In difesa del parlamentarismo bicamerale
La prossima settimana sarà cruciale, perché sarà discussa in Parlamento la proposta, condivisa da Renzi e da Berlusconi, di riforma del Senato, con l’effetto – qualora andasse in porto la bozza definita nello scorso mese di gennaio – dell’abrogazione della Camera alta del nostro sistema istituzionale odierno.
La motivazione, addotta dal Presidente del Consiglio circa l’esigenza di un’approvazione in tempi rapidi di questa riforma, fa riferimento ad esigenze, innanzitutto, di ordine finanziario: la cancellazione del Senato consentirebbe, infatti, un notevole risparmio, visto che i senatori eletti verrebbero sostituiti dai sindaci e dai rappresentanti dei Consigli Regionali, che entrerebbero a far parte del nuovo Senato senza alcun emolumento aggiuntivo rispetto a quelli già percepiti nell’esercizio della loro funzione amministrativa.
Il consenso, che vanta la proposta di riforma, è notevole, visto che sul progetto di cancellazione di una Camera dell’attuale Parlamento trovano soddisfacimento tutte le ansie ed i sentimenti, fortemente improntati all’antipolitica, che percorrono oggi il popolo italiano: molto probabilmente, di tutte le ipotesi di riforma, avanzate da Renzi, questa ha il maggior livello di gradimento popolare.
Evidentemente, una scelta siffatta andrebbe contro non solo la tradizione del parlamentarismo italiano, ma anche di quello europeo; infatti, non esiste nessun Paese, almeno fra quelli dell’area mediterranea, ad avere una sola Camera elettiva. Il sistema parlamentare, che siamo abituati a conoscere, è per definizione bicamerale, per una ragione molto semplice: il controllo democratico sugli atti del Governo è molto più forte, se esercitato da due Camere, che possono avere, al loro interno, un’articolazione politica molto più complessa ed, effettivamente, rappresentativa della volontà popolare.
Nel corso dell’ultimo ventennio, la legge elettorale dei sindaci e dei Presidenti delle Province ha, però, creato un falso mito: l’elezione diretta del vertice dell’Amministrazione ha ridimensionato notevolmente i poteri delle Assemblee elettive, visto che il sindaco è diventato l’organo di indirizzo politico e – ad un tempo – il referente unico dell’azione amministrativa, in virtù dell’investitura popolare, di cui gode.
Come è noto, il sistema parlamentare, invece, si basa su un criterio ben diverso: l’organo di indirizzo politico è rappresentato, esclusivamente, dalle due Camere elettive, mentre al Governo, di nomina camerale, vengono demandate le funzioni tipiche del potere esecutivo.
Il nostro timore – probabilmente, eccessivo – in merito alla proposta renziana-berlusconiana è il seguente: l’eliminazione del Senato, forse, può diventare lo strumento improprio attraverso cui, in modo subdolo, in nome dell’efficienza e del risparmio per le casse statali, si sottraggono spazi di partecipazione e si trasforma il Paese in una democrazia diretta, se non plebisicitaria?
La nostra preoccupazione diventa ancora più forte, se si ragiona sul fatto che, contestualmente alla riforma costituzionale, si propone una legge elettorale per la Camera in virtù della quale tre - al massimo, quattro - leader decidono la composizione dei gruppi di Montecitorio con l’indicazione determinante dei seicento trenta deputati - all’atto della definizione delle liste bloccate - che risultano, quindi, sprovvisti della necessaria autorevolezza ed autonomia di pensiero, dal momento che essi sono nominati e non eletti.
Si può, pertanto, sperare che i lavori parlamentari delle prossime settimane possano modificare sensibilmente un’impostazione teorico-politica, che presenta ampi spazi di opinabilità e che non lascia ben sperare per le sorti future della democrazia italiana?
D’altronde, se si vuol risparmiare sugli emolumenti dei senatori, basta ridurre – anche in modo significativo – il numero dei componenti sia dell’Assemblea di Palazzo Madama, che di Montecitorio, mantenendo però in piedi il principio del parlamentarismo bicamerale, che ci sembra essere il fondamento della democrazia in qualsiai epoca, moderna o post-moderna.
Non possiamo non confidare nel buon senso di quei parlamentari, che, nelle prossime settimane, dovranno dimostrare quanto ampio sia il loro margine di autonomia dai diktat dei rispettivi leader di partito.
Rosario Pesce