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Se ha ragione il Presidente Grasso...

L’intervista, rilasciata ieri dal Presidente Grasso al giornale La Repubblica, ha sollevato un polverone che merita di essere approfondito. 
Il Presidente del Senato, uscendo allo scoperto, ha dichiarato che la proposta di abolizione del Senato, avanzata da Renzi e condivisa da Berlusconi, tocca delicati equilibri costituzionali, meritevoli perciò di un’ulteriore riflessione, prima che il disegno di legge governativo vada in Aula per l’approvazione. 
Come è noto, nelle intenzioni di Renzi, il Senato atttuale dovrebbe lasciare il posto ad una Camera alta non più elettiva, composta da sindaci e Presidenti delle Regioni, i quali, non avendo potere di indirizzo e di controllo sull’operato dell’Esecutivo, dovrebbero rappresentare, nella sede romana, le istanze delle giunte e dei territori che amministrano, diventando il Senato pertanto una vera e propria Camera delle Autonomie Locali, che non prevederebbe emolumenti per i suoi componenti. 
La riflessione del Presidente Grasso è, invece, molto più articolata e, soprattutto, coraggiosa, visto che le sue idee sfidano il sentimento di antipolitica, che al momento è molto forte nel Paese. 
Egli sostiene alcuni concetti fondamentali: innanzitutto, per ottenere un risparmio non irrilevante, è sufficiente ridurre il numero dei parlamentari odierni, tenendo comunque in piedi il principio dell’eleggibilità di entrambe le Camere; inoltre, in sede di definizione delle competenze del prossimo Senato – composto, in parte, dai senatori eletti direttamente dal corpo elettorale ed, in parte, dai rappresentanti delle Aree Metropolitane e delle Regioni – è opinione di Grasso attribuirgli poteri sulle materie eticamente sensibili e sulle tematiche afferenti alla riforma costituzionale, all’approvazione/revisione dei Trattati Europei. 
Le tesi di Grasso, che crediamo siano state condivise con alcuni gruppi cospicui di senatori e, forse, con il Capo di Stato, sono assolutamente ragionevoli e, dal momento che il loro autore non le presenta in modo blindato, esse offrono l’opportunità per promuovere una riflessione più ampia sulle finalità della riforma dello Stato, che la bozza renziana si propone di realizzare in tempi (fin troppo) rapidi. 
È evidente che la riforma della nostra Carta, oggi, rischia di essere fatta in modo approssimativo ed affrettato, perché la politica avverte l’esigenza di dare un segnale immediato agli Italiani, dopoché, per trent’anni circa, ha elaborato molte idee, ma è stata capace di condurre in porto solo la riforma del Titolo V, che, a sua volta, ha determinato un numero di mali ben maggiore di quelli che si proponeva di emendare. 
È essenziale che si apra, pertanto, un dibattito nel Paese e nel Parlamento, che possa evitare la ripetizione degli errori già commessi, quando nel 2001 le Camere, per venire incontro al vento federalista che soffiava in Italia, realizzarono una riforma, che ha comportato costi altissimi per lo Stato, dato che ha incrementato, notevolmente, il numero dei centri di spesa e, quindi, ha aumentato in modo esponenziale le possibilità di sprechi da parte della Pubblica Amministrazione. 
Evidentemente, bisogna anche fare un’osservazione di ordine politico: per la prima volta, un’ autorevole carica dello Stato ha espresso un esplicito parere contrario rispetto al disegno riformatore di Renzi, che finora, da quando è divenuto Presidente del Consigio, ha potuto contare su un unanimismo inquietante, perché difficilmente verificabile nella sua reale affidabilità e veridicità. 
In siffatta vicenda, invero, non mancano elementi che costituiscono delle anomalie, almeno da un punto di vista strettamente politico: innazitutto, la riforma dello Stato ha origine da un disegno di legge governativo, per cui la modifica della Costituzione, in parti essenziali, viene ad essere di fatto sottratta al varo di un progetto di legge di iniziativa parlamentare, che avrebbe garantito una maggiore concertazione e condivisione fra tutte le forze presenti nell’odierno Parlamento ed avrebbe evitato che i contenuti di quel provvedimento fossero, solamente, compartecipati da Renzi e da Berlusconi, privi – il primo, in particolar modo – del consenso di parti rilevanti dei rispettivi gruppi, senatoriale e camerale. 
Per altro verso, il tema del risparmio e dell’esigenza di tagli rischia di diventare preponderante rispetto al contenuto costituzionale e alla genuinità democratica dei provvedimenti, che si va ad approvare, all’immediata vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo: in nome della lotta agli sprechi, non si rischia, forse, di eliminare dei capisaldi della nostra democrazia, rinunciando ad istituzioni funzionanti e la cui repentina eliminazione, peraltro, non sarebbe né necessaria, né sufficiente per ripianare la voragine del debito statale? 
Anche i partiti, al loro interno, presentano delle articolazioni importanti rispetto ai contenuti della riforma: ad esempio, in molti obiettano che la qualità del nostro sistema rappresentativo verrebbe ad essere danneggiata in modo significativo, dal momento che, in un sol colpo, per la Camera si approva una legge elettorale, che prevede la maggioranza assoluta dei seggi in favore di una formazione o di una coalizione, che raccolga appena il 37% dei consensi, mentre si abolisce l’altra Camera, che è stata, tradizionalmente, un fattore di garanzia della pluralità delle opinioni presenti nel nostro Paese. 
Nessuno vuole, certo, creare problemi al Governo Renzi o metterne in discussione l’esistenza, che si lega molto all’esito del processo riformatore in atto, ma è pleonastico sottolineare che la Costituzione non possa essere riformata attraverso un accordo elitario, non condiviso con la pubblica opinione italiana; non è un caso che l’iniziativa di Grasso abbia fatto seguito a quella di insigni ed autorevolissimi costituzionalisti, che hanno evidenziato i limiti della strategia riformatrice, dispiegata dal Governo, ben prima che venisse approvato dal Consiglio dei Ministri il disegno di legge, che ne articola la proposta. 
Sarà possibile aprire la discussione e correggere in corsa il tiro? 
La demagogia e l’anti-politica, forse, prevarranno, per cui, in pochi mesi, l’Italia si troverà ad avere un modello di democrazia, che non appartiene alla sua storia repubblicana, solo per soddisfare l’anelito giustizialista della maggioranza degli elettori? 
Renzi, finalmente, comprenderà che è il Parlamento – e non il Governo – l’organo che deve mettere mano alla revisione della Carta attuale? 

Rosario Pesce

 

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