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La retromarcia di Renzi

Il Renzi, che ha rilasciato oggi un’intervista all’Annunziata, nel giorno della canonizzazione dei due Papi, è apparso ben diverso da quello, più baldanzoso e tracotante, che siamo soliti conoscere. 
Infatti, il Premier ha dimostrato un certo imbarazzo nel dichiarare che il percorso di riforme, condiviso con Berlusconi, non può approdare in Parlamento prima del 25 maggio, cioè prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, facendo così intendere che la maggioranza, costruita sulle riforme costituzionali con il Cavaliere, in occasione dell’incontro ormai famigerato di Largo Nazareno, sia andata ben presto in frantumi; diverrebbe necessario, di conseguenza, prendere tempo per avviare un dialogo con tutte quelle forze – a partire dalla minoranza interna del PD – che erano rimaste escluse dall’accordo con Forza Italia e che, nei giorni scorsi, avevano messo in evidenza, più volte, il loro forte disagio per quanto stesse accadendo. 
Di conseguenza, se la lettura dell’intervista è corretta, salterebbe tutta l’architettura di quella infausta bozza di riforma che noi stessi, nei nostri articoli precedenti, abbiamo sovente criticato: se Renzi, infatti, sarà costretto ad ascoltare la voce della minoranza del PD e, con essa, quella dei Professori Rodotà e Zagrebelsky, che l’ispirano, è presumibile che verrà meno il principio della non-eleggibilità del nuovo Senato e si dovrà, comunque, escogitare un meccanismo per riportare, nell’attuale bozza di riforma della Costituzione, l’eleggibilità dei componenti della Prima Camera del nostro Parlamento. 
Parimenti, verrebbe meno il caposaldo su cui si costruisce la riforma della legge elettorale, che – pur essendo una mera legge ordinaria – si accompagna, entro una visione riformatrice unica ed organica, alla proposta di cambiamento della Carta; infatti, come lo stesso Renzi ha ammesso, sarà forse messa in discussione la soglia del 37%, originariamente prevista perché si proceda all’assegnazione dei seggi a Montecitorio, senza accesso al ballottaggio, e - presumibilmente – con il ritorno al protagonismo da parte dei partiti di medie e piccole dimensioni, è ipotizzabile che ci sia, anche, una revisione al ribasso delle soglie per l’ingresso in Parlamento delle forze politiche. 
Non possiamo, quindi, gioire perché, nell’arco di sessanta giorni, la posizione del Presidente del Consiglio, in materia di riforme, è così radicalmente cambiata: ha capito – finalmente – che sono i parlamentari i protagonisti del processo legislativo e non può, in tale materia, essere determinante il punto di vista del Presidente del Consiglio, a cui spetta un altro compito nell’odierno assetto costituzionale del nostro Paese. Inoltre, Renzi pare abbia compreso che Berlusconi non è un compagno affidabile per realizzare un qualsiasi - anche minimo - cambiamento della Carta del 1948, per cui il potere contrattuale della minoranza democratica aumenta notevolmente, dato che, senza il consenso di tutti i senatori del PD, non vi sarebbe la maggioranza dei voti, nell’Assemblea di Palazzo Madama, per emendare l’attuale testo costituzionale. 
La nostra gioia, infine, non può non accompagnarsi ad un auspicio: possano, ora, tutte le componenti del PD fare una campagna elettorale con spirito sereno ed unitario, dal momento che il fantasma del peso berlusconiano, nelle vicende governative, pare si vada diradando sempre più. 
Poi, in funzione del risultato del 25 maggio, sarà Renzi o la Sinistra interna a dettare i tempi ed i contenuti, della proposta di revisione sia della Costituzione, che della legge elettorale. 
Rosario Pesce

 

 

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