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Il PD e Renzi

L’esito delle elezioni di domenica scorsa ci restituisce un Partito Democratico sempre più egemonizzato dalla figura di Renzi, che, senza alcun dubbio, è l’unico vero artefice del trionfo elettorale, che ha portato il primo partito italiano a superare la soglia del 40%, così come è accaduto, per l’ultima volta, alla Democrazia Cristiana di Fanfani nel 1958. 
L’ampio successo ha, evidentemente, soffocato qualsiasi tentativo di ribellione anti-renziana, che sarebbe esplosa, invece, nel caso in cui il risultato di domenica 25 maggio fosse stato diverso: la minoranza interna si è dissolta come neve al sole, nonostante fosse pronta a fare fuoco contro il Segretario Nazionale, al quale sarebbe stata imputata la responsabilità della sconfitta, qualora Grillo avesse raccolto il medesimo consenso dei Democratici o, peggio ancora, avesse preso più voti del partito di Largo Nazareno. 
I silenzi, però, della vecchia guardia del PD e della minoranza interna non sono un segno tranquillizzante per Renzi: nelle prossime settimane, quando i provvedimenti governativi andranno al vaglio delle Camere per la definitiva conversione in legge, si misurerà l’effettiva forza del Presidente del Consiglio rispetto ai suoi stessi parlamentari, i quali – come peraltro è giusto, secondo prassi costituzionale – faranno prevalere le loro prerogative per emendare, molto probabilmente, sia il testo di riforma della Costituzione, nella parte in cui esso prevede un Senato non elettivo, sia l’Italicum, cioè il documento, redatto da Renzi e Berlusconi, che ipotizza una nuova legge elettorale di tipo proporzionale, anche se con un importante premio di maggioranza e, soprattutto, con un’alta soglia di sbarramento, che rappresenta invero l’elemento di contenzioso con molti gruppi parlamentari. 
Noi stessi, in passato, abbiamo fortemente criticato quei due testi e, tuttora, riteniamo che ci siano le condizioni perché essi vengano emendati, anche in parti qualificanti, così da modificare la sostanza degli stessi, almeno nei punti suindicati. 
Altra cosa, invece, è la battaglia sotteranea che si sta sviluppando, per rendere Renzi sempre più debole e per trasferire, di fatto, la gestione del PD dalle sue mani e dei suoi luogotenenti a quelle di esponenti di gruppi minoritari, che aspirano a rovesciare l’esito del Congresso dello scorso mese di dicembre, per acquisire il controllo, così, del principale partito italiano, oltreché del Centro-Sinistra. 
La storia insegna che, quando il Presidente del Consiglio, non potendo gestire il doppio incarico, lascia ad altri la direzione politica del partito, finisce poi non solo per essere destituito dalla principale carica partitica, ma si indebolisce (e non poco) la sua leadership governativa: accadde così a Bettino Craxi, come a Ciriaco De Mita, che, a cavallo degli anni ’80 e ’90, furono vittime delle cospirazioni concepite da ambienti ostili dei loro stessi partiti, per cui furono spinti a lasciare, anzitempo, il Premierato. Per non andare lontano nel tempo, non possiamo dimenticare che, ad esempio, ad affossare il secondo Governo Prodi fu Walter Veltroni, il quale – eletto Segretario del PD nell'ottobre 2007 – chiese sistematicamente che la Presidenza del Consiglio coincidesse con la leadership di partito, di fatto esautorando il Premier bolognese ed aprendo la strada alla sfiducia, che poi in Parlamento venne votata da ambienti moderati, successivamente traghettati sul carro berlusconiano. 
Non vorremmo che accadesse la medesima cosa, anche, nel caso di specie: a salvaguardare la posizione renziana sono, essenzialmente, due fattori, che non vanno trascurati, ma di cui non si conosce l’efficacia temporale: l’esito delle elezioni europee e la protezione che proviene dal Quirinale. Il primo fattore è, certamente, un combustibile potente per Renzi, ma ignoriamo fino a quando potrà durare la sua luna di miele con il popolo italiano, visto che ormai il consenso è talmente volatile, che può determinare sorti cangianti nel giro di pochissimi mesi. Per quanto riguarda il secondo aspetto, è noto a tutti che il Dicastero Renzi è nato grazie alla benedizione fondamentale di Napolitano, che, nello scorso inverno, resosi conto del logorìo di Letta, ha individuato nell’ex-Sindaco di Firenze l’ultima carta possibile, prima di sciogliere le Camere per la manifesta difficoltà nel far nascere un Governo con una maggioranza diversa da quella PD-NCD. 
Sappiamo bene, però, che il mandato del Presidente della Repubblica non arriverà alla sua scadenza naturale e, per ragioni di natura anagrafica, potrebbe interrompersi già nella prossima primavera; venendo meno Napolitano, Renzi potrebbe non avere la medesima facilità di dialogo con il prossimo inquilino del Quirinale e, quindi, tale nefasta eventualità non sarebbe un fattore positivo per la durata del suo Esecutivo. 
Pertanto, è auspicabile che gli equilibri interni al PD non mutino, almeno nel corso dei prossimi mesi, quando il Governo sarà chiamato a sfide importanti, che richiedono un sostegno ampio ed incondizionato da parte della totalità del gruppo parlamentare democratico. 
Qualora, invece, si innescasse una dinamica antirenziana a Largo Nazareno, l’esito delle elezioni di maggio sarebbe rovesciato e, dunque, si rimetterebbe in discussione la svolta data alla legislatura in corso, nel mese di febbraio, con l’attribuzione dell’incarico all’ex-Sindaco di Firenze. 
Siamo certi che i parlamentari democratici saranno saggi ed avveduti nel non delegittimare chi ha segnato profondamente un passaggio fondamentale della recente storia repubblicana? 

Rosario Pesce

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