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Il mio ritratto di Eugenio Scalfari

Nei giorni scorsi, il padre del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari, ha compiuto la veneranda età di novanta anni: a lui non può non andare il nostro augurio più sincero, visto che la sua penna, sempre prolifica, ha determinato cambiamenti importanti nella storia italiana. 
Fondatore di due giornali, L’Espresso e La Repubblica, egli è stato il giornalista più vicino sia ad Olivetti, che a De Benedetti, diventando un punto di riferimento essenziale per chi, pur militando nella Sinistra, non voleva morire comunista in anni nei quali il PCI vantava, effettivamente, l’egemonia sulla vita culturale dell’intero Paese, per cui chi si dichiarava progressista, ma non aderiva alle tesi di Botteghe Oscure, rischiava la censura ovvero poteva essere accusato di infamia e di strisciante fascismo. 
Ma, Scalfari, provenendo dall’esperienza liberal-socialista, ha saputo prendere le distanze, anche, dal PSI, quando quel nobile partito – sconfitto Francesco De Martino – nel 1976 passò nelle mani di Craxi, il quale costruì intorno a sé una corte di consiglieri e di giornalisti, dalla quale escluse, deliberatamente, lo stesso direttore di Repubblica, in quanto non facilmente gestibile con semplici diktat provenienti dal suo ufficio di Via del Corso. 
Scalfari, quindi, partendo da posizioni minoritarie, ha saputo, con la raffinatezza della sua penna e del suo stile, diventare autentico leader politico, pur non avendo mai concorso alla Segreteria Nazionale di alcun partito, né della I, né della II Repubblica. 
Finanche, il suo rapporto con gli editori (ne ha avuto due soli nel corso di cinquant’anni) è stato all’insegna dell’autonomia di pensiero; quando, alla fine degli anni Cinquanta, egli propose ad Adriano Olivetti di avviare il progetto editoriale de L’espresso, si oppose all’ipotesi che l’industriale di Ivrea voleva percorrere: fare un giornale con i soldi, anche, di Mattei e, dunque, dell’Eni. Scalfari, infatti, è sempre stato fiero del suo laicismo e mai avrebbe consentito che un editore cattolico, quale sarebbe stato Mattei, potesse condizionare i suoi orientamenti culturali ed etici. Pertanto, potendo contare sul danaro solo di Adriano Olivetti, Scalfari ridimensionò il suo piano editoriale e L’espresso, ipotizzato come quotidiano, nacque invece come settimanale, concorrente quindi di Epoca e di Panorama, editi da Rizzoli e da Mondadori in una fase storica nella quale, ancora, esistevano gli editori cosiddetti “puri”. 
La storia di Repubblica si colloca, invece, negli anni decisivi per l’Italia del Compromesso Storico, quando l’intellighenzia comunista sosteneva l’ineluttabilità del progetto politico di Berlinguer e Moro, mentre chi - come Scalfari proveniva da una cultura socialista, libertaria e riformatrice - obiettava che quella strada potesse nascondere delle insidie significative per gli esiti della democrazia italiana, che si sarebbero manifestate, in tutta la loro piena drammaticità, nel marzo del 1978, in occasione del rapimento e, poi, della conseguente uccisione del Presidente della D.C. ad opera delle B.R. 
Gli anni ’80 sono stati, invece, il momento più intenso per lo Scalfari polemista: la sua contrapposizione netta al craxismo ed al C.A.F. e le sue simpatie verso la Sinistra democristiana hanno fatto sì che il giornale diventasse un vero e proprio partito, impegnato anche sul versante giudiziario, nella misura in cui il fallimento di Angelo Rizzoli e l’ascesa di Berlusconi alla guida di Mondadori - inquinata da fatti (oggi accertati) non privi di valenza penale - rischiavano di produrre conseguenze sull’assetto societario del proprio giornale e, quindi, sull’autonomia di conduzione dello stesso ad opera del suo direttore e primo fondatore. 
Siamo così, già, ai giorni nostri: nel corso della Seconda Repubblica, vinta la battaglia per l’indipendenza di Repubblica dal gruppo editoriale di Segrate, ormai berlusconizzato, il giornale di Scalfari è stato il vero baluardo contro il Cavaliere imperante: il punto di riferimento del giornale, all’interno dell’area del Centro-Sinistra, è stato rappresentato, via via, dalle figure più autonome della politica italiana – da Ciampi a Prodi, da Maccanico a Monti – appartenenti sia alla tradizione cattolica, che a quella liberal-repubblicana. 
Gli ultimi anni della vita di Scalfari, dopo il pensionamento dalla direzione di Repubblica, sono stati invece all’insegna della riflessione filosofica ed etica: il dialogo di un laico con la dottrina cattolica, prima di Benedetto XVI e poi di Francesco, impone una riflessione seria da parte di chi, ingiustamente, ha ritenuto che, nel nostro Paese, queste due nobili culture non potessero mai dialogare fra di loro, dopo gli strappi traumatici degli anni ’70 in materia di bioetica e sui temi eticamente sensibili. 
Scalfari è giunto ad intervistare il Papa da una posizione invidiabilissima: quella del giornalista, dotato di notevoli strumenti di lettura della realtà attuale, e quella del prodigioso intellettuale, che, mentre si piega ad ascoltare le tesi altrui, ne formula di proprie, rispettose della diversità, ma al tempo stesso mai servili, né facilmente tendenti a cedimenti al proprio - seppur prestigioso - interlocutore. 
Tutto questo è stato, finora, Eugenio Scalfari: mai un titolo tranchant; mai un articolo diffamatorio; mai un atteggiamento arrendevole verso il potente di turno, sia che questi fosse collocato nel proprio campo o, più spesso, in quello avversario; mai un assenso forzato, finanche quando la propria parte politica assumeva atteggiamenti compromissori, che talora hanno messo in discussione la legittimità e l’onestà, culturale e morale, di chi ispirava talune discutibilissime scelte. 
Ben più autorevole di qualsiasi altro giornalista italiano, egli è stato molto di più di un semplice direttore di giornale: è, tuttora, il simbolo vivente del giornalismo, così come esso dovrebbe essere in un Paese complesso ed in una democrazia, ancora, fragile. 
Quanti, nei prossimi anni, potranno emulare il suo fulgido esempio? 
Quanti saranno capaci di dare un contributo, almeno, paragonabile al suo in favore della crescita democratica della società e delle odierne istituzioni italiane? 

Rosario Pesce

 

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