Un esito elettorale che non ci piace...
Le elezioni di domenica hanno dato un esito, che ci ha causato infinita gioia per la vittoria renziana e del PD, ormai sempre più identificato nelle posizioni del suo Segretario Nazionale, nonché Premier. Però, accanto al voto europeo, in molte città c’è stato anche il voto amministrativo, che talora ha offerto un risultato compatibile con l’esito delle elezioni europee, ma in altri casi se n’è differenziato sensibilmente, come è successo in alcune realtà di dimensioni medio-grandi del nostro Mezzogiorno.
Perché - viene da chiedersi - il PD stravince quando si prende in esame il dato politico, mentre ha difficoltà notevoli, quando si tratta di eleggere il sindaco in talune aree meridionali?
A volte, infatti, la differenza in termini numerici fra il consenso ricevuto alle Europee e quello ricevuto alle amministrative è fisiologica, ma in altre situazioni tale divario si fa enorme, per cui si sospetta che il livello locale del Partito Democratico si dimostra incapace di cogliere la situazione favorevole data dall’avvento di Renzi e dal fatto che la luna di miele fra il Premier ed il Paese non si sia ancora consumata.
Le ragioni potrebbero essere molteplici: la più evidente è da rinvenire nella qualità dei candidati sindaci prescelti, che avrebbero scarso appeal, per cui questo fattore produce effetti nefasti sulle liste del PD, che riescono ad eleggere pochi consiglieri comunali in rapporto al loro bacino potenziale di elettori.
Peraltro, il problema non è di scarso conto: oggi, la figura del Sindaco è centrale nel sistema istituzionale del nostro Paese, per cui non essere in grado di eleggere un buon numero di vertici amministrativi può rappresentare un handicap, che poi penalizza il PD alle successive elezioni generali, quando verrà a mancare il traino rappresentato localmente dalle Amministrazioni cittadine, le quali sono comunque il primo punto di riferimento per molti cittadini, che identificano la democrazia con il potere politico prossimo, qual è, appunto, il livello comunale.
Fino a pochi anni fa, nel Sud in particolare, la classe dirigente democratica era assai nutrita, per cui molti Presidenti di Regione, Provincia e Sindaci appartenevano al partito di Veltroni e di Prodi; oggi, la situazione è ben diversa, per cui l’unica Amministrazione Regionale meridionale, guidata dal PD, è quella della Basilicata, mentre l’unico Sindaco di una grande città meridionale è Emiliano, che peraltro è, appena, arrivato alla conclusione del suo secondo ed ultimo mandato.
Ma, proviamo a chiederci il perché di talune sconfitte, che tuttora bruciano, in territori di importanza non irrilevante, come nel caso di città collocate in posizioni strategiche, sia da un punto di vista economico, che geo-politico.
A volte, appaiono dei limiti evidenti nell’azione dei Circoli e dei candidati sindaci.
Non sempre, infatti, la lezione del renzismo è arrivata ai livelli locali, per cui la rottamazione, che ha garantito al partito a livello nazionale di rigenerarsi, non sempre si è compiuta nei territori, cosicché una vecchia classe dirigente, già reduce da precedenti sconfitte, si misura ancora con la competizione elettorale, non percependo di non essere più in sintonia con gli umori della popolazione, che inevitabilmente rinnova - allora - la fiducia alle forze politiche che già hanno amministrato e garantiscono, almeno, la continuità di gestione, che – a volte – può essere considerata, a torto o a ragione, un valore a prescindere.
Talora, manca ai Circoli del P.D. una forza effettivamente propositiva, per cui l’azione consiliare, volta semplicemente a contrastare il singolo provvedimento dell’Amministrazione uscente, non assicura il successo elettorale, perché l’elettorato ha bisogno, innanzitutto, di una proposta e di un’idea complessiva, che non si riduca alla mera critica dell’esistente, su cui peraltro le colpe possono essere radicate, ampie, diffuse e non solo, quindi, addebitabili a chi ha - bene o male - amministrato.
Inoltre, il Partito Democratico, che ha il grande merito di aver innovato la politica italiana con l’introduzione del meccanismo delle primarie, per individuare i candidati a qualsiasi pubblica funzione, spesso – localmente – compie l’errore di avvertire un’ingiustificata idiosincrasia verso l’unico meccanismo che può, con una certa oggettività, designare il candidato migliore per la tipologia di elezioni, che si va ad affrontare. Non bisogna, inoltre, dimenticare che le primarie determinano, vieppiù, una mobilitazione generale dell’elettorato, per cui, inevitabilmente, esse costituiscono un ottimo trampolino di lancio per il candidato che viene designato, visto l’entusiasmo che si diffonde, anche, fra chi non è elettore del Partito, che ha fatto ricorso a siffatta metodologia di selezione della propria classe dirigente.
Naturalmente, gli errori commessi comportano dei costi politici altissimi, soprattutto in taluni casi: noi crediamo che, da questi errori, si debba prendere lezione, affinché non si ripetano in futuro, benché talora già ci si trovi di fronte ad un’ennesima reiterazione, che qualcosa di diabolico reca, invero, con sé.
Rosario Pesce
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