Se il Sud non è presente al Governo…
Dalla pubblicazione della lista di Vice-Ministri e Sotto-Segretari risalta l’assenza del Sud nella nuova compagine di governo, visto che, già, tra i Ministri non figura alcuna personalità politica proveniente dal Mezzogiorno.
Evidentemente, il partito principale del nuovo dicastero, il PD, paga il prezzo della sua assenza o dello scarso peso nel governo regionale di alcune aree importanti - come la Campania, la Calabria e la Sicilia - e la non presenza in Giunte comunali di città popolose, come Napoli, Palermo e Reggio Calabria.
Ad esempio, l’unico campano presente fra i Sottosegretari è un esponente beneventano, mentre città con un peso demografico maggiore, come Napoli e Salerno, non sono affatto rappresentate; invece, il sindaco di Bari, Emiliano, pur essendo un autorevolissimo candidato per la titolarità di un ruolo ministeriale, ha preferito rimanere fuori dall’attuale compagine, per essere il capolista del PD alle prossime elezioni europee.
Al di là di casi personali, che pure potranno avere un’importanza non irrilevante in vista della formazione dei futuri equilibri istituzionali a livello locale - in particolare, in Campania ed in Puglia - non si può non evidenziare come l’assenza totale del ceto dirigente meridionale sia una lacuna gravissima per l’Esecutivo, nato nei giorni scorsi.
L’Italia è, in questo momento storico, un Paese in grave difficoltà economica: la vicenda del Comune di Roma dimostra quanto il rischio di défault sia prossimo per moltissimi Enti locali; orbene, in un quadro siffatto, non si può negare che il Sud stenti ancora più del Nord nello sforzo di rilancio e, complessivamente, la società meridionale abbia difficoltà a raggiungere un livello di benessere, almeno, paragonabile a quello di una qualsiasi altra realtà avanzata del nord-Europa.
Peraltro, c’è un dato elettorale significativo: il Mezzogiorno è l’area dove, visto il numero di elettori, si decide l’esito delle elezioni generali; dal 1994 in poi, le regioni a sud di Roma hanno sempre premiato Berlusconi: la scelta renziana, certo, non costituisce un fattore propedeutico ad un’inversione di tendenza rispetto ai risultati del 1994, 1996, 2001, 2006, 2008, 2013 e può determinare, nel prossimo futuro, un voto meridionale o ancora pro-Berlusconi o, peggio ancora, pro-grillino, soprattutto nelle realtà urbane, dove il voto di opinione e quello di protesta incontrano più libertà di espressione rispetto al voto meramente di clientela, tradizionalmente più diffuso nei contesti piccoli o, comunque, di provincia.
Renzi non ha tenuto conto di siffatto dato?
Peraltro, nella primavera del 2015, si voterà anche per il rinnovo delle Giunte Regionali che, ormai da qualche anno, sono governate nel Sud per lo più dal Centro-Destra: una scelta diversa, da parte del Premier, avrebbe potuto costituire un ottimo viatico per preparare candidature autorevoli, con maggiori possibilità di successo rispetto a quelle odierne.
Una decisione, forse, masochista?
Continuiamo a confidare nel buon senso e nell’acume dell’attuale Presidente del Consiglio, ma, da democratici e da meridionali, non possiamo non rilevare che l’Esecutivo Letta aveva offerto soluzioni più avanzate nel riequilibrio geo-politico delle nomine ministeriali e di sotto-governo.
Probabilmente, una riflessione più articolata andava promossa negli opportuni organismi partitici per evitare un errore siffatto: siamo sicuri che, nel corso dei prossimi mesi, qualcosa potrà cambiare, tenendo conto della vitalità e del dinamismo del PD meridionale, che non potrà essere confinato entro un ruolo marginale e quasi irrilevante.
Rosario Pesce