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Se manca il lavoro...

Se manca il lavoro...

I dati pubblicati stamani dai giornali dimostrano la condizione di difficoltà dell’economia italiana; due cifre, in modo particolare, sono esemplificative del disagio odierno: la percentuale tout court di disoccupazione, che nel nostro Paese si attesta al 13%, e quella riguardante il mondo giovanile in particolare, che si approssima ad un inquietante 43%. 
Siffatti dati denunciano una condizione tragica che, ormai, è nota da tempo: il processo di deindustrializzazione, in Italia, è così avanzato che le nuove generazioni sono costrette, già oggi, ad emigrare per trovare altrove un’occasione lavorativa, almeno dignitosa. 
Infatti, la disoccupazione spesso si accompagna, anche, ad una cattiva occupazione: molte persone, pur di non rimanere disoccupate, sono obbligate a svolgere attività lavorative ben al di sotto dello standard, professionale e salariale, collegabile al proprio titolo d’istruzione. 
Qual è la ricetta, allora, per riportare, nel Paese, livelli e trend occupazionali comparabili con quelli felici degli anni ’60 e dei primi anni ’70 del secolo scorso? 
Si invoca, come ha fatto il Presidente del Consiglio, la flessibilità come panacea di un così ampio malessere, come se il lavoro – sia quello privato, che quello alle dipendenze della Pubblica Amministrazione – non sia, già, flessibile da diversi decenni; infatti, a partire dagli anni ’90, la legislazione in materia giuslavorativa ha incentivato la precarizzazione del rapporto professionale, senza però creare le condizioni di sviluppo, che, in altri Paesi europei, si sono formate a seguito dell’intensificazione del regime flessibile, come molto autorevolmente ed opportunamente hanno dichiarato, con sfumature diverse, il Ministro dell’Economia ed il Governatore della Banca d’Italia. 
La flessibilità, in modo particolare nei Paesi anglosassoni, è stata caratterizzata da due elementi fondamentali: il lavoro a tempo determinato, in quelle aree, viene pagato molto di più di quello a tempo indeterminato, per consentire al lavoratore di poter formarsi dei risparmi, che gli consentano di vivere nei momenti di disoccupazione; inoltre, le aziende, che ricevono incentivi dallo Stato per incrementare le opportunità lavorative, utilizzano queste agevolazioni per fare ricerca e, quindi, pongono le condizioni virtuose per generare nuove opportunità di produzione. 
In Italia, ciò sistematicamente non avviene, perché il contratto a tempo determinato non prevede emolumenti maggiori di quello a tempo indeterminato e le imprese, che hanno usufruito del regime della flessibilità, per non contrarre impegni non sostenibili con la propria manodopera, non hanno reinvestito nella produzione i risparmi conseguiti, ma sovente hanno trasferito tale danaro in attività finanziarie o comunque speculative, i cui profitti non sono socializzabili. 
Quindi - come ha dichiarato il Governatore Visco - non solo non è né necessario, né sufficiente invocare maggiore flessibilità, ma è utile piuttosto incentivare un mutamento profondo del modo di fare impresa in Italia, se si intende effettivamente risollevare le condizioni del sistema produttivo ed evitare che il nostro Paese torni ad essere terra di frequenti flussi di emigrazione, come lo è stata drammaticamente agli inizi del secolo scorso, prima che il Fascismo iniziasse la conquista - manu militari - del continente africano, volta a dare lavoro a chi non lo trovava nella madrepatria. 
Un siffatto cambiamento culturale non può, però, prodursi nel giro di pochi mesi o di qualche anno; il mondo dell’impresa italiana – talora – è stato caratterizzato, in alcuni suoi anche autorevoli rappresentanti, da una mentalità di tipo predatorio, per cui, catturato l’incentivo offerto di volta in volta dallo Stato, non ha provveduto né ad innovare, né a programmare e a realizzare la formazione necessaria per il lavoratore, che sola gli può consentire di transitare da un’occupazione ad un’altra più agevolmente, quando un settore va in crisi e le chance lavorative esplodono in un diverso ambito produttivo. 
Dispiace leggere che il Jobs Act, presentato dal Governo ed al varo del Parlamento nelle prossime settimane, nulla faccia per combattere la precarizzazione del rapporto di lavoro e crei, invece, le condizioni perché la nuova occupazione - che si augura possa essere generata - sia ancora di più caratterizzata dalla figura giuridica del contratto a tempo determinato, rinnovabile fino ad otto volte nell’arco di tre anni, prima che possa poi tramutarsi in contratto a tempo indeterminato. 
D’altronde, un indirizzo simile si scontra con le normative e le sentenze dell’Unione e della Corte Europea, che prevedono invece l’obbligo per gli Stati, che ne fanno parte, di attivare meccanismi di incentivazione del rapporto di lavoro stabile e duraturo, già dopo la conclusione del terzo contratto consecutivo di lavoro precario. 
Evidentemente, ciò sarà possibile solo compatibilmente con la rigida disciplina finanziaria che imporrà allo Stato italiano, a partire dal 2015, di ridimensionare il debito pubblico, portandolo al 60% del P.I.L., cioè ad un valore più che dimezzato rispetto al critico standard odierno. 
È giunto, forse, il momento che l’Italia sia adegui finalmente agli orientamenti comunitari, sia in materia di finanza pubblica, che di politiche economiche? 

Rosario Pesce

 

 

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