Se lo Stato italiano tratta con i capi-ultras...
Gli episodi, accaduti l’altra sera allo stadio di Roma, impongono una seria e pacata riflessione sul calcio nel nostro Paese ed, in particolare, sull’atteggiamento, che lo Stato ha tenuto in una circostanza tanto inattesa, quanto delicata per l’ordine pubblico.
Il fatto, oggetto di dibattito, è costituito dalla trattativa – reale o presunta – che sarebbe avvenuta fra i dirigenti del Napoli, invitati a fare ciò dal Prefetto e dal Questore di Roma, ed il capo-ultras della squadra partenopea, che, senza ombra di dubbio, esercita una forte leardership sui suoi tifosi, così come accade analogamente nel caso delle tifoserie organizzate delle altre squadre italiane di calcio, da Nord a Sud.
È pleonastico sottolineare come tali personaggi, spesso, siano legati ad ambienti malavitosi o, ancora più sovente, pur non essendo appartenenti a nessun clan camorristico-mafioso, essi abbiano commesso reati molto gravi, che possono giungere fino al tentato omicidio.
È, quindi, evidente che il tifo organizzato nel nostro Paese, spesso, sia il luogo di raccolta di persone che vivono ai margini della società e che, molte volte, allo stadio o nella vita quotidiana, hanno oltrepassato il limite fissato dalla legge e dalla morale comune.
Nonostante le loro fedine penali, questi protagonisti delle domeniche calcistiche hanno un potere non irrilevante rispetto alle società sportive, visto che essi organizzano il tifo, assicurano un numero minimo di presenti ad ogni partita, interna o esterna, della loro squadra e, sovente, hanno libero accesso allo spogliatoio, per cui intrattengono rapporti amichevoli con gli stessi calciatori, con cui – non poche volte – si frequentano, anche, nei momenti della vita privata. È pleonastico sottolineare che, in cambio dei loro preziosi servigi, essi ricevano emolumenti dai sodalizi sportivi, che possono essere, talora, di importo non irrilevante, non limitandosi semplicemente al mero rimborso spese per le trasferte o per l’acquisto del materiale necessario per la realizzazione delle scenografie, che conferiscono un colpo d’occhio molto bello alle curve in occasione, in particolare, delle partite di cartello.
L’essere ultras è diventato, dunque, in Italia un mestiere, talora finanche assai ben remunerato, a fronte invece della legislazione di altre nazioni, dove tale figura non esiste più - almeno con le caratteristiche italane - dal momento che è fatto divieto alle società calcistiche di finanziare - a qualsiasi titolo - le attività di costoro.
Il nostro calcio ha conosciuto momenti molto drammatici, negli anni scorsi, visto che gli scontri fra opposte tifoserie hanno portato, in taluni casi, all’uccisione di giovani tifosi, a volte estranei del tutto alla vita e alle dinamiche criminali del tifo organizzato.
Simili eventi luttuosi hanno portato sia le autorità civili, che quelle sportive, a concepire una serie di provvedimenti legislativi molto severi nei riguardi di chi si macchia di reati da stadio, fra i quali il cosiddetto Daspo, cioè l’allontanamento a titolo provvisorio dallo stadio e l'obbligo di firma in caserma durante lo svolgimento delle gare, allo scopo di impedirne la presenza sugli spalti.
Nonostante siffatte norme e l’uso di imponenti mezzi di prevenzione, sabato scorso si è verificato l’ennesimo episodio increscioso, che ha visto per protagonista l’ultras di una squadra, la Roma, che non era neanche impegnata nella partita prevista all’Olimpico.
Se ciò che è successo al di fuori dello stadio – il ferimento di tre sostenitori partenoepi – rientra nella fattispecie dell’imponderabile, perché gli scontri sono avvenuti in un’area dove non era previsto che venissero a contatto componenti di tifoserie fra loro contrapposte, ben più grave è ciò che è successo all’interno dell’Olimpico, dove il match ha avuto inizio solo dopo che i dirigenti del Napoli hanno “tranquillizzato” il capo-ultras della propria tifoseria circa lo stato di salute dei tifosi feriti nelle ore precedenti la partita.
L’interlocuzione, avvenuta fra dirigenti sportivi e tifosi, autorizzata dai responsabili dell’ordine pubblico, ha acquisito ben presto, sotto l’occhio vigile delle telecamere, le forme ed i caratteri di una vera e propria trattativa – sia pure negata, poi, ufficialmente dal Questore di Roma – sulla cui opportunità, sia morale che giuridica, tuttora si discute animatamente.
È ovvio che, in un Paese civile, mai dovrebbe – in linea di principio – essere consumata una qualsiasi forma di dialogo fra chi rappresenta lo Stato di diritto e chi, invece, ha appena commesso un reato ovvero sta per commetterlo; è, però, altrettanto vero che quel dialogo animato, intercorso prima dell’inizio della partita, sotto la curva dei tifosi partenopei, e non registrato dall’autorità giudiziaria, per espressa richiesta degli ultras, ha dato il necessario via libero al regolare svolgimento della gara, evitando così che, all’interno di quel catino, potessero succedere fatti, persino, più gravi di quelli già consumatisi all’esterno dello stadio romano, dal momento che, in caso di annullamento dell’incontro, sarebbe stato difficile organizzare l’evacuazione di settantamila persone – peraltro, di opposte tifoserie – arrivate a Roma per godersi uno spettacolo sportivo, cancellato d’imperio dal decisore sportivo e/o da quello civile.
Se trattativa c’è mai stata sabato sera, quindi, questa – per quanto non auspicabile, né giustificabile, né legittima in linea di principio – ha sortito l’effetto desiderato: ridurre sensibilmente i rischi di scontri violenti e furibondi in un luogo affollatissimo, che si sarebbe potuto trasformare in un moderno Heysel.
Quanto al quesito di fondo che ispira la presente riflessione – può lo Stato trattare con chi rappresenta ed incarna il Male indicibile? – vorrei ricordare altri momenti della storia non-sportiva del nostro Paese, nei quali i garanti, politici ed amministrativi, dell’ordine pubblico sono stati obbligati, analogamente, a trattare con l’anti-Stato.
Chi, infatti, può dimenticare il caso Cirillo, risalente ai primi anni Ottanta, quando fu avviata, stando alle risultanze delle indagini penali in corso, una trattativa con gli esponenti della criminalità organizzata, detenuti nelle carceri, per liberare l’assessore regionale campano, sequestrato dalle Brigate Rosse?
Ancora, la legislazione anti-mafia, fortemente voluta dai giudici Falcone e Borsellino, istituendo la figura centrale del pentito di mafia, di fatto assicura a questi e ai suoi familiari dei benefici, economici e giudiziari, in cambio di dichiarazioni e di elementi probatori sull’intero assetto dell’organizzazione mafiosa, che giungono, talora, solo dopo complesse ed estenuanti trattative fra giudici e mafiosi incalliti di lungo corso.
Lo Stato, quindi, può machiavellicamente abdicare alla sua norma fondamentale e alla morale pubblica corrente, perseguendo scopi di prevalente interesse sociale, anche facendo ricorso a ciò che non è né dicibile, né giustificabile, né legittimo in punta di diritto?
Forse, l’episodio di sabato apre uno squarcio di riflessione rispetto a cui, solo, un velo di ipocrisia può impedire di vedere ciò che si consuma quotidianamente, anche per finalità meno nobili rispetto all’interesse prioritario - che ha prevalso nel caso della partita di calcio - rappresentato dalla garanzia dell’incolumità fisica di quanti erano all’interno dello stadio in compagnia di donne e bambini inermi?
Forse, nei prossimi mesi, potremo tutti, finalmente, ragionare con maggiore pacatezza - arrivando a conclusioni diverse dalle odierne - su un episodio che, invero, costituisce un precedente di non poco peso per eventi simili, qualora – come temiamo – dovessero, ancora, ripetersi?
Rosario Pesce