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Se il PD va in frantumi...

Le vicende di questi giorni hanno messo a dura prova l’unità del principale partito italiano, che ha reagito molto male all’approvazione, avvenuta alla Camera, della legge elettorale voluta da Renzi e da Berlusconi. 
Due sono stati gli argomenti che hanno indotto i parlamentari democratici ad esprimere un diverso orientamento di voto rispetto all'indicazione del gruppo dirigente renziano: le cosiddette quote rosa e l’introduzione della preferenza in un sistema elettorale che, così come è stato definito dall’accordo fra i due leader dello scorso mese di gennaio, prevede invece liste bloccate. 
È evidente a tutti che, su siffatte questioni, si sia scaricata una tensione molto forte, che va ben oltre il merito delle stesse: infatti, l’ascesa al Governo di Renzi, benché formalmente approvata, quasi in modo unanime, dalla Direzione Nazionale del PD, ha lasciato l’amaro in bocca a molti, che non si aspettavano un esito così imprevisto, visto che ormai si dava per certa l’esistenza del Governo Letta, almeno, fino alla conclusione del semestre di presidenza dell’Unione Europea. 
Anche molti renziani, che avevano votato convintamente per il Sindaco di Firenze, in occasione delle primarie dell’8 dicembre, sono rimasti sorpresi (e non poco!) dall’epilogo della vicenda governativa, che, nel giro di pochissime settimane, ha modificato radicalmente il quadro politico generale e, soprattutto, ha messo in fibrillazione un partito tradizionalmente diviso in correnti, non sempre orientate a marciare nel medesimo verso. 
Ormai, oggi, nel PD si è perso il conto delle componenti interne: renziani della primissima ora e sopraggiunti, franceschiniani, dalemiani, bersaniani, prodiani, civatiani, cuperliani, Giovani Turchi, lettiani, veltroniani, fioroniani, gentiloniani, ecc. 
Tale articolazione del partito, se per un verso è un fattore indubbio di democrazia, per altro verso è un elemento che induce non poche preoccupazioni: infatti, il voto sulla legge elettorale ha dimostrato come Renzi non gestisca il gruppo parlamentare democratico, a tal punto che, per far passare la proposta di riforma della legge elettorale, ha avuto bisogno del sostegno decisivo dei berlusconiani e, forse, dei leghisti, convinti da questi ultimi a dare il proprio contributo al varo del nuovo dispositivo. 
Al Senato è probabile che la resa dei conti nel PD determini una modifica sostanziale della legge di revisione del meccanismo elettorale, per cui si consumerà, in quell’occasione, uno strappo che evidenzierà, vieppiù, le difficoltà di un partito, che rischia seriamente di spaccarsi nel momento in cui il suo Segretario Nazionale è diventato Premier. 
Conviene a Renzi un simile scenario? 
La sua ascesa al Governo ha, peraltro, determinato un allontanamento di S.E.L. dal PD, per cui – ad oggi – in caso di elezioni anticipate il Partito Democratico non avrebbe alleati, visto che le forze, con cui esso governa, NCD e UDC, hanno già dichiarato il loro apparentamento con Forza Italia ovvero, nella più auspicabile delle ipotesi, potrebbero correre da sole, costituendo un polo autonomo, comunque non alleato del PD. 
Quando in Parlamento arriveranno i provvedimenti legislativi, afferenti alle riforme economiche, cosa potrà accadere? 
In quel caso, soprattutto qualora ci fosse uno scontro con il sindacato, un’eventuale distinzione, all’interno del gruppo parlamentare del PD, sarebbe la formalizzazione tout court della scissione, che invero non auspichiamo, visto che segnerebbe la fine di quel partito e, soprattutto, sarebbe un fattore di ulteriore indebolimento della nascente compagine governativa, a meno che Renzi non immagini di portare, a breve, Berlusconi al Governo, facendolo uscire, così, dalla sua attuale posizione molto ambigua, che gli consente di dichiararsi forza di opposizione, ma al tempo stesso gli permette di giocare il ruolo del vero convitato di pietra al tavolo dei maggiorenti governativi. 
Noi stessi abbiamo investito su Renzi e crediamo, per il bene dell’Italia, che la sua esperienza a Palazzo Chigi debba essere lunga e proficua per il Paese, perché il voto anticipato sarebbe solo un regalo straordinario per Grillo e per quei partiti, che vogliono investire le proprie energie propagandistiche su un messaggio anti-europeistico e dai tratti, fortemente, populistici.
È, però, venuto il momento che il Presidente del Consiglio non snobbi il disagio interno al suo partito; altrimenti, senza il consenso pieno e convinto della minoranza(?) dei gruppi parlamentari democratici, egli sarebbe costretto a ridimensionare il suo programma ambizioso di riforma della Costituzione ed, in particolare, dovrebbe rinunciare ad un’aspettativa governativa lunga e capace, potenzialmente, di dare frutti all’Italia nel momento peggiore della sua storia recente. 
Pertanto, è necessario che i mediatori si mettano in azione e che si spengano, tempestivamente, focolai che possono, poi, diventare ben più pericolosi e dannosi per l’unità del primo partito italiano odierno. 
La saggezza, finalmente, trionferà? 
Rosario Pesce

 

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