta offrendo un condizionamento di non poco conto: le elezioni di maggio sono state un referendum sull’Europa e gli Italiani, premiando il partito di governo, hanno indicato un orientamento ben preciso, dichiarando la loro disponibilità a stare ancora all’interno dell’Unione, seppur a condizioni diverse da quelle imposte, finora, dalla potentissima Signora Merkel.
Un altro dato non può, inoltre, sfuggirci: benché si parli sovente di I e II Repubblica, facendo ricorso ad un linguaggio giornalistico fiorito e ridondante, la nostra Costituzione – quella, appunto, conseguente all’esito della consultazione popolare del 2 giugno 1946 - è rimasta sostanzialmente immutata, tranne che nel Titolo V, modificato per effetto di un accordo politico scellerato, all’interno del Centro-Sinistra, pochi mesi prima delle elezioni del 2001.
Pertanto, a distanza di circa settant’anni, è necessario provvedere ad una riforma complessiva di quel testo costituzionale, che faccia riferimento non a singole parti dello stesso, ma che sia in grado di ridisegnare l’intero assetto dello Stato, ridefinendo non solo i rapporti fra centro e periferia, ma soprattutto quelli fra i poteri dello Stato: in particolare, devono essere prese in considerazione le competenze tradizionalmente rientranti nella sfera dello Stato moderno e, soprattutto, vanno attenzionati quei poteri, che, pur non rientrando nella dimensione statale tout court, sono comunque oggetto di un interesse legislativo significativo da parte delle istituzioni democratiche.
Infatti, non si può non immaginare una disciplina, concernente il conflitto di interessi, finalmente inserita nella carta Costituzionale: nella misura in cui il possesso dei media determina i gusti di una società e, dunque, anche gli orientamenti elettorali di un’intera pubblica opinione, la Magna Charta di uno Stato compiutamente civile deve fissare limitazioni ben precise, per cui, ad esempio, la proprietà di mass-media, a qualsiasi titolo detenuti o posseduti, deve essere considerata incompatibile con l’attiviità politica ovvero non può essere consentita ai concessionari di pubbliche licenze la candidabilità ad alcun ruolo elettivo, dal Consiglio Comunale al Parlamento.
Parimenti, bisogna uscire dall’ambiguità dell’ultimo ventennio e decidere se la Repubblica debba conservare il suo carattere parlamentare ovvero debba diventare di tipo presidenzialista: nel corso degli ultimi anni, in modo ipocrita, è stato realizzato un compromesso scadente, per cui, pur formalmente conservando il modello di Stato parlamentare, il Paese ha subito una svolta in senso plebiscitario, visto che ormai gli Italiani non votano più per questo o quel partito, ma scelgono un leader, di volta in volta moderato o progressista, a cui affidano ciecamente una delega in bianco, espressione di un rapporto fiduciario diretto, privo della mediazione offerta da parlamentari o consiglieri.
Questo metodo, ormai istituzionalizzato a livello comunale e regionale, esiste solo in modo surrettizio a livello nazionale: nei simboli dei partiti, che figurano sulle schede elettorali, viene scritto il nome del leader, che trascina la propria formazione al successo o alla sconfitta in virtù del suo appeal, per cui la nicchia di voti, di cui gode tradizionalmente uno schieramento, è comunque insufficiente per giungere al Governo del Paese, in assenza di un esponente che sappia, in modo opportuno, motivare l’elettorato potenzialmente di riferimento.
Quindi, è forse giusto dare espressione, nella Costituzione, a questo nuovo modo di votare degli Italiani, dando loro la possibilità di scegliere direttamente così il Premier, come già fanno con il Sindaco o il Governatore della Regione?
Credo che ad una simile domanda vada data una risposta importante, perché l’eventuale trasformazione, in senso semipresidenzialistico, dello Stato deve poi prevedere una riforma degli organismi di controllo, a partire dalla Consulta, che non potrebbe non avere poteri più cogenti e mirati alla verifica sistematica della legittimità costituzionale degli atti messi in essere da un Presidente del Consiglio, investito da così forte potere, in quanto espressione diretta della volontà popolare.
L’Italia, dunque, può finalmente fare il salto di qualità e darsi delle istituzioni simili a quelle di Paesi più avanzati del nostro, come la Francia, che, sin dal 1861, è stata un modello per i costituzionalisti ed i legislatori italiani?
Comunque si concluda la partita sulle riforme, è importante ricordare che la Repubblica racchiude in sé un patrimonio di cultura e lotte civili, che merita di essere rinnovato, pur non dimenticando mai che la libertà e la giustizia sociale – di cui abbiamo goduto in questi anni – sono frutto del sacrificio di milioni di Italiani – dagli scugnizzi napoletani ai partigiani combattenti in montagna – che merita di essere valorizzato, aggiornato e mai dimenticato o, peggio ancora, vilipeso.
Rosario Pesce