Una data da non dimenticare...
Domani si celebrerà la ricorrenza del 25 aprile e, quindi, la Liberazione del nostro Paese dal giogo nazi-fascista; nel corso degli anni, soprattutto durante la cosiddetta Seconda Repubblica, tale data ha perso, ingiustamente, sempre più il suo fascino, fino ad arrivare ad essere considerata come un momento meramente secondario nel processo di costituzione della nostra identità nazionale, anche perché, da più parti, è stata promossa un’azione revisionistica, tesa a far dimenticare agli Italiani quali fossero le istanze, politiche ed ideali, che negli anni ’40 sono state fra loro antagoniste, in nome di un generico principio umanitario, per cui tutte le morti, tanto più quelle dei civili, sarebbero uguali dinnanzi al tribunale di Dio e della ragione umana.
Se ciò è condivisibile, è però altrettanto vero che le motivazioni culturali, che possono portare alla morte violenta, non sono affatto equipollenti: in quella contingenza storica, infatti, venivano a competere fra loro due distinte e lontanissime visioni della società e dello Stato, per cui, da una parte, c’era chi difendeva gli orrori del Nazi-fascismo ed il concetto gentiliano di “Stato etico”, presupposto essenziale della retorica e dell’ideologia mussoliniana, mentre dall’altra parte c’era, invece, chi, pur partendo da visioni diverse – socialiste, comuniste, cattoliche e laiche – ha combattuto alacremente, affinché le libertà civili e la democrazia potessero, finalmente, fare capolino in un’Italia, che era stata condotta alla distruzione da una dittatura, che godeva di un consenso - non solamente - generato dal terrore e dalla forza cieca delle armi.
Per molto tempo, gli storici hanno dibattuto intorno alla Resistenza, per verificarne il carattere precipuo: secondo alcuni, infatti, essa fu un fenomeno di massa, il primo della storia unitaria del nostro Paese; secondo altri, invece, essa fu ancora un fatto elitario, così come d’élite era stato il Risorgimento, circa un secolo prima.
È molto probabile che abbiano ragione coloro che sostengono la seconda tesi, ma ciò non toglie né valore, né prestigio ad un evento, che riveste un’importanza essenziale nella biografia del nostro popolo; ci liberammo, grazie all’iniziativa coraggiosa dei partigiani, e ad un tempo fummo liberati dagli Alleati, così come, assai lucidamente, ha scritto Guglielmo Epifani in un suo recentissimo scritto. Siamo stati attori e, ad un tempo, fruitori - comunque, non passivi - di un processo composito, che ha rappresentato la necessaria pre-condizione per due eventi successivi, che tuttora segnano il nostro d.n.a. politico, istituzionale e costituzionale.
Infatti, senza quel 25 Aprile 1945, mai ci sarebbe stato il referendum del 2 giugno 1946, che portò gli Italiani ad optare per la Repubblica, allontanando, per molti decenni, dal suolo patrio una dinastia, quella sabauda, che si era resa colpevole di connivenze e complicità con il Fascismo, a partire dal 1922.
Altresì, senza la Liberazione, ora non potremmo godere del risultato più alto dell’intelligenza e della cultura giuridica della storia europea: la Costituzione del 1948, che è - ancora tuttora - il documento più avanzato, che il legislatore del vecchio continente abbia mai scritto, nel solco della nobilissima tradizione filosofica, giuspositivista e kelseniana, che aveva contribuito, in modo determinante, a scrivere la Carta fondamentale dello Stato austriaco nel 1919, all’indomani della caduta dell’Impero Asburgico.
Anche per tal motivo, è opportuno tornare a meditare sull’importanza, non retorica, del 25 aprile: in una contingenza – come quella che viviamo – in cui i riferimenti, ideali e culturali, non sono così forti, come ai tempi del Secondo Dopoguerra, è utile non dimenticare da dove la Repubblica Italiana prende le mosse, per evitare che la pur giusta esigenza di aggiornare un testo di legge e di renderlo più adeguato al nuovo secolo non finisca per banalizzare e disperdere un cospicuo patrimonio lasciato in eredità grazie al sangue di chi non volle piegarsi a due dittatori tanto feroci, quanto popolari – purtroppo – nell’ideazione della loro propaganda e nell’esplicitazione conseguente dell’azione criminale.
Rosario Pesce