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Se l’Europa è assente…
I fatti drammatici dell’Ucraina dimostrano, una volta ancora, l’assenza dell’Europa dallo scacchiere internazionale, per cui ci stiamo approssimando ad una guerra, dai risvolti pericolosissimi, senza che l’Unione abbia assunto una posizione comune nel conflitto che sembra, invece, interessare solamente la Russia e gli Stati Uniti d’America, sempre più - questi ultimi - paladini del diritto internazionale e della difesa della legalità, anche oltre i meri confini nazionali. È evidente che il contenzioso, scoppiato in Crimea, apra interrogativi angoscianti per tutti quei Paesi, come il nostro, che non sono autonomi da un punto di vista energetico: il gas, che ha origine dalle steppe russe, deve necessariamente transitare in territorio ucraino per essere distribuito nel vecchio continente ed essere venduto così all’Italia, all’Austria, alla Repubblica Ceca e a tutti quegli Stati clienti della Gazprom. Nel 2006, gli Ucraini riuscirono a strappare un accordo vantaggiosissimo: il 15% delle royalties, derivanti dalla cessione di quella preziosa materia prima, deve essere riconosciuto dai Russi allo Stato ucraino, per cui il prezzo del gas, da quel momento in poi, ha inevitabilmente conosciuto un’impennata non irrilevante. A questo elemento di riflessione si aggiunga un altro: la Crimea, collocata all’estremo Sud-Est dell’Ucraina, rappresenta per la Russia l’unica opportunità per avere uno sbocco agevole sul Mar Nero ed, attraverso questo, sul Mar Mediterraneo. È inevitabile, dunque, che la somma di interessi economici articolati faccia sì che Putin si sia allarmato – e non poco – quando gli Ucraini hanno allontanato il Governo suo amico e, spinti dalla fame oltreché dall’odio religioso, hanno determinato, nel giro di pochi giorni, un cambiamento così radicale dei vertici politici delle loro istituzioni nazionali. A segnare la sua assenza, purtroppo, come in altre occasioni, c’è l’Europa, che – identificandosi sempre più nelle posizioni della Germania – trova difficoltà nel contrastare l’imperialismo russo, ormai fin troppo pronunciato: appare evidente a tutti, infatti, che Putin, almeno da un punto di vista commerciale e geo-politico, voglia ricostruire l’antica area di traffici e scambi, che esisteva ai tempi dell’Unione Sovietica e della C.S.I., quando chi governava a Mosca, più o meno direttamente, condizionava le sorti delle altre quattordici repubbliche, europee ed asiatiche. Il sogno, cioè, della cosiddetta “grande Russia” non è mai scomparso del tutto ed, in questi giorni, trova l’ennesima conferma. In questa vicenda, all’Europa tocca dare svolgimento alle decisioni, che assumeranno nelle prossime ore gli Stati Uniti, per cui, se questi dovessero optare per un intervento militare, volto a riconsegnare la Crimea all’Ucraina, i Paesi europei non potranno che offrire il giusto supporto logistico ad operazioni belliche, che si svolgeranno in un’area del Mediterraneo, storicamente caratterizzata da conflitti diffusi e reiterati, originati appunto dalla posizione strategica che la penisola, ancora oggi di titolarità ucraina, assume nel bel mezzo del Mar Nero. Non dimentichiamo, anche, un altro fattore essenziale, che rende ancora più inquietanti i venti di guerra che spirano in quell’area, a cavallo fra Europa ed Asia: gli atavici sentimenti di odio fra Russi ed Ucraini, oltreché essere generati da contrastanti interessi economici e nazionalistici, hanno una matrice di natura religiosa: come è noto, i Russi infatti sono ortodossi, mentre gli Ucraini si identificano nella Chiesa copta, che è strettamente collegata alla Chiesa di Roma. I pre-requisiti, pertanto, perché la guerra russo-ucraina possa scoppiare in modo fragoroso ci sono tutti: spetta a chi si trova in mezzo (la posizione centrale è, in tal caso, sia allusiva ad uno status geografico, che ad una proposizione di valore metaforico) assumere un’iniziativa diplomatica forte, affinché l’ordine internazionale, preesistente all’invasione russa della Crimea, venga ripristinato attraverso gli strumenti opportuni della pace e non della guerra. Ad esempio, quei Paesi europei, come il nostro, che tradizionalmente vantano buoni rapporti con la Russia, potrebbero ergersi al ruolo di mediatori, visto che un’eventuale guerra in Ucraina potrebbe far innalzare, ulteriormente, il prezzo del gas e danneggiare vieppiù la nostra economia, che energeticamente dipende dalla materia prima russa e da quella libica. Il nostro nuovo Governo, visto il protagonismo e l’attivismo del Premier, potrà assumere un’iniziativa, autonoma dagli interessi della Germania, che invece mira al ridimensionamento - anche con strumenti bellici - del neo-imperialismo russo? Invero, in una contingenza siffatta, avremmo preferito vedere all’opera un Ministro degli Esteri molto qualificato ed autorevole, qual era la Bonino, ma non possiamo non confidare nell’operato del nuovo vertice della Farnesina: l’acquisizione di un ruolo internazionale di spessore, da parte della nostra diplomazia, segnerebbe un risultato straordinario per la compagine di governo, appena nata, e per i nostri cospicui interessi commerciali in quell’area. Rosario Pesce
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