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La fine di un’epoca
di Rosario Pesce
La definizione della pena per Berlusconi e gli arresti, in Libano, di Dell’Utri segnano, forse definitivamente, la conclusione di un’epoca, iniziata nel 1994, quando il Cavaliere (ormai ex) scese in politica – per usare il suo linguaggio – e, così, modificò sensibilmente sia l’andamento delle elezioni, che si svolsero nella primavera di quell’anno, sia la scena politica successiva, visto che, nel bene o nel male, la storia delle nostre istituzioni è stata condizionata – non poco – dalla sua figura e dai suoi interessi, tuttora molteplici, a dimostrazione che, nonostante il momento odierno di bassa fortuna, ci troviamo di fronte ad un imprenditore, che ha saputo realizzare profitti ed investimenti notevoli, nel giro di pochi decenni, modificando anche le gerarchie del capitalismo nazionale, oltreché quelle della dinamica parlamentare. Non ha più senso – penso – per la Sinistra continuare, oggi, ad attaccarlo o paventarne il ritorno, benché Berlusconi abbia sempre dimostrato di saper mettere in essere la sua palingenesi nei momenti nei quali lo si dava, invece, per spacciato. In questa contingenza storica, infatti, il principale avversario della Sinistra italiana non è più il patron di Mediaset, ma in tale ruolo prevale il sentimento di antipolitica, che nel Paese cresce sempre più, nonostante la ventata di novità – comunque la si giudichi – portata da Renzi e dal suo nuovo Dicastero. Anzi, pare che la Sinistra, oggi più di ieri, abbia bisogno che Berlusconi, pur perdendo pezzi per strada, non scompaia del tutto: è ipotizzabile, infatti, che l’elettorato berlusconiano in libera uscita, più che rivolgersi alle formazioni minori della Destra, possa orientarsi verso Grillo e, qualora mai si sviluppasse una dinamica elettorale simile, il PD potrebbe, davvero, non avere facile vita né nel vincere le elezioni europee della prossima primavera, né quelle generali, presumibilmente attese per il 2015. Orbene, se si vuol fare un esame complessivo del ventennio berlusconiano, non si può non evidenziare che Berlusconi abbia cambiato il modo di fare politica più di qualsiasi altro leader precedente della storia repubblicana; prima di altri, ha capito che la comunicazione è essenziale per l’aspirante statista; ha intuito, inoltre, la fine dei partiti tradizionali, contribuendo in modo decisivo alla loro morte definitiva, sia nel campo della Destra, che della Sinistra; ha infine rappresentato, per due decenni, l’immagine dell’uomo forte, scimmiottando un’icona mussoliniana, che mai è scomparsa dal gradimento popolare italiano e dal d.n.a. dell'uomo qualunque. Ancora, ha intuito un elemento fondamentale del fare politica: la spregiudicatezza nell’ambiguità dei suoi atteggiamenti, per cui è stato, contemporaneamente, ai vertici del governo ed ha compulsato gli istinti più feroci degli Italiani contro coloro che governavano, a volte riuscendo a conquistare voti facendo, quasi, opposizione a se stesso e al suo ruolo istituzionale, interpretato fuori da ogni logica predefinita. La vastità dei suoi interessi economici – giudicati criminali dalla Magistratura in via definitiva con la sentenza della Cassazione dello scorso agosto – è stata il suo punto di forza ed, oggi, ne è il tallone, che lo costringe a rinunciare al sogno, nel quale ha creduto per tutto questo ventennio: diventare Capo dello Stato, eletto dai cittadini, con poteri analoghi, quindi, a quello di un “monarca-repubblicano” del XX secolo, alla maniera di De Gaulle. Anche il suo vizio privato – reale o presunto che sia, sarà la magistratura a dircelo nei prossimi mesi – è stato piegato ad un interesse meramente elettoralistico: ha, così, tratteggiato la sua figura come quella del campione del machismo, in grado, come un moderno Don Giovanni, di vincere i limiti della natura umana, anche quando ciò appariva inverosimile ed artatamente costruito dai media vicini a lui. Pur tra i mille limiti della sua azione, non si può, però, negare un concetto fondamentale: egli ha avuto ed ha, tuttora, una visione – per nulla condivisibile dal mio punto di vista – del proprio agire nelle istituzioni, visto che, finanche quando si è pensato che stesse improvvisando, egli invece si è mosso secondo una strategia molto sottile e raffinata, probabilmente non definita da lui stesso, ma suggeritagli dai consiglieri, che in queste ore lo stanno abbandonando al suo destino di detenuto, condannato in via definitiva ed impegnato nell’espletamento della pena comminatagli dai giudici. Ha, continuamente, cercato il consenso di una classe sociale forte – le cosiddette “partite I.V.A.” – per cui, pur rivolgendosi ad un pubblico volutamente indifferenziato, egli ha sempre scelto il suo interlocutore privilegiato, il “blocco sociale” di riferimento, per usare un’espressione gramsciana. Come altri, non ha però lasciato eredi, almeno in politica: Alfano si sta sforzando di diventarlo, ma non ha certo la capacità di fascinazione delle masse del Cavaliere; Renzi, molto maliziosamente, sta cercando di rubare una parte dell’elettorato, vicino finora a Berlusconi, ma l’impresa è assai ardua, perché la contingenza storica favorisce chi è all’opposizione e non chi è al Governo: inoltre, egli non potrà essere a lungo il leader dello schieramento progressista, emulando chi ne è stato il principale avversario nel precedente ventennio. Quale immagine rimarrà, dunque, del periodo berlusconiano nella memoria nostra e nelle pagine degli storici di professione? Di Mussolini la storia ricorda, su tutte, la scena macabra del suo corpo – e di quello della Petacci – esposto al pubblico ludibrio nella Milano dell’aprile 1945, appena liberata dagli Alleati e dai partigiani; di Craxi rimangono impresse le immagini del suo ultimo discorso alla Camera, quando chiamò in correità quanti, per paura o per pusillanimità, preferirono tacere sulle articolazioni del sistema criminale diffuso, evidenziato da Tangentopoli; presumo che di Berlusconi non potrà essere, fra le tante, cancellata la scena – davvero efficace in termini di comunicazione – della pulizia della sedia occupata da Travaglio nello studio di Santoro, nel corso della campagna elettorale del 2013, costruita ad imitazione del gesto che – si racconta – Totò fece, nel salotto di casa, con la poltrona su cui, prima, si era accomodato Pasolini. Naturalmente, la differenza - in termini di gradi di nobiltà - fra i protagonisti dei due episodi è notevole: il Principe è un artista, il Cavaliere solamente un ex-Presidente del Consiglio! Rosario Pesce
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