L’atlantismo di Renzi
L’incontro odierno fra il Premier italiano ed il Presidente U.S.A. rappresenta, sicuramente, un grande successo d’immagine per Renzi, il quale ha incassato l’assenso di Obama per condurre in porto le riforme, che fanno parte del programma del Governo appena nato.
Dalla conferenza stampa, trasmessa dai media, si è evidenziata la prossimità del nostro Presidente del Consiglio alle tesi avanzate dal Capo di Stato statunitense su qualsiasi tematica proposta dai giornalisti presenti: dall’Ucraina al Job Act, dalle questioni energetiche alle politiche per la ripresa economica.
Renzi ha avuto, invero, una brillante intuizione nell’avvicinare l’Italia all’alleato politicamente più potente, economicamente più intraprendente ed altresì nell’accentuare, così plasticamente, i toni della collaborazione del nostro Paese con gli Americani. La storia italiana risponde, però, ad una tradizione leggermente diversa, visto che mai le nostre posizioni nel contesto internazionale sono state, sic et simpliciter, la mera riproduzione di quelle degli U.S.A.
Sin dai tempi della I Repubblica, infatti, i due principali tessitori della politica estera italiana, Andreotti e Craxi, pur fedeli alla logica dell’atlantismo, tanto più in tempo di Guerra Fredda, hanno sovente sottolineato la differenza fra le nostre tesi e quelle statunitensi. Non possiamo dimenticare gli indirizzi filo-arabi della Farnesina, soprattutto, nel corso degli anni ’70 e ’80: l’episodio più evidente, a tal riguardo, fu rappresentato dall’opposizione di Craxi nel consegnare, alle truppe di Reagan, i terroristi palestinesi dell’Achille Lauro, con il conseguente contenzioso di Sigonella.
Evidentemente, capiamo bene le esigenze di propaganda del nuovo Premier italiano, che ha fatto della conferenza stampa con Obama uno straordinario spot elettorale per sé e la propria maggioranza politica; ci piacerebbe, però, entrare nel merito delle questioni, per capire quanto l’unanimismo odierno sia effettivo.
Ad esempio, quanto alla tematica dell’Ucraina, è noto a tutti che, all’interno dell'Assise europea, l’Italia si sia schierata con la Germania, biasimando Putin per l’atto di forza unilaterale condotto in Crimea, ma al tempo stesso evitando di usare i toni esasperati degli Inglesi, ovviamente ispirati dai cugini statunitensi.
L’incontro di oggi pare abbia modificato la posizione italiana: il nostro Paese, assicurandosi il gas americano, in sostituzione di quello che non potrà più esserci venduto dalla Gazprom, avrebbe sposato in pieno la contrapposizione americana nei riguardi del leader russo, per cui l’Italia di fatto si è ricollocata diversamente nel consesso mondiale.
Se così è, non ci pare una scelta felice: la nostra equidistanza fra Russia ed U.S.A. avrebbe dovuto essere un punto fermo, anche nel corso dell’incontro odierno, se si vuole collaborare alla costruzione di un’Europa che sia, finalmente, soggetto politico autonomo dalle due superpotenze, russa ed americana.
Sarebbe vieppiù antipatico se tale cambiamento fosse stato ispirato dal sostegno economico, promesso da Obama, in vista della realizzazione dell’Expo di Milano, che si realizzerà anche grazie agli ingenti capitali americani, che nei prossimi mesi finanzieranno la Manifestazione della città meneghina del 2015.
Sarebbe opportuno, pertanto, aprire una riflessione pubblica sulla politica estera del nostro Paese?
Forse, è necessario che simile discussione venga portata in Parlamento, così da comprendere se l’Italia, relazionandosi all’alleato atlantico, agisce entro il milieu europeo o reclama – anche legittimamente – un’indipendenza, almeno nello stile, dalle decisioni assunte a Bruxelles concordemente con la Germania.
Rosario Pesce