conceria— 08 May 2014
La campagna elettorale per le Europee si arricchisce, ogni giorno, di novità sempre più rilevanti; infatti, il Premier è arrivato, in modo sorprendente, ad incrociare le armi con i sindacati, da lui accusati di essere conservatori e di garantire, dunque, un modello di stato sociale, che le condizioni attuali dell’economia - italiana ed internazionale - non consentono più di tenere in piedi.
Lo scontro è avvenuto il giorno 30 aprile, quando l’Esecutivo ha presentato la sua bozza di riforma della Pubblica Amministrazione, formulata senza un accordo preventivo con le organizzazioni sindacali, che hanno mostrato subito il loro disagio verso un modus agendi insolito per un Presidente del Consiglio espressione di un partito di Centro-Sinistra.
Renzi, inoltre, nel giro di pochi giorni, ha ulteriormente fornito un segnale di ostilità verso i sindacati, non recandosi al Congresso Nazionale della C.G.I.L., facendo così rimarcare la sua attuale distanza rispetto a chi rappresenta, per sua natura, gli interessi dei lavoratori.
La scelta del Premier è, naturalmente, ben ragionata: egli, infatti, intende presentarsi al Paese come l’innovatore, che non ha paura di rompere con i sindacati, pur di realizzare una riforma del mondo del lavoro, che possa giovare al sistema produttivo italiano, nella scia di altri capi di Governo progressisti, che - in altre nazioni - hanno osato entrare in rottura con i sindacati e portare, così, lo scontro ad un livello mai visto prima, neanche quando a governare era la Destra: il caso più eclatante è quello di Blair nel Regno Unito ovvero quello di Craxi, in Italia, nei primi anni ‘80.
Noi non possiamo non manifestare le nostre obiezioni alla strategia renziana, sia per ragioni di merito, che di opportunità.
Innanzitutto, reputiamo che, nelle imminenze di una tornata elettorale così importante, sia altamente pericoloso aprire un confronto molto forte con chi rappresenta gli interessi di milioni di Italiani, che si recheranno alle urne il 25 maggio e decideranno il loro voto, anche, in base alle polemiche di questi giorni. È noto a tutti che Renzi rincorra l’elettorato moderato di Berlusconi e che lo scontro con la C.G.I.L. gli dia la possibilità di accreditarsi presso questi elettori, ma è altrettanto vero che il PD nasce come partito con una solida base di tesserati e simpatizzanti, provenienti per lo più dalla storia della Sinistra, i quali potrebbero dare un segnale di dissenso, votando per altre liste più marcatamente “socialiste” (vedi Tsipras) ovvero orientando il loro voto verso la protesta tout court, scegliendo Grillo. Naturalmente, la politica è fatta di scelte, ma è soprattutto la risultante di numeri, che devono quadrare: se l’elettorato, che il P.D. perderà, sarà maggiore di quello che esso guadagnerà, la scommessa renziana si dimostrerà persa.
Quanto alle ragioni di merito, reputiamo che cavalcare l’ondata neo-liberista, che nel nostro Paese si alimenta, anche, per effetto di un diffuso sentimento demagogico e populistico, non solo sia un atteggiamento contrario alla tradizione della Sinistra, ma prospetti un esito non favorevole alla crisi economica in corso: creare ed incentivare la nascita di occasioni di lavoro precario, spacciandole per sviluppo, può essere pericoloso, perché crea delle aspettative in lavoratori che, da un giorno all’altro, potrebbero ritrovarsi disoccupati, avendo frattanto concepito ed, in parte, concretizzato un progetto di vita, che sarebbe poi tragicamente irrealizzabile.
Pertanto, sarebbe necessaria una profonda riflessione nel principale partito italiano di Centro-Sinistra in materia di politica economica e di riforma del diritto del lavoro, perché non è possibile governare il Paese in assenza di una concertazione, seria e continua, con chi rappresenta attese legittime e, profondamente, radicate negli strati popolari.
La ricerca dello scontro con le organizzazioni sindacali non porta a risultati edificanti per una forza progressista, come la storia ben insegna, e può giovare solo ai partiti di Destra, che così trovano una plateale legittimazione alle loro politiche nella prassi governativa di chi, invece, dovrebbe naturalmente contrastarle.
Rosario Pesce
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