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Un caso italiano: l'affaire Moro
Si è riaperto, in questi giorni, uno dei casi giudiziari e politici più problematici della storia italiana: l’affaire Moro. Infatti, le dichiarazioni di un agente americano, operativo in Italia nel 1978, lanciano una luce inquietante sull’intera vicenda del sequestro e dell’uccisione dell’allora Presidente Nazionale della Democrazia Cristiana. Per lungo tempo, le persone più avvedute non hanno creduto alla tesi ufficiale, secondo la quale l’omicidio di Moro sarebbe stato progettato ed eseguito, solamente, dai brigatisti rossi, che ad oggi sono gli unici colpevoli per la Giustizia del nostro Paese. L’agente americano, nelle dichiarazioni rilasciate al giornalista Gianni Minoli, ha affermato una verità giudiziaria, che, se verrà opportunamente dimostrata, proverà l’esistenza di un sistema di complicità, molto più radicate e diffuse, che portò alla morte ineludibile dello statista democristiano. Egli ha affermato che, la mattina del sequestro, nel marzo del 1978, i brigatisti rossi – forse, a loro insaputa – vennero “scortati” da due agenti dei servizi segreti italiani, i quali avrebbero dovuto intervenire, qualora qualche ostacolo si fosse frapposto fra il contingente militare brigatista e le auto di scorta di Moro: insomma, il povero Presidente della D.C. non doveva scampare al sequestro e, dunque, alla morte violenta che sarebbe seguita, circa, due mesi dopo. Gli Americani erano informati di tutto ciò, anzi furono – continua l’agente della C.I.A. – i registi occulti dell’operazione, con l’aiuto naturalmente dei nostri Servizi Segreti deviati, che ebbero una parte non irrilevante nella vicenda. Il ragionamento storico-politico, sotteso alle dichiarazioni rilasciate dallo 007 statunitense, è estremamente chiaro: Moro aveva ideato la strategia del Compromesso Storico, per cui, nel periodo 1976/78, i Comunisti di Berlinguer collaborarono con la Democrazia Cristiana nell’attività di governo del Paese, pur non entrando mai a far parte dell’Esecutivo. Non a caso, la mattina del sequestro, era prevista la fiducia per il Governo Andreotti, che – come da accordi intercorsi fra Moro e Berlinguer – avrebbe avuto il voto non-contrario dei Comunisti, i quali dunque sarebbero entrati a far parte, formalmente, della maggioranza parlamentare, pur continuando a non avere propri uomini all’interno del Dicastero. Quel passaggio istituzionale, subito bloccato a seguito del sequestro, se si fosse consumato, avrebbe posto un elemento di forte discontinuità nella storia del nostro Paese, che sarebbe così finalmente uscito dalla stagione della Guerra Fredda, che si protraeva sin dalle elezioni del 1948. I Comunisti, infatti, una volta divenuti forza determinante di Governo, avrebbero dovuto recidere il loro legame con la "madre" U.R.S.S. e sarebbero divenuti, finalmente, una moderna forza socialdemocratica, compatibile con il sistema occidentale ed atlantico. Per altro verso, la nascita del Governo Andreotti, con la presenza determinante del P.C.I., avrebbe significato la sconfitta, all’interno della Democrazia Cristiana, della componente più fedele all’Alleanza Atlantica, che aveva nel Ministro degli Interni, Francesco Cossiga, il suo rappresentante più autorevole. Certo è che l’eventuale presenza comunista nella maggioranza parlamentare avrebbe potuto ledere interessi americani consolidati sul nostro territorio nazionale e, soprattutto, avrebbe potuto modificare strategie ed alleanze sull’intero scacchiere internazionale: ad esempio, in Medioriente, l’Italia avrebbe potuto condurre una politica più manifestamente filo-araba, mentre i Paesi, legati agli U.S.A., erano vincolati ad una logica sionista ed anti-palestinese. Si conclude, da questo sommario schema di ragionamento, che Moro effettivamente non doveva, in nessun modo, uscire vivo da quel sequestro, perché l’uccisione del principale ispiratore del Compromesso Storico avrebbe, immediatamente, posto fine ad un indirizzo politico privo ormai di paternità, con il conseguente respingimento dei Comunisti fra i banchi dell’opposizione, in una posizione per nulla produttiva per loro, ma utilissima ai Sovietici, che così non avrebbero perso il controllo sul principale Partito Comunista dell’Europa Occidentale: controllo, che sarebbe venuto meno, invece, con l’ascesa al Governo della formazione di Enrico Berlinguer. Orbene, molto spesso, su questioni così vitali per la storia di un Paese, esistono almeno due verità: quella giudiziaria e quella storico-politica. Nel caso Moro, la verità storico-politica è apparsa evidente, subito, a chi era in buona fede ovvero a chi non si è lasciato condizionare dall’emotività, indotta dal tragico momento; oggi, le dichiarazioni dell’agente americano, trentasei anni dopo i fatti tragici di via Fani e la morte di tutti i protagonisti istituzionali di quel tempo, riaprono un percorso di indagine ed offrono una possibilità concreta, affinché la verità giudiziaria possa confarsi a quella, prevalente, della storiografia. Un dato è inopinabile: la morte di Moro ha impresso una svolta negativa alla storia del nostro Paese. Con l’uccisione dello statista democristiano, è morta di fatto la cosiddetta I Repubblica, anche se questa avrebbe continuato la sua lenta ed inesorabile agonia fino al 1994, cadendo poi per effetto delle indagini giudiziarie della magistratura milanese. Ma – cosa ben più importante – con l’eccidio di Moro e della sua scorta è venuta meno la fiducia degli Italiani nel sistema dei partiti e, dunque, nella democrazia rappresentativa, visto che non esiste democrazia parlamentare che non tragga fondamento da partiti autorevoli, credibili e destinatari di ampio consenso da parte della pubblica opinione nazionale. Venendo meno la fiducia nel sistema democratico, costruito sui partiti di massa, da quel momento in poi negli Italiani si è indotto un mutamento genetico, per cui il cittadino medio ha cominciato a riporre fiducia in questo o in quell'Uomo della Provvidenza , non prendendo più in considerazione la mediazione impersonale del partito tradizionale, trasformatosi sempre più in un mero strumento di propaganda, costruito esclusivamente per corrobare l’acquisizione di consenso e per sciogliersi, poi, quando il suo fondatore viene escluso dall’agone elettorale. Come si arguisce, i mali dell’Italia odierna provengono, in larga parte, da quella famigerata primavera del 1978, quando il nostro Paese subì il cambiamento più traumatico ed inatteso del corso degli eventi politici della seconda metà del XX secolo. È possibile, adesso, immaginare un percorso virtuoso che ridia dignità e splendore alle istituzioni della democrazia rappresentativa, sporcate dal sangue versato per mano, non solo, brigatista? Rosario Pesce
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